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Archive for aprile 2010

Il kalashnikov è usato come arma d'ordinanza da moltissimi eserciti regolari. Si calcola che finora ne siano stati prodotti oltre 100 milioni

Il sottufficiale sovietico Michail Kalashnikov lo progettò nel 1947. Da allora il fucile mitragliatore AK-47, purtroppo, non è passato mai di moda: dal Vietnam alle guerre jugoslave, non c’è conflitto che non lo abbia visto protagonista. In Italia spesso viene usato dai criminali comuni, perché facilmente reperibile sul mercato clandestino come residuato bellico proveniente proprio dai Balcani: è il caso di tre pregiudicati slavi arrestati pochi giorni fa a Milano.

Petar Skoro e Igor Kolar, 34 anni a testa, e Per Radosan Djorovic, 32, stavano mangiando in un ristorante di lusso nel quartiere di Brera quando hanno visto entrare i carabinieri. Il giorno dopo volevano assaltare un portavalori: bottino previsto, 2 milioni di euro. Per accaparrarselo si erano procurati due bombe a mano M75, 40 grammi di esplosivo al plastico, un centinaio di proiettili calibro 7,62, 3 mila pallini al piombo e, per l’appunto, due kalashnikov. L’arsenale è stato ritrovato a casa di Issam Bouyahia, 35 anni, cameriere tunisino incensurato, catturato poche ore dopo insieme a Ciro Marillo, 41 anni, e Quirino Sereno, 46. I sei componevano una “gang multietnica”, con risvolti inquietanti nel passato dei malviventi balcanici.

Il massacratore Zeljko Raznatovic, detto Arkan. Nelle sue truppe militava uno dei criminali arrestati a Milano

I tre, infatti, non sono nuovi all’uso dei kalashnikov. Igor Kolar, già arrestato a Milano 11 anni fa per una sparatoria che fece tre feriti in corso Garibaldi, era arruolato nelle “tigri di Arkan”, banditi assassini tristemente noti nella Jugoslavia degli anni ’90. Anche i suoi complici potrebbero avere alle spalle una storia simile: “Stiamo facendo accertamenti per capire se hanno fatto parte di organizzazioni militari o paramilitari”, dice Antonino Bolognani, colonnello del nucleo investigativo dei carabinieri che ha sgominato la banda. Le indagini sono iniziate da un’altra rapina avvenuta a Milano: il 14 aprile un anziano ex gioielliere è stato picchiato sul pianerottolo di casa, legato e derubato di orologi e preziosi. Un malloppo a cui poteva aggiungersi l’incasso dei supermercati trasportato dal portavalori la mattina in cui avrebbe dovuto svolgersi l’agguato.

Goran Bregovic ne parla nella sua canzone più famosa: “Kalashnikov”, un inno dell’Est Europa, la zona da cui arrivano anche gli strumenti di guerra sequestrati dalle forze dell’ordine. Sempre da Est proviene il mandato di cattura europeo spiccato dalla Serbia per Per Radosan Djorovic, accusato di essere coinvolto in storie di droga e armi. Lui, Kolar e Skoro avevano falsi documenti sloveni, probabilmente per garantirsi un accesso comodo in Italia da un Paese membro dell’Unione Europea. Erano arrivati a Milano da circa un paio d’anni: il tempo di progettare i loro piani e rintracciare proiettili, bombe e kalashnikov. Fortunatamente, però, stavolta gli AK-47 non sono riusciti a sparare.

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Il ponte di Mostar, progettato dall’architetto Hajrudin e costruito nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico

“Era quel simbolo, e non il manufatto, che si era voluto colpire. La pietra non interessava ai generali croati. Il ponte, difatti, non aveva alcun interesse strategico. Non serviva a portare armi e uomini in prima linea. Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare”.

(Paolo Rumiz, “La Repubblica”, 2 novembre 2003)

Pochi sanno che ci sono due 11 settembre: l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001 e il golpe cileno di Pinochet nel 1973. Quasi nessuno sa che si sono due 9 novembre: la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la distruzione del ponte di Mostar nel 1993. Come la dissoluzione della cortina di ferro, le cannonate dei militari croati che spezzarono in due la capitale dell’Erzegovina segnarono la fine di un mondo, di un sistema di valori fondato sulla coesistenza delle diversità che – su scala più ampia – era lo stesso che teneva insieme la Jugoslavia di Tito.

Fino all’esplosione del conflitto, a Mostar musulmani e croati avevano convissuto tranquillamente. I primi occupavano la parte a est dello Stari Most (“vecchio ponte”, da cui prende il nome la città), i secondi quella a ovest. Una separazione pacifica, che con la guerra sarebbe diventata una frattura dolorosa. Aggrediti dai serbi, croati e musulmani iniziarono a combattersi tra di loro, in casa propria, nei luoghi che avevano condiviso per tanto tempo. Nella zona occidentale si trovava l’unico accesso all’acqua potabile: quando i soldati del comandante Slobodan Praljak lo abbatterono, intrappolarono 55 mila musulmani, per lo più donne e bambini. Il ponte sul fiume Neretva, fino ad allora attraversato di notte e di corsa per sfuggire ai cecchini, divenne un muro invalicabile. Gli scontri proseguirono fino al “cessate il fuoco” del 25 febbraio 1994. Il passaggio da una parte all’altra della città rimase proibito fino al 1996.

Alcuni resti dell'artiglieria croata che distrusse il ponte di Mostar il 9 novembre di 17 anni fa

La ricostruzione dello Stari Most è stata ultimata solo sei anni fa: nel frattempo è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, così come tutto il centro città. E’ ripresa anche la tradizione dei tuffi nella Neretva. Durante l’anno i ragazzi bosniaci si sfidano gettandosi dal “vecchio ponte”: il 27 luglio si tiene addirittura una gara ufficiale. Pare che ormai partecipino quasi esclusivamente i giovani della parte musulmana. Anche questo è il segno di una “Jugoslavia delle diversità” che esiste ancora, ma che dal 9 novembre 1993 è molto più fragile. Spiegare perché persone che abitavano insieme da decenni presero a uccidersi è un compito difficile, che spetta innanzitutto agli storici. Di sicuro è necessario motivare la rapida frantumazione di quello scenario di convivenza delle differenze che erano Mostar e tutta la Jugoslavia socialista, per elaborare positivamente il lutto della guerra e costruire un futuro sereno per i Balcani.

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Joze Pirjevec è stato candidato al parlamento sloveno coi liberaldemocratici di centrosinistra

Per andare “oltre” la guerra bisogna capirla. Lo sanno i tedeschi, che hanno compiuto decenni di autoanalisi dopo gli orrori nazisti. Lo sanno gli italiani, che invece non si sono mai confrontati seriamente col passato fascista. Lo sanno, probabilmente, anche le popolazioni dei Balcani, che stanno ricostruendo le loro società sulle macerie degli anni ‘90. Le guerre jugoslave (Einaudi, 2001), saggio dello storico Joze Pirjevec, ci porta nel cuore dei conflitti che hanno colpito Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo: un’opera preziosa per comprendere quali ferite hanno subito questi Stati e quali sono i fantasmi con cui ancora oggi devono fare i conti.

Dalle manovre politiche ai campi di battaglia, dai contrasti sociali alle diversità religiose, non c’è aspetto che venga trascurato dall’autore, abile nell’intrecciare gli scenari internazionali con le realtà locali. La lenta macchina burocratica delle Nazioni Unite e le miserie dei campi di concentramento attivi in ex Jugoslavia ci vengono descritte con la stessa dovizia dei particolari, nella consapevolezza che quanto è accaduto è stata la somma di fratture interne e pressioni esterne all’area balcanica. La ricchezza della bibliografia, che comprende testate giornalistiche slave, saggi di analisti anglosassoni, materiale raccolto negli archivi di tutta Europa, è la base di un metodo storiografico intelligente, che ricompone il mosaico degli eventi servendosi di moltissime fonti diverse e complementari. E’ anche grazie a questa eterogeneità che l’opera ha un certo ritmo: la varietà di voci e storie rende scorrevoli le oltre 700 pagine del libro, specie se l’argomento è già di per sé appassionante per chi legge. Dai primi sussulti in Slovenia nel 1991, ai bombardamenti Nato su Belgrado nel 1999, sono tante le verità che si scoprono nel corso della lettura, un viaggio appassionante in un periodo cruciale per la storia e il presente degli Stati nati dalla disgregazione della Jugoslavia.

Gaetano Quagliariello, storico e senatore del Pdl, ha vinto il Premio Acqui Storia nel 2004, due anni dopo Joze Pirjevec con "Le guerre jugoslave"

Nato a Trieste 69 anni fa, Pirjevec insegna Storia dei Paesi slavi nell’università del capoluogo friulano. Di famiglia slovena, ha compiuto molti studi sui Paesi dell’Est Europa, in particolare su quelli balcanici. In Le guerre jugoslave, pur adottando un approccio rigorosamente storiografico, il professore è tutt’altro che “obiettivo”: dal testo traspare la sua visione degli eventi, ma non si tratta di partigianeria. Le sue opinioni non sono il frutto di una preferenza per l’una o l’altra fazione, ma di un’osservazione lucida della realtà. Pirjevec non distorce i fatti per adattarli al proprio pensiero, ma elabora un pensiero a partire dai fatti che descrive: da vero storico, non si nasconde dietro una comoda neutralità, ma cerca di dare un’interpretazione degli avvenimenti, una chiave di lettura che aiuti a comprendere ciò che è successo. Un atteggiamento intellettuale che è la prima qualità di un libro importante per elaborare costruttivamente il lutto delle guerre balcaniche degli anni ’90.

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Il presidente serbo Boris Tadic. Nel 2006 andò a Srebrenica per testimoniare la volontà di Belgrado punire i colpevoli della strage

“Condanniamo nel modo più severo l’eccidio ed esprimiamo profonde condoglianze e scuse alle famiglie delle vittime, in quanto non è stato fatto abbastanza per prevenire la tragedia”. Ci sono voluti 15 anni, ma alla fine le istituzioni serbe hanno chiesto perdono per la strage di Srebrenica. Il documento approvato il 31 marzo dal parlamento non contiene la parola “genocidio”, ma può essere comunque un passo in avanti verso la riconciliazione tra i Paesi dell’area balcanica, oltre che una mossa strategica per accelerare l’ingresso della Serbia nell’Unione europea.

La risoluzione sullo sterminio del 1995 è stata votata da 127 parlamentari su 173. La sostenevano democratici e socialisti, convinti che fosse un atto necessario per avvicinarsi a Bruxelles, mentre la destra avrebbe voluto che nello stesso testo si citassero anche le violenze subite dai serbi. Una “parificazione della memoria” che invece verrà affidata a una seconda dichiarazione, all’esame dell’assemblea nazionale tra pochi giorni. La scelta di parlare di “eccidio” – anziché di “genocidio” – nasce anche da questo quadro politico, che avrebbe impedito di trovare l’accordo su una condanna più netta del massacro. Il compromesso raggiunto dai partiti “europeisti” non convince totalmente né i serbi di Bosnia (“può essere usato dagli altri per dissimulare le proprie colpe”, dice il premier Milorad Dodik) né i familiari delle vittime di Srebrenica, secondo cui “genocidio” è l’unica parola giusta per riferirsi alla strage. Per l’Alto rappresentante Ue Catherine Ashton e il commissario europeo all’Allargamento Stefan Fuele, invece, il voto del 31 marzo è un fatto positivo, “importante per il Paese” e per la “stabilità dell’intera regione balcanica”.

Il cartello di ingresso a Srebrenica (in caratteri cirillici). Il 12 luglio '95 fu uno dei giorni in cui vennero uccisi circa 8 mila musulmani

A Srebrenica, nel luglio 1995, vennero uccisi circa 8 mila musulmani: un “genocidio” per il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, che nel 2007 ha comunque assolto lo Stato serbo da responsabilità dirette. Secondo i giudici de L’Aja, l’eccidio non fu causato da ordini “dall’alto”, ma solo dalla crudeltà di criminali come i leader dei serbi di Bosnia Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Il primo, ancora latitante, è l’ostacolo principale sulla strada tra Belgrado e Bruxelles: la sua cattura è una delle condizioni poste dalle istituzioni europee per l’ammissione della Serbia nell’Unione. Il secondo è stato arrestato il 21 luglio 2008 e sta facendo di tutto per rallentare il processo a suo carico, consapevole che il mandato dei magistrati olandesi scadrà nei primi mesi del 2012. Proprio ieri il Tribunale ha respinto la sua richiesta di riprendere le udienze a giugno, fissando la prossima sessione per il 13 aprile. “Vogliamo trovare i responsabili della strage di Srebrenica, in particolare il generale Mladic”, ha ribadito in questi giorni il presidente serbo Boris Tadic, che il 22 dicembre scorso ha presentato la domanda di adesione alla Ue. Se alle parole seguiranno i fatti, Belgrado potrebbe finalmente dimostrare non solo il desiderio di entrare in Europa, ma anche la volontà di affrontare onestamente le ombre del proprio passato.

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