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Archive for gennaio 2011

Milo Djukanovic con Silvio Berlusconi, in visita in Montenegro nel marzo 2009 (corrieremontenegrino.it)

Milo Djukanovic chiederà i danni alla giustizia italiana. L’ex primo ministro del Montenegro, indagato a Bari per contrabbando di sigarette, ha visto archiviata l’inchiesta a suo carico nello scorso maggio. Ma non è soddisfatto dalle motivazioni presentate dagli inquirenti.

La procura, infatti, ha interrotto il procedimento contro Djukanovic a causa dell’immunità diplomatica di cui godeva, in quanto capo di governo. La Repubblica riporta le dichiarazioni rilasciate pochi giorni fa dall’accusato: “In tal modo i giudici hanno cercato di uscire dal vicolo chiuso in cui si trovavano. Dopo dieci anni di indagini è difficile fare marcia indietro e dire: abbiamo sbagliato. E’ molto più facile appoggiarsi sull’immunità”. Ma chi è Milo Djukanovic?

Igor Luksic, primo ministro montenegrino, successore di Djukanovic. A 35 anni è il più giovane capo di governo al mondo (bh-news.com)

Nato a Niksic (seconda città del Montenegro) 49 anni fa, è stato primo ministro del suo Paese due volte: la prima dal 1991 al 1998, la seconda dal 2003 allo scorso 21 dicembre. Tra il 1998 e il 2003 ha ricoperto la carica di presidente. Durante le guerre jugoslave si è reso ostile a Milosevic e ha conquistato il consenso popolare con un programma di apertura all’economia di mercato e di cooperazione con l’Occidente. Negli anni successivi, però, si è parlato con sempre maggiore insistenza dei suoi rapporti col narcotrafficante Darko Saric e con le mafie italiane.

Per la procura di Bari e per quella di Napoli – che a sua volta lo ha indagato per contrabbando – Djukanovic era un pericoloso criminale. Per il governo Berlusconi era un importante partner commerciale, soprattutto nel campo dell’energia. Ora in Montenegro non è più al comando. Ma il suo potere, è facile immaginarlo, è tutt’altro che svanito.

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Luciano Benetton, presidente e fondatore del gruppo, composto da 55 società. Di queste, 40 hanno sede all'estero

Dopo la Fiat, la Benetton. Il gruppo industriale veneto starebbe per spostare una parte della sua produzione in Serbia: è la notizia portata alla luce dal Fatto Quotidiano, che cita come fonti la tv e il governo di Belgrado. Destinazione dell’investimento sarebbe Nis, cento chilometri a sud di Kragujevac, dove la Fiat produrrà la monovolume L0.

Con circa 290 mila abitanti, Nis è la terza città della Serbia. Qui è nato l’imperatore romano Costantino. E qui la Benetton dovrebbe rilevare l’area industriale dismessa dell’impresa tessile Niteks. Il condizionale è d’obbligo, perché l’accordo tra l’azienda italiana e il governo serbo non è ancora stato firmato. Belgrado chiede l’assunzione dei 600 dipendenti Niteks rimasti senza lavoro. Per ognuno di loro, è disposto a versare a Benetton una cifra compresa tra i 4 mila e i 10 mila euro.

Nis è all'incrocio tra le autostrade che connettono l'Asia Minore al Vecchio Continente. Una posizione strategica per Benetton

A operazione conclusa, dice il Fatto, quasi l’80% dei capi d’abbigliamento dell’azienda saranno prodotti all’estero. Un dato che fa impressione, soprattutto se paragonato alla quota di vendite del gruppo in Italia (il 45%), e che diventa inquietante, se accostato alle voci di licenziamenti che corrono negli stabilimenti di Ponzano e Castrette, in provincia di Treviso.

Perché anche Benetton va in Serbia? Per lo stesso motivo della Fiat: per risparmiare. Il gruppo torinese può dare agli operai di Kragujevac 400 euro, contro i 1.100-1.200 di chi lavora in Piemonte. L’azienda veneta non si comporterà diversamente. Del resto, nel Paese balcanico la paga media è di 80 euro. E a Nis nessuno farà un referendum. Chi non ha lavoro dice sempre di sì.

Leggi anche: Fiat in Serbia per risparmiare. E Kragujevac “resuscita”

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Una veduta di Travnik, la città bosniaca che ha dato i natali allo scrittore Ivo Andric

Ivo Andric scrisse La cronaca di Travnik tra gli anni ’20 e il 1942, tra lunghe meditazioni e approfondite ricerche. Nel 1945 vide pubblicata la sua opera, tradotta in italiano nel 1961, l’anno in cui vinse il Nobel. Il libro racconta la storia del console francese Jean Daville: inviato in Bosnia da Napoleone, si trova immerso in una miscela di culture diverse tra di loro e diverse dalla sua, e riflette su se stesso e su ciò che lo circonda. Anziché darvi altre informazioni sul romanzo, vogliamo offrirvene un assaggio: il passo che segue è un piccolo saggio della bravura di Andric, del suo straordinario talento letterario nel descrivere l’animo umano.

Finché l’uomo vive nel suo ambiente e in condizioni normali, gli elementi del curriculum vitae rappresentano per lui periodi importanti e svolte significative della sua vita. Ma appena il caso o il lavoro o le malattie lo separano dagli altri e lo isolano, questi elementi di colpo cominciano a scolorirsi, si inaridiscono e si decompongono con incredibile rapidità, come una maschera di cartone o di lacca senza vita, usata una volta sola. Sotto questa maschera comincia a intravedersi un’altra vita, conosciuta solo a noi, ossia la “vera” storia del nostro spirito e del nostro corpo, che non è scritta da nessuna parte, di cui nessuno suppone l’esistenza, una storia che ha molto poco a che fare con i nostri successi in società, ma che è, per noi, per la nostra felicità o infelicità, l’unica valida e la sola davvero importante.

Andric davanti al ponte sulla Drina, che ha dato il nome al suo romanzo più famoso

Sperduto in quel luogo selvaggio, durante le lunghe notti, quando tutti i rumori erano cessati, Daville pensava alla sua vita passata come a una lunga serie di progetti audaci e di scoraggiamenti noti a lui solo, di lotte, di atti eroici, di fortune, di successi e di crolli, di disgrazie, di contraddizioni, di sacrifici inutili e di vani compromessi. Nelle tenebre e nel silenzio di quella città che ancora non aveva visto ma in cui lo attendevano, senza dubbio, preoccupazioni o difficoltà, sembrava che nulla al mondo si potesse risolvere né conciliare. In certi momenti gli pareva che per vivere fossero necessari sforzi enormi e per ogni sforzo una sproporzionata dose di coraggio. E, visto nel buio di quelle notti, ogni sforzo gli sembrava infinito. Per non fermarsi e rinunciare, l’uomo inganna se stesso, sostituendo gli obiettivi che non è riuscito a raggiungere con altri, che ugualmente non raggiungerà; ma le nuove imprese e i nuovi tentativi lo obbligheranno a cercare dentro di sé altre energie e maggiore coraggio. Così l’uomo si autoinganna e col passare del tempo diviene sempre più e senza speranza debitore verso se stesso e verso tutto quello che lo circonda.

Leggi anche: I Balcani di Ivo Andric: un ponte tra le diversità

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Il villaggio di Kustendorf, fatto costruire dal regista Kusturica nel 2004

«In questo villaggio tutto è al contrario. Normalmente sono i cittadini che scelgono il sindaco. Qui sono io a scegliere gli ospiti». Emir Kusturica definisce così Kustendorf, il villaggio serbo fatto costruire da lui nel 2004. Qui si svolge la rassegna cinematografica e musicale ideata dal regista: il Kustendorf Film and Music Festival, che quest’anno è giunto alla sua quarta edizione e si svolgerà dal 5 all’11 gennaio.

Kustendorf è vicino alla frontiera con la Bosnia. Qui è stato girato La vita è un miracolo (2004), il primo lungometraggio di Kusturica dopo i grandi successi Underground (1995) e Gatto nero, gatto bianco (1998). Le riprese del film durarono due mesi: due mesi in cui Emir partorì l’idea di un creare un borgo tutto per sé. «Avevo una città, Sarajevo, che ho perso con la guerra. Decisi dunque di costruirne un’altra». Kustendorf si trova a 700 metri di altezza, con intorno montagne che arrivano ai 1500: un paesaggio incantato, fatto di baite di legno e boschi innevati, adatto per accogliere l’utopia di un regista eccentrico. E geniale.

Il presidente serbo Tadic con Johnny Depp, protagonista del Festival di Kustendorf del 2010

Il Festival è partito nel 2008. Quest’anno il grande protagonista – oltre a Kusturica, s’intende – è Abbas Kiarostami. Il grande cineasta iraniano, a cui è dedicata una retrospettiva, terrà lezioni di cinema. Da segnalare anche un workshop, tenuto dal padrone di casa, su Roma di Fellini e una serie di incontri con Gael Garcia Bernal, il Che Guevara di I diari della motocicletta. Sarà proprio Bernal a chiudere la kermesse, che nel 2009 si era conclusa con un concerto della band di Kusturica, la No Smoking Orchestra. La musica non manca neanche quest’anno: si esibiranno gruppi di tutto il mondo, dalla Tanzania alla Francia, dagli Stati Uniti alla Norvegia. E dalla Serbia, naturalmente, con i Beogradski Sindikat.

«Qui la natura è fantastica. La gente della regione non ha mai pensato di costruire qualcosa su quella cima, perché aveva paura del vento. L’ho fatto io». L’ego di Kusturica, enorme quanto il suo talento, trova posto in mezzo ai monti balcanici. Per una settimana, a fargli compagnia ci saranno artisti e spettatori. Che però, se non piacessero a Emir, potrebbero venir cacciati da un momento all’altro. Qui è il sindaco che sceglie i cittadini.

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Il Palazzo della Pace all'Aja, sede della Corte internazionale di giustizia

Dodici mesi di Balcani. Dalla questione Kosovo al processo a Karadzic, il secondo semestre del 2010 è stato denso di avvenimenti, concentrati attorno ad un unico epicentro: Belgrado.

Luglio. L’indipendenza del Kosovo è legittima. Lo dice la Corte di giustizia dell’Aja, secondo cui la dichiarazione unilaterale del 17 febbraio 2008 non viola le leggi internazionali. Milorad Dodik, primo ministro della Repubblica serba di Bosnia, esulta: “Se il Kosovo diventa indipendente, non vedo perché non dovremmo esserlo anche noi”.

Agosto. Esplode il caso Fiat Serbia. L’ad Marchionne ha deciso: la monovolume L0 non verrà prodotta a Mirafiori, ma a Kragujevac. Il motivo è semplice: gli operai balcanici ricevono uno stipendio di 400 euro, contro i 1.100-1.200 di chi lavora a Torino. Per i lavoratori serbi è una boccata d’ossigeno. Per quelli italiani una mazzata tremenda.

Vuk Jeremic, ministro degli Esteri serbo, ha annunciato la volontà di dialogare col Kosovo

Settembre. Belgrado accetta di dialogare con Pristina. Le Nazioni Unite adottano una proposta di risoluzione sul Kosovo in cui Bruxelles si propone di mediare tra le parti. L’argomento “indipendenza” resta delicatissimo, ma c’è un fatto nuovo: la disponibilità della Serbia a intrattenere relazioni diplomatiche con la provincia ribelle.

Ottobre. L’estrema destra serba fa tremare l’Europa. Il 10 ottobre gli ultranazionalisti omofobi devastano la capitale in occasione del Gay Pride. Il 14 i “tifosi” più violenti della Nazionale di calcio impediscono lo svolgimento della gara con l’Italia, a Genova. Due avvenimenti che allontanano Belgrado dall’Unione europea: esattamente il risultato sperato dai criminali.

Il presidente serbo Boris Tadic si è scusato per la strage di croati a Vukovar, nel 1991

Novembre. Dopo le scuse per Srebrenica, quelle per Vukovar. Il presidente serbo Tadic chiede perdono ai croati per lo sterminio di 261 persone nell’agosto 1991. Il passato recente balcanico pesa come un macigno: a metà mese Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, accusa le autorità serbe di non fare abbastanza per trovare il latitante Ratko Mladic.

Dicembre. Muore il diplomatico statunitense Richard Holbrooke. “Mi promise l’impunità in cambio del mio ritiro a vita privata”: lo dice Radovan Karadzic, il boia di Srebrenica sotto processo all’Aja. Lui stesso ammette che non esistono testimonianze scritte dell’accordo. Il racconto del massacratore può essere anche considerato verosimile. Ma per ora è impossibile da provare.

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