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Archive for ottobre 2013

Festeggiamenti a Sarajevo per la qualificazione della Bosnia ai Mondiali (tuttosport.com)

Festeggiamenti a Sarajevo per l’accesso della Bosnia ai Mondiali 2014 in Brasile (tuttosport.com)

Due settimane fa la Bosnia ha ottenuto per la prima volta l’accesso ai Mondiali. A Sarajevo tante persone sono scese in piazza a festeggiare. Qualcuno si è chiesto se il calcio può contribuire a rendere più unita la popolazione, divisa anche geograficamente dalle pulizie etniche degli anni ’90. Un bel risultato alla competizione brasiliana della prossima estate potrebbe aiutare; intanto fa piacere scoprire che i luoghi di nascita dei giocatori sono sparsi in tutto il Paese e anche fuori.

Gli accordi post-guerra hanno creato uno Stato composto da più entità: le principali sono la Repubblica serba di Bosnia (Rs) e la Federazione croato-musulmana. I calciatori in campo nel match decisivo per l’accesso al Mondiale provengono da entrambe, e non solo. La Rs ha dato i natali al portiere Begovic, al difensore Bicakcic, ai centrocampista Salihovic e Zahirovic (entrato nel secondo tempo) e all’attaccante Ibisevic, autore del gol-partita. Dalla Federazione arrivano i difensori Lulic e Vrsajevic, i centrocampisti Medunjanin e Pjanic e il bomber Dzeko. Completano il quadro il difensore Spahic, originario di Dubrovnik (Croazia), e il centrocampista Misimovic, nato a Monaco di Baviera.

Va detto che il luogo in cui gli atleti sono venuti alla luce non necessariamente corrisponde a un’etnia precisa. Non è detto che chi è originario della Rs sia serbo, né che i nati nella Federazione siano croati o musulmani. Prima della guerra le tre etnie erano mescolate nelle diverse zone del Paese, e i giocatori citati sono compresi tra la classe ’80 e quella ’90, subito prima che scoppiasse il conflitto. Possibile che ai Mondiali i croati bosniaci tifino la squadra di Zagabria (se si qualificherà), e che nemmeno i serbi bosniaci sostengano quella di Sarajevo (di sicuro non potranno appoggiare quella di Belgrado, rimasta esclusa). Nei prossimi mesi sapremo se la speranza che il calcio abbassi la tensione inter-etnica è solo un’illusione.

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Stefan Füle, commissario europeo per l'Allargamento (inserbia.info)

Stefan Füle, commissario a Bruxelles per l’Allargamento e la Politica europea di vicinato (inserbia.info)

Serbia e Montenegro avanzano verso l’Unione europea. La Bosnia molto meno. La Macedonia resta in stallo. Si possono sintetizzare così – per quanto riguarda i Paesi ex jugoslavi – i rapporti sull’allargamento della Ue pubblicati pochi giorni fa dalla Commissione. Bruxelles ne ha steso uno anche per il Kosovo, che però sembra più interlocutorio, dato lo status tuttora indefinito della regione di Pristina, che è comunque considerata “potenziale candidata” a entrare nell’Unione, esattamente come Sarajevo. Hanno già fatto più strada invece Belgrado, Podgorica e Skopje, classificate come “candidate”.

Serbia. La Commissione scrive che “soddisfa a sufficienza i criteri politici” necessari. Sottolinea che è fondamentale continuare il dialogo col Kosovo, la riforma della giustizia, la lotta alla corruzione e difendere libertà dei media, minoranze e ambiente. Tutti ambiti in cui Belgrado ha dei problemi, ma i negoziati con Pristina avviati ad aprile sembrano aver messo in discesa la strada verso Bruxelles.

Montenegro. Il rapporto parla di “ulteriori progressi” compiuti nella costruzione di un’economia di mercato funzionante, e riconosce che i criteri politici richiesti dalla Ue sono rispettati. I temi principali su cui la Commissione si aspetta miglioramenti sembrano essere il crimine organizzato e la corruzione “di alto livello”, in un Paese dominato da decenni dalla stessa classe politica, incarnata dall’attuale primo ministro Djukanovic.

Macedonia. Bruxelles ricorda che è candidata dal 2005, e soddisfa i criteri politici necessari. Poi raccomanda “per il quinto anno di fila” l’avvio dei negoziati di adesione. A bloccarli sarebbero soprattutto le dispute in corso con Grecia e Bulgaria: nel primo caso c’entra il nome (Macedonia è anche quello di una regione ellenica), nel secondo la lingua (Sofia sostiene che quello parlato a Skopke è solo un dialetto bulgaro).

Bosnia. Dal rapporto pare trapelare irritazione. Si inizia dicendo che Sarajevo ha fatto progressi “molto limitati” verso il rispetto dei criteri politici necessari. Si aggiunge che i politici locali continuano a non avere una visione condivisa del futuro del Paese, e a non applicare la sentenza europea Sejdic-Finci, che riguarda la discriminazione dei cittadini su base etnica. Infine si denuncia l’assenza di coordinamento tra i vari livelli di governo, per quanto riguarda i temi legati alla Ue. Bruxelles resta lontana, almeno per ora.

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La proprietà dell'impianto di Krsko è condivisa da Slovenia e Croazia (freeopinionist.com)

La proprietà dell’impianto di Krsko è condivisa da Slovenia e Croazia (freeopinionist.com)

La centrale nucleare di Krsko torna a far parlare di sé, e anche stavolta non in positivo. Negli scorsi giorni sono stati segnalati guasti meccanici all’impianto sloveno. Da due settimane nella struttura sono in corso lavori di manutenzione che sarebbero dovuti finire a inizio novembre, ma che ora dovrebbero prolungarsi proprio a causa degli ultimi problemi. Diciamo ultimi, perché più volte negli anni si è parlato di incidenti più o meno gravi, ma difficili da verificare giornalisticamente.

Il presidente della centrale ha ammesso che il danno scoperto nelle scorse ore è maggiore di quanto sembrava inizialmente, ma ha assicurato che non ha avuto impatto sull’ambiente. La “revisione” di queste settimane viene effettuata una volta l’anno, quando l’impianto viene spento e si procede a operazioni come la sostituzione delle barre di uranio esaurite: in questo caso, dovrebbero esserne cambiate 56 sulle 121 totali.

Il guasto di cui si è avuta notizia nel fine settimane riguarda proprio tre barre di uranio. Krsko produrrebbe oltre il 30% del fabbisogno energetico sloveno, ed è molto vicina al confine croato. Lì si trova l’unico impianto nucleare del Paese, in un comune di neppure 30mila abitanti. La struttura è attiva esattamente da trent’anni. “Garantiamo un alto livello di sicurezza”, si legge sul sito web della centrale, che organizza anche visite guidate “per circa 5mila persone all’anno”. Ma continua ad attirare soprattutto l’attenzione degli ambientalisti.

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Piazza Ban Jelacic, il cuore di Zagabria

Piazza Ban Jelacic, cuore di Zagabria, mix tra architettura austro-ungarica e consumismo selvaggio

Mentre il governo italiano assicura che quest’anno il rapporto deficit/pil non sforerà il 3%, a pochi chilometri di distanza c’è chi si è già rassegnato a superare la soglia. Il 28° Paese entrato nell’Unione europea prepara una manovra correttiva: la Croazia ha un deficit molto più alto del previsto, e sembra ormai inevitabile una procedura d’infrazione da Bruxelles.

Riorganizzazione del sistema fiscale, razionalizzazione della pubblica amministrazione, privatizzazioni: sono alcune delle misure annunciate dal primo ministro Milanovic un paio di settimane fa. Il capo del governo ha escluso provvedimenti troppo pesanti: “Non credo che tutti i nostri problemi sarebbero risolti se licenziassimo decine di migliaia di dipendenti pubblici”, ha detto con evidente riferimento alle disgrazie greche. Il timore, però, è che le sue parole si rivelino una profezia involontaria: se la direzione tracciata dalle autorità di Zagabria non basterà a sistemare i conti, il Paese rischia di vedersi imporre tagli durissimi dall’Europa, proprio come è successo ad Atene.

Nei primi nove mesi di quest’anno le entrate dello Stato croato sono diminuite del 2% rispetto allo stesso periodo del 2012, mentre le spese sono cresciute del 3,5%. Il ministro delle Finanze ha annunciato che presto sarà necessaria una manovra, motivandola con l’aumento degli interessi sui titoli nazionali (il famigerato spread) e con le centinaia di milioni di trasferimenti che Zagabria deve a Bruxelles da luglio, quando è entrata nell’Unione. Non è chiaro ancora cosa dovranno subìre i cittadini croati, e quanta austerità vivranno sulla loro pelle nei prossimi mesi. Molto potrebbe dipendere dalla politica economica europea, che con il suo rigore sembra aver risolto ben pochi problemi.

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