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Archive for giugno 2010

Aleksandar Hemon scrive sul "New Yorker", sul "New York Times" e sulla rivista bosniaca "BH Dani"

“So di avere le carte in regola per presentarmi come un esempio di sogno americano realizzato. E sono grato all’America per molte delle cose che mi ha dato. Ma so anche che è più complicato di così, perché la mia storia è costellata di perdite che non si accordano alla morale del lieto fine”. Aleksandar Hemon è nato a Sarajevo 46 anni fa. Da dieci è cittadino americano. Da diciotto vive negli Stati Uniti. Negli States era arrivato come turista. Ma la guerra ha stravolto la sua vita.

Nel 1992 Hemon era un giornalista bosniaco con un inglese incerto. Oggi è uno scrittore (in lingua anglosassone) famoso in tutto il mondo. In Italia sono stati pubblicati la raccolta di racconti Spie di Dio (2000) e i romanzi Nowhere man (2004) e Il progetto Lazarus (2010). “Quando sono arrivato in America, mi sono dato cinque anni per riuscire a scrivere il mio primo racconto in inglese. Ce l’ho fatta dopo tre”, racconta al Corriere della Sera.

"Il progetto Lazarus" è uscito negli Stati Uniti nel 2008. In Italia finora sono state pubblicate tre opere di Hemon

A 28 anni, Aleksandar è rimasto bloccato negli Stati Uniti dallo scoppio del conflitto jugoslavo. “Non ero certo venuto per restare. Mi sono chiesto: e adesso cosa faccio?” La risposta non tarda ad arrivare. Nel corso degli anni Hemon si impegna come attivista di Greenpeace, gira in bicicletta per le strade di Chicago come corriere, lavora come libraio, studia la letteratura (e la lingua) inglese. Intanto scrive. Nel 1995 la rivista letteraria Triquarterly pubblica il suo primo racconto, “La vita e il lavoro di Alphonse Kauders”. Nel 1999 un suo scritto viene ospitato dalle pagine del New Yorker. Un anno dopo esce il suo primo libro, The question of Bruno.

Nelle opere di Hemon ricorre sempre l’episodio decisivo della sua vita: quel giorno del febbraio 1992 in cui telefonò in Bosnia e seppe della tragedia che non gli avrebbe più permesso di tornare indietro. Ne Il progetto Lazarus, appena uscito in Italia, il suo alter ego è Vladimir Brik, giovane scrittore rifugiato, che torna in patria con un amico reporter. Come Aleksandar, Vladimir è arrivato negli Stati Uniti poco prima dello scoppio delle guerre balcaniche. Oggi anche Hemon può tornare liberamente in ex Jugoslavia. Ma il Paese che ha lasciato non è più quello di diciotto anni fa.

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Tre punti non sono bastati al ct Radomir Antic per portare la Serbia agli ottavi di finale. I balcanici tornano a casa a testa bassa

Tutti eliminati, vincitori e vinti. Australia-Serbia finisce così. Gli oceanici sono affossati dalla peggior differenza reti rispetto al Ghana. I balcanici pagano soprattutto la mancanza di carattere. La squadra di Pim Verbeek esce a testa alta. Quella di Radomir Antic decisamente meno.

Eppure il primo tempo si gioca a una porta sola: quella australiana. Branislav Ivanovic, difensore del Chelsea, e Milos Krasic, centrocampista del CSKA Mosca, mettono paura più volte al portiere Mark Schwarzer. L’occasione più clamorosa arriva al 23’. Ivanovic colpisce di testa dal limite dell’area piccola, ma l’estremo difensore avversario compie un miracolo. Poco prima aveva deviato in angolo un tiro di Krasic, bravo a liberarsi di Jason Culina e a battere a rete. Quello serbo non è un dominio assoluto, ma basta a far sì che l’Australia non vada vicina al gol per tutta la prima frazione.


Nella ripresa lo scenario si ribalta. Il centrocampista del Palermo Mark Bresciano si vede respingere due belle conclusioni da Vladimir Stojkovic. La Serbia inizia ad arretrare. Al 69’ Tim Cahill, centrocampista dell’Everton, vince il derby “inglese” col difensore del Chelsea Nemanja Vidic: sul cross dalla destra di Brett Emerton, l’australiano stacca più alto e batte Stojkovic con un bel colpo di testa. Antic ora è fuori dal Mondiale. Verbeek comincia a crederci. Gli dà ragione il suo attaccante Brett Holman, che segna il 2-0 con un bel tiro da fuori area. Mancano venti minuti alla fine. I socceroos devono fare altri due gol per qualificarsi.

Ma l’illusione dura poco. All’84’ Marko Pantelic ribadisce in rete un tiro di Zoran Tosic respinto da Schwarzer. Adesso sono i serbi a sperare. Il pareggio significherebbe passaggio del turno. Pantelic la mette detto dentro ancora: annullato per fuorigioco. E’ in posizione irregolare anche al 93’, quando riceve palla smarcato a pochi passi dalla porta. Il guardalinee lascia giocare. Pantelic calcia alto. E’ finita, per serbi e australiani. Passano Germania e Ghana. A Johannesburg, lontano da qui, vincitori e vinti festeggiano insieme.

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Il portiere sloveno Handanovic, immobile sul primo gol statunitense che ha avviato la rimonta

Due gol per tempo. Due gol per squadra. Un punto per uno. E’ in pareggio il bilancio di Slovenia-Stati Uniti. I balcanici puntavano a rafforzare il primo posto nel girone. Gli americani volevano confermare la buona impressione dell’esordio contro l’Inghilterra. Ne è uscita una partita avvincente, in bilico fino all’ultimo secondo.

I primi dieci minuti passano senza emozioni. Nasce il sospetto che anche stavolta la noia la farà da padrona. Niente di più sbagliato. Al 13’ Valter Birsa, centrocampista sloveno, trafigge il portiere Tim Howard con un sinistro perfetto da lontano. Gli Stati Uniti vacillano e stentano a riprendersi. Ma poi iniziano a premere sugli avversari. Jozy Altidore semina il panico nella difesa balcanica. Una sua giocata sulla destra gli procura un buon calcio di punizione. Batte Josè Torres, che si vede respingere il tiro dal portiere dell’Udinese Samir Handanovic. Tra il 38’ e il 40’ gli americani hanno due occasioni clamorose. Prima Findley entra in area da sinistra e cerca Donovan sul palo opposto, senza trovarlo. Poi Altidore infila la retroguardia slovena, ma invece di tirare in porta cerca un passaggio di troppo e l’azione si perde. Gli Stati Uniti sono leziosi, la Slovenia no. A tre minuti dalla fine del primo tempo, i balcanici castigano ancora la squadra di Bob Bradley. Milivoje Novaković serve in profondità Zlatan Ljubijankic. Il centravanti scatta sul filo del fuorigioco e supera Howard con un tocco di piatto. E’ una mazzata tremenda per gli States. In questo momento la Slovenia è matematicamente qualificata agli ottavi di finale.

Sembra una partita chiusa. E invece è una delle gare più sorprendenti di questo Mondiale. Neanche il tempo di tornare in campo e gli Stati Uniti accorciano le distanze. Al secondo minuto della ripresa, Landon Donovan entra in area dalla destra. Potrebbe crossare, passarla, cercare il dribbling. Tira in porta da posizione impossibile. E segna. Gli sloveni, però, reggono bene il colpo. Per mezz’ora non succede quasi nulla. Gli uomini di Bradley hanno in mano il gioco, ma non creano occasioni. A completare la rimonta ci pensa il figlio del ct americano. Michael Bradley, centrocampista, mette in rete una bella sponda di testa di Altidore. Mancano dieci minuti alla fine. Ora gli Stati Uniti potrebbero vincere. Glielo impedisce l’arbitro Koman Coulibaly, che all’85’ annulla un gol regolare di Maurice Edu. Potrebbe tornare in vantaggio anche la Slovenia: Aleksandar Radosavljevic sfodera un bel tiro da fuori, respinto da Handanovic.

Alla fine vince solo lo spettacolo. Il pareggio premia gli Stati Uniti, che vincendo nell’ultima gara con l’Algeria avranno ottime possibilità di passare il turno. Gli sloveni dovranno cercare l’impresa contro l’Inghilterra. Stasera gli uomini di Fabio Capello affrontano la squadra africana, in un match dal risultato apparentemente già scritto. Non si può dire lo stesso della classifica finale del girone C. Per conoscere le qualificate agli ottavi, bisognerà attendere il 23 giugno.

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Zdravko Kuzmanovic, centrocampista della Serbia. Una sua ingenuità ha provocato il rigore che ha affossato i balcanici

Si apre oggi un capitolo speciale di Balcanews: in collaborazione con la testata La Sestina, seguiremo il cammino “mondiale” di Serbia e Slovenia, le due Nazionali balcaniche che si sono qualificate per Sudafrica 2010. Come sempre in questo blog, cercheremo di restituire uno spaccato di ex Jugoslavia (in questo caso sportiva), senza pretendere di raccontarla esaustivamente. Anche il calcio può dirci qualcosa su ciò che succede oltre l’Adriatico: proveremo a trasmettervi fatti, storie, emozioni che ci aiutino a capire chi sono i nostri “vicini” e come vivono uno degli eventi più seguiti dalla popolazione mondiale.

Finisce con un serbo che esulta. Ma è il Ghana a vincere. Milovan Rajevac, ct delle Stelle Nere, porta a casa la prima vittoria di una squadra africana in questo Mondiale. Un successo meritato, che arriva al termine di una gara non esaltante, come molte di quelle viste finora in Sudafrica.

Il primo tempo scorre via senza emozioni forti. Chi si aspettava una Serbia padrona del gioco rimane deluso. Gli uomini del ct Radomir Antic sono spenti, senza idee, incapaci di avvicinarsi all’area di rigore avversaria. Gli unici brividi per gli africani arrivano dai calci piazzati. Provano a far male due “italiani”: prima l’interista Dejan Stankovic sforna un assist non sfruttato dal centravanti Marko Pantelic. Poi esce di poco una punizione del laziale Aleksandar Kolarov. Più pericolosi i tentativi degli africani, che giocano palla a terra e affondano soprattutto a sinistra, sfornando cross insidiosi respinti con affanno dai serbi. In bella evidenza il gioiellino dell’Udinese Kwadwo Asamoah: dai suoi piedi passano molte azioni d’attacco ghanesi.

La ripresa si apre con un’occasione per parte. Asamoah Gyan, a segno ai Mondiali tedeschi del 2006, spreca in malo modo un contropiede due contro due. Lo imita Milan Jovanovic, che entra in area da sinistra ma svirgola il tiro. E’ uno dei pochi sussulti della Serbia: i balcanici tremano più volte per le incursioni di Andrè Ayew, figlio di Abedì Pelè, giocatore del Torino degli anni ’90. L’occasione più grande arriva al 60’. Su una rimessa laterale, la difesa serba si addormenta e Gyan colpisce di testa: palo esterno. Poi la partita sembra spegnersi. La riaccende Aleksandar Lukovic, difensore dell’Udinese, che si fa espellere per doppia ammonizione a un quarto d’ora dalla fine. Tipico paradosso calcistico: il Ghana inizia a subire gli avversari adesso che sono in inferiorità numerica. Milos Krasic impegna il portiere Richard Kingson con un tiro deviato in angolo. Branislav Ivanovic, stella del Chelsea, sfiora il gol della vita con una bordata da fuori. Ma all’improvviso accade l’impensabile. Su un innocuo attacco degli africani, Zdravko Kuzmanovic colpisce la palla in area con il braccio. Grande ingenuità che costa un calcio di rigore, nettissimo. Lo trasforma Gyan, il migliore in campo. Sempre lui colpisce un palo (il secondo) a pochi minuti dalla fine. Il 2-0, forse, sarebbe stato eccessivo. Ma sull’1-0 c’è poco da discutere.

Finisce con un serbo che si dispera. Kuzmanovic, centrocampista ex Fiorentina, è il primo colpevole di una sconfitta inaspettata per i balcanici. La squadra di Antic ha deluso per tutti i novanta minuti, messa sotto da una rivale più organizzata del previsto. Stasera c’è Germania-Australia, seconda gara del girone D. La prima ha regalato poche emozioni. E una grande sorpresa.

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Il ministro della Difesa Ignazio La Russa al Corriere della Sera: "Se contrasta con la riduzione del contingente nei Balcani, il comando centrale del Kosovo è un problema"

L’Italia rinuncia al comando della Kfor. La Kosovo force, la forza militare internazionale diretta dalla Nato per garantire la stabilità e la ricostruzione dell’area, è a guida tedesca dal settembre 2009. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno corteggiato il nostro Paese per chiedergli di assumere le redini della missione. La crisi economica ha spinto il governo a rifiutare. Berlusconi intende aumentare i militari in Afghanistan, riducendo allo stesso tempo quelli inviati nei Balcani.

La Kfor è attiva in ex Jugoslavia dal 1999. Nel periodo della massima partecipazione ha contato 50 mila soldati e 39 Stati partecipanti. Oggi le nazioni presenti sono 31, per un totale di circa 10 mila militari. Italia, Usa e Germania contribuiscono con più di mille effettivi ciascuna. Gli americani avrebbero voluto che il Belpaese prendesse il controllo del comando centrale e di quello nordoccidentale, uno dei due ai quali si ridurranno gli attuali cinque comandi locali. La seconda richiesta è stata accettata. La prima è stata respinta.

Giuseppe Emilio Gay, l'ultimo dei 4 comandanti italiani tra i 14 che finora si sono succeduti alla guida della missione

Accogliere la proposta statunitense avrebbe comportato l’impiego di 200 militari in più: una spesa difficile da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica, specie alla luce dell’attuale congiuntura economica. Quello italiano non è un caso isolato: “E’ molto difficile per i governi sostenere davanti alla gente tagli profondi ai programmi sociali, educativi e alle pensioni, ma non al budget della difesa”, ha detto al Times Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. “E’ ovvio che anche questi bilanci saranno colpiti dalla crisi economica”.

Una missione a guida italiana sarebbe stata apprezzata dalla Serbia, in buoni rapporti con Roma e in pessime relazioni con la sua (ex) provincia ribelle. Il nostro governo, però, ha già previsto il dimezzamento del proprio contingente da 1.200 a 650 persone. E le manovre correttive allo studio in diversi Paesi europei potrebbero portare alcuni di questi a seguire la stessa strada. Non sappiamo quanto a lungo la Kfor resterà “tedesca”. Ma di sicuro molto difficilmente diventerà più “italiana”.

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