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Archive for aprile 2013

Dubrovnik è culla di bellezza, ma anche di civiltà: la sua repubblica marinara fu il primo stato europeo ad abolire la schiavitù nel 1416 (justdubrovnik.com)

Dubrovnik è culla di bellezza, ma anche di civiltà: la sua repubblica marinara fu il primo stato europeo ad abolire la schiavitù nel 1416 (justdubrovnik.com)

Il primo referendum della storia croata si tenne nel ’91: riguardava l’indipendenza dalla Jugoslavia. Il secondo nel 2012: in gioco l’adesione all’Unione europea. Il terzo c’è stato domenica, e aveva per materia… un campo da golf. La questione però è più importante di quanto possa sembrare: la struttura dovrebbe nascere sull’altopiano che sovrasta Dubrovnik, meravigliosa città costiera nel sud del Paese. E potrebbe deturpare un’area ritenuta patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

La prima notizia è che il campo si farà. La consultazione promossa dagli ambientalisti è fallita: ha votato solo il 31% di chi ne aveva diritto, e il quorum necessario era del 50%. Il progetto vale poco più di un miliardo, e comprende ville, hotel, ristoranti, club di equitazione: in tutto una zona di 300 ettari. Gli investitori (il principale è un gruppo israeliano) assicurano che porteranno alla città mille posti di lavoro e ricchi turisti appassionati di golf.

Quello di due giorni fa è stato il primo referendum che si è tenuto su richiesta dei cittadini. Paradossalmente quelli di Bosanka, villaggio di trenta case che si trova sulla collina in questione, sono a favore dell’edificazione: il terreno è di proprietà privata e gli imprenditori hanno già pagato a chi lo possiede un anticipo di circa 100mila euro. Perfino in questa vicenda si inserisce la frase ricorrente “ce lo chiede l’Europa”: i sostenitori del progetto dicono che bloccarlo avrebbe mandato un messaggio negativo agli investitori stranieri, a pochi mesi dall’ingresso della Croazia nella Ue.

Certo in passato Dubrovnik è stata colpita in modo molto più tragico, e nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che potrebbe succederle ora. Nel ‘600 un terremoto la rase quasi al suolo; a inizio anni ’90 fu bombardata. È risorta entrambe le volte, in tutta la sua bellezza. Che ora è minacciata da un “semplice” complesso sportivo.

FONTI: Ansa, La Repubblica, LaPresse

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Mitrovica, Kosovo nord: manifestazione serba contro l'accordo di Bruxelles (osservatorioitaliano.org)

Mitrovica, Kosovo nord: manifestazione serba contro l’accordo di Bruxelles (osservatorioitaliano.org)

La svolta sembra esserci stata. Alcuni giorni fa a Bruxelles le autorità di Belgrado e Pristina hanno trovato un accordo per “normalizzare” i loro rapporti, e avvicinare i rispettivi obiettivi. La Serbia punta a entrare nell’Unione europea, in particolare a ottenere una data per l’avvio dei negoziati. Il Kosovo vuole percorrere la stessa strada, anche se servirà più tempo, e cerca un riconoscimento sempre maggiore sul piano internazionale.

L’intesa raggiunta concede autonomia alle municipalità kosovare del nord, a maggioranza serba; in cambio Belgrado smantella le sue strutture di polizia nella regione, ma mantiene un suo uomo a capo del comando comune di quelle municipalità. Il primo ministro di Pristina sostiene che l’accordo sancisce il riconoscimento dell’indipendenza dichiarata unilateralmente nel 2008; il governo serbo smentisce, e sottolinea di aver ottenuto che nel testo non si parlasse di una possibile adesione del Kosovo all’Onu.

Interpretato diversamente dalle due parti, forse distorto a scopi elettorali o comunque di consenso popolare, l’accordo dei giorni scorsi pare davvero un passo avanti importante. La Slovenia è già nella Ue, la Croazia entrerà a luglio, e la Serbia ora sembra aver rimosso un ostacolo preoccupante. Le autorità di Belgrado parlano di possibile referendum sull’intesa, e l’annuncio di una consultazione arriva anche dal Kosovo a maggioranza serba, dove ieri oltre 10mila persone hanno manifestato per dire che vogliono una tutela maggiore dei loro interessi. Al momento però nessuna delle reazioni pare avere la forza necessaria per far cambiare strada ai due governi.

FONTI: Euronews, Ansa, Osservatorio Balcani e Caucaso, Repubblica, East Journal, Reset

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Il “ministro degli Esteri” europeo Catherine Ashton con il presidente croato Ivo Josipovic (www.eu-un.europa.eu)

È iniziato oggi un viaggio di Catherine Ashton nei Balcani occidentali. L’Alto rappresentante per la politica estera della Ue dovrebbe cominciare dal Montenegro e poi toccare Albania, Macedonia, Serbia e Kosovo. La visita arriva in un momento delicato per i rapporti tra Belgrado e Pristina, e nei giorni in cui dovrebbe arrivare un rapporto della Commissione europea sugli eventuali progressi fatti dai Paesi candidati a entrare nell’Unione.

La Ashton ha spiegato il tour balcanico con la volontà di rafforzare la “prospettiva europea” degli Stati della regione. I candidati sono Macedonia, Montenegro e Serbia; un passo più indietro, cioè allo status di “potenziali candidati”, si trovano Albania, Bosnia e Kosovo. Molto più avanti la Croazia, che a luglio dovrebbe diventare il 28° membro della Ue. Proprio oggi a Zagabria era previsto un incontro tra il commissario europeo alla Giustizia e il presidente croato. L’adesione del suo Paese sembrava poter essere rinviata per contrasti con la Slovenia, già dentro l’Unione, ma un paio di settimane fa il parlamento di Lubiana pare aver sbloccato la questione, ratificando l’adesione della Croazia.

Più incerto il percorso degli Stati candidati, o potenziali tali. In particolare nelle ultime settimane si è parlato di possibile rallentamento per la Serbia, che non riesce a fare passi avanti nel dialogo col Kosovo. Proprio la Ashton ha fatto da mediatrice negli scorsi mesi, finora senza successo. Integrare nella Ue i Paesi balcanici, e in particolare quelli ex-jugoslavi, dovrebbe essere un modo anche per contribuire a “stabilizzare” l’area, a pochi anni dalla fine dai conflitti degli anni ’90. In questo momento, per fortuna, l’unica “guerra” che ferisce il continente è quella della crisi economica. Crisi che si sente con forza anche da Belgrado a Sarajevo. E che potrebbe essere uno degli argomenti centrali dei colloqui di questi giorni dell’Alto rappresentante.

FONTI:  Ansa, Tgcom, Il Piccolo

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Milorad Dodik e Radovan Karadzic (krupljani.ba)

Milorad Dodik e Radovan Karadzic (krupljani.ba)

A volte viene da pensare che Beppe Grillo sarebbe utile fuori dai confini italiani. Dalla sua Genova dovrebbe fare un migliaio di chilometri verso est, fino a Banja Luka, capoluogo della Repubblica serba di Bosnia (una delle entità in cui la guerra ha diviso il Paese). Una volta arrivato, il comico dovrebbe chiedere del presidente Milorad Dodik, in carica dal 2010, e riservare a lui il trattamento che dedica ai politici italiani. Proviamo a spiegare perché.

Dodik è intervenuto al Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia in difesa di Radovan Karadzic, primo presidente della Repubblica serba di Bosnia, tra ’92 e ’96. L’imputato è accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Dodik ha detto di non aver mai assistito a nessuna delle atrocità di cui Karadzic deve rispondere, e soprattutto ha addossato all’allora presidente bosniaco Izetbegovic la responsabilità della guerra nel Paese. Il suo partito avrebbe armato i musulmani contro i serbi, che secondo Dodik si sarebbero semplicemente difesi, bloccando il presunto progetto di uno Stato islamico.

Ora, non c’è dubbio che tutte le parti in causa nel conflitto jugoslavo – serbi, bosniaci, croati – abbiano commesso atrocità. Ma dire che la guerra in Bosnia è scoppiata perché a Sarajevo si sognava un Paese dominato dalla sharìa è folle. Lo è meno ricordare che a Belgrado si pensava alla Grande Serbia. Lo è meno far presente quello che successe a Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono massacrate migliaia di musulmani.

È grave che l’attuale presidente della Repubblica serba di Bosnia dica certe cose. Che Karadzic negasse tutto e scaricasse la responsabilità su altri era abbastanza prevedibile, purtroppo. Ma ci sembra inquietante che oggi, nel 2013, la guida in carica di una delle istituzioni bosniache si metta in gioco così per difenderlo. Si sarà capito cosa dovrebbe dire Grillo a Dodik, secondo noi. Non ci vuole fantasia. Quella che lo stesso Dodik sembra avere in abbondanza.

FONTI: Euronews, TMNews

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Da sinistra il primo ministro serbo Dačić, quello “degli Esteri” europeo Ashton e il capo del governo kosovaro Thaçi (balkaninsight.com)

Lo stallo politico non è un’esclusiva italiana. A un’altra impasse, anche se ben diversa, si assiste in questi giorni dall’altra parte dell’Adriatico: parliamo di Serbia e Kosovo. Martedì sera si è chiuso l’ottavo round di negoziati a Bruxelles, e un accordo non si è trovato. La discussione riguarda soprattutto le municipalità kosovare a maggioranza serba, e le parole del “ministro degli Esteri” dell’Unione europea – Catherine Ashton – suonano come un avvertimento: “Quella degli scorsi giorni è stata l’ultima tornata di negoziati”.

Chi guarda a Bruxelles con un misto di attrazione e timore (di allontanarsi) è Belgrado, candidata a entrare nella Ue. Più indietro Pristina, per ora solo candidata potenziale (e non riconosciuta da 5 Paesi dell’Unione su 27). Se non si sciolgono le controversie con la provincia ribelle, dichiaratasi indipendente nel 2008, il percorso di integrazione europea della Serbia rischia di rallentare. Sembra che al centro del suo “no” a un’intesa con il Kosovo ci sia la richiesta di avere il controllo di polizia e tribunali nei Comuni a maggioranza serba, quelli del nord.

Da neanche un anno a Belgrado il presidente è Tomislav Nikolic, meno europeista del predecessore Boris Tadic. Ma sembra comunque difficile un abbandono della strada che porta alla Ue. Le autorità serbe non vogliono riconoscere il Kosovo come Stato e non vogliono mollare il “sogno” europeo, anche se reso meno affascinante dalla crisi economica continentale. A luglio nell’Unione entra la Croazia, secondo Paese ex-jugoslavo dopo la Slovenia. Quanto aspetteranno ancora i vicini serbi?

FONTI: Osservatorio Balcani e Caucaso, La Voce della Russia, Il Piccolo, Euronews

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