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Archive for novembre 2013

Hannes Swoboda, Enrico Letta e Zoran Milanovic (foto Party of European Socialists, http://bit.ly/InnB8Z)

Hannes Swoboda, Enrico Letta e Zoran Milanovic (foto Party of European Socialists, http://bit.ly/InnB8Z)

Se fossimo in Italia, diremmo di non fidarci troppo. Ma se i sondaggi croati sono un po’ più attendibili dei nostri, allora il risultato del referendum di domenica è scontato. I cittadini saranno chiamati al voto sui matrimoni gay: secondo l’ultima rilevazione quasi il 70% sarebbe contrario.

I promotori della consultazione vogliono che la Costituzione tuteli esplicitamente le unioni “tra uomo e donna”, espressione al momento assente. Un intervento preventivo per evitare che in futuro alle coppie omosessuali possa essere concesso di sposarsi. Contro questa possibilità spingono la potente Chiesa nazionale, i vertici delle comunità religiose minoritarie (ortodossi serbi e musulmani bosniaci) e i partiti di centrodestra, opposizione in parlamento.

Di parere contrario il centrosinistra e il governo di Zoran Milanovic, in carica da quasi due anni. D’accordo con loro – secondo il sondaggio più recente – sarebbe il 27% della popolazione. Gli indecisi, che in Italia la fanno spesso da padrone, in questo caso sono relegati a un misero 5%. La maggioranza parlamentare, almeno su questo tema, pare netta minoranza tra i cittadini: una situazione ricorrente in Croazia, ricorda Osservatorio Balcani.

Il referendum in programma tra pochi giorni è il primo mai organizzato su richiesta popolare nel Paese. A Zagabria, da luglio nell’Unione europea, guarda con attenzione con Bruxelles. Hannes Swoboda – presidente dei socialisti e democratici comunitari – ha chiesto ai croati di scegliere “progresso e uguaglianza”, senza cedere a “politiche arretrate” e discriminatorie. Un invito che sembra destinato a cadere nel vuoto.

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L'europarlamentare Roberto Gualtieri guida la missione di osservazione elettorale in Kosovo (foto: European Parliament)

L’eurodeputato Roberto Gualtieri guida gli osservatori elettorali in Kosovo (foto European Parliament)

Una tenaglia. È quella in cui sembrano trovarsi le persone di etnia serba che vivono nel nord del Kosovo. Domenica è stato ripetuto il voto comunale in tre seggi di Mitrovica, città divisa a metà tra serbi e albanesi. Al primo tentativo c’erano state violenze, con distruzione delle schede e pestaggi dei presenti alle urne, da parte di chi vuole ostacolare il processo elettorale. Intimidazioni per spingere a non votare, quindi; ma si parla di minacce e tentativi di “corruzione” anche in senso opposto.

Dietro a tutto sta l’accordo Serbia-Kosovo dello scorso aprile. La prima ha concesso più autonomia al secondo, e in cambio si è avvicinata all’Unione europea. Il voto del 3 novembre era il primo che si svolgeva sotto l’autorità di Pristina, riconosciuta anche da Belgrado. Il Kosovo è a maggioranza albanese, tranne il nord, dove ci sono molti serbi. Da loro sono arrivate proteste contro l’intesa di aprile, nel timore di essere abbandonati dalla madrepatria.

Il governo serbo ha invitato gli (ex) concittadini ad andare a votare, per legittimare l’accordo di alcuni mesi fa e far eleggere sindaci di etnia “amica”, per mantenere influenza nella regione. A questo scopo, scrive la Reuters, le autorità di Belgrado avrebbero usato mezzi ben poco eleganti. Chi ancora gode di servizi pagati dalla Serbia si sarebbe sentito dire che glieli avrebbero tolti se non avesse votato;  alcuni hanno mostrato sacchi di zucchero e taniche di benzina, dicendo di averle ricevute in cambio del loro ingresso ai seggi.

Le pressioni opposte hanno fatto molto più notizia. Quelli che molti definiscono “ultranazionalisti serbi” hanno minacciato chi andava a votare, intimando di boicottare la consultazione. Per loro il dato dell’affluenza è confortante: nel nord Kosovo è stata decisamente bassa. Il 1° dicembre ci saranno i ballottaggi.

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Zagabria, Gay Pride 2010 (foto di Goran Zec)

Manifestanti a Zagabria per il Pride 2010 (foto di Goran Zec)

Mancano tre settimane. Il 1° dicembre i croati saranno chiamati a votare sui matrimoni gay. Attualmente la Costituzione non tutela specificamente le unioni “tra un uomo e una donna”, ed è proprio questo il centro del referendum: i cittadini dovranno decidere se inserire questa aggiunta, senza bisogno di quorum perché la consultazione sia valida.

Ai vertici del Paese ci sono due socialdemocratici: il presidente Josipovic e il primo ministro Milanovic. Il governo vorrebbe dare più diritti alla comunità lgbt, e questo non piace alla potente Chiesa nazionale. Un gruppo di associazioni di ispirazione cattolica ha raccolto oltre 700mila firme per portare alle urne i connazionali: il parlamento ha detto sì, e secondo i sondaggi potrebbe fare altrettanto almeno il 50% della popolazione. Una quarantina di deputati chiedeva che il quesito fosse sottoposto alla Corte costituzionale prima di dare l’ok, ma le loro proteste non sono servite. Alla stessa Corte promette di rivolgersi il coordinatore del Zagreb Pride, l’evento che si tiene ogni anno nella capitale dal 2002.

L’omofobia sembra essere più forte in altri Stati balcanici. Due su tutti: la Serbia, dove negli ultimi tre anni le autorità hanno vietato il Pride di Belgrado, e il Montenegro, dove tra luglio e ottobre ci sono stati scontri in occasione di due manifestazioni simili. Dalla Croazia a inizio 2013 avevano fatto notizia le polemiche della Chiesa contro l’educazione sessuale nelle scuole, che dovrebbe servire a far discutere gli studenti anche sull’omosessualità. In parrocchie e supermercati erano comparse decine di migliaia di volantini contro il governo. Una macchina organizzativa che potrebbe entrare in azione anche in vista del referendum.

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Una donna serba al voto a Mitrovica, nord Kosovo (EPA/DJORDJE SAVIC)

Una donna serba vota a Mitrovica, città nord-kosovara divisa etnicamente a metà (EPA/DJORDJE SAVIC)

Intimidazioni e violenze. Queste due parole, agli occhi della stampa internazionale, riassumono i tratti fondamentali delle elezioni municipali kosovare del 3 novembre. Il voto era un test per i rapporti con la Serbia, migliorati negli scorsi mesi. La tensione non è stata alta ovunque, ma l’attesa era soprattutto per capire se minacce e incidenti si sarebbero verificati, e l’impressione è che siano stati significativi.

Ad aprile Belgrado e Pristina hanno firmato un importante accordo in sede europea. La prima ha concesso più autonomia alla seconda, e in cambio si è avvicinata alla Ue. Subito sono arrivate proteste dal nord del Kosovo, dove vivono molti serbi. Nel resto della regione la maggioranza è albanese. Il boicottaggio delle elezioni era stato annunciato proprio da chi non è contento dell’intesa firmata a Bruxelles: persone che dicono di sentirsi abbandonate dalla Serbia, che pure ancora non riconosce l’indipendenza di Pristina.

Domenica le violenze peggiori ci sono state a Mitrovica, città nord-kosovara divisa a metà tra albanesi e serbi. Uomini col passamontagna sono entrati in almeno tre seggi, picchiando i presenti e distruggendo le urne. In altre zone della regione sono state segnalate intimidazioni ai serbi che andavano a votare: al nord è andato alle urne meno del 10% degli aventi diritto. La giornata elettorale ha comunque avuto dei risultati. Dieci sindaci sono stati eletti al primo turno, gli altri (tra cui quello della capitale) saranno scelti al ballottaggio il 1° dicembre.

Dopo gli incidenti il segretario della Nato ha escluso che il contingente kosovaro sarà ridotto a breve. Belgrado non è stata tenera coi sabotatori: il ministro che si occupa del Kosovo li ha accusati di aver perso un’occasione per decidere del loro futuro. La Serbia pare aver sempre meno voglia di rivendicare il controllo della sua ex provincia.

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