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Archive for gennaio 2014

La cattedrale della Resurrezione di Cristo a Podgorica (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1iavpZ2)

La cattedrale della Resurrezione di Cristo a Podgorica (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1iavpZ2)

Un Paese in cui i gay non possono manifestare senza essere aggrediti, i giornalisti rischiano di subire violenze e le autorità non fanno abbastanza contro la criminalità. Parliamo del Montenegro, candidato a entrare nell’Unione europea: i problemi del piccolo Stato balcanico sono presenti anche in altre ex repubbliche jugoslave, ma a Podgorica e dintorni sembrano essere più preoccupanti.

I primi fatti risalgono allo scorso anno. A luglio ci fu il primo pride della storia montenegrina: nella cittadina costiera di Budva arrivò una quarantina di manifestanti, e circa 200 persone provarono ad aggredirli con slogan tipo “uccidiamo gli omosessuali”. A ottobre la scena si è ripetuta nella capitale, con scontri tra polizia e omofobi e una ventina di arresti. Secondo un sondaggio Ipsos, la maggioranza della popolazione pensa che i gay siano malati.

Secondo capitolo: la libertà di stampa. La classifica 2013 di Reporter senza frontiere metteva il Paese al 113° posto, in penultima posizione tra quelli ex-jugoslavi, davanti solo alla Macedonia. Poche settimane fa una giornalista del quotidiano Dan è stata picchiata per strada da uomini incappucciati. Nel 2004 il direttore di quel giornale fu assassinato. Poco prima dello scorso Capodanno un ordigno è esploso davanti all’ufficio del caporedattore del giornale Vijesti. Pestaggi e aggressioni di altro tipo, secondo la giornalista dello stesso gruppo Aida Ramusovic, colpiscono sempre i media indipendenti, mai quelli che appoggiano i potenti.

In Montenegro la politica nazionale ha innanzitutto una faccia: quella di Milo Djukanovic, da oltre un anno primo ministro per la quarta volta, presidente dal 1998 al 2002. Sotto il suo governo il Paese “è stato il paradiso dei traffici illeciti, offrendo impunità ai malavitosi e la scorta garantita alle merci illecitamente trafficate”: il virgolettato è di un giudice del tribunale di Bari, ed è contenuto in una sentenza di assoluzione per un uomo d’affari serbo. Nei giorni scorsi un membro della commissione parlamentare per la sicurezza ha denunciato una simbiosi “delle istituzioni statali con la criminalità organizzata”. Parole che dovrebbero far pensare i politici di Bruxelles.

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Il primo ministro serbo Dacic e il capo del governo italiano Letta (foto Palazzo Chigi, http://bit.ly/1a3Kklt)

Il primo ministro serbo Dacic e il capo del governo italiano Letta (foto Palazzo Chigi, http://bit.ly/1a3Kklt)

“Forse il giorno più importante per la Serbia dalla Seconda guerra mondiale”. Con questa enfasi il vice-capo del governo Vucic ha commentato l’inizio dei negoziati di adesione all’Unione europea. Un percorso destinato a durare anni, sei nelle intenzioni del primo ministro Dacic. Molto meno potrebbe resistere il governo di Belgrado, dove c’è aria di elezioni anticipate.

Il passo avanti verso Bruxelles era atteso da mesi, precisamente da aprile dell’anno scorso. La svolta è stata l’accordo col Kosovo, che ha dato più autonomia a Pristina pur senza riconoscerne l’indipendenza. I rapporti con l’ex provincia ribelle saranno seguiti con attenzione dalla Ue anche nei prossimi anni, quelli decisivi per finalizzare l’adesione della Serbia. Meno bollente sembra un altro capitolo un tempo caldo, quello dei criminali di guerra: catturati Karadzic e Mladic, su questo fronte l’Europa dovrebbe essere abbastanza soddisfatta.

Il merito dell’accelerazione verso l’Unione va ai politici di primo piano del Paese: il presidente Nikolic e già citati Dacic e Vucic. A loro è riuscito ciò a cui mirava l’ex capo di Stato Tadic, in carica dal 2004 al 2012, quando è stato sconfitto nella corsa alla rielezione. A Bruxelles voleva arrivarci lui, più “di sinistra” rispetto al successore e a chi oggi guida il governo. In questo senso, invece, i “conservatori” hanno fatto meglio. Almeno per ora.

Anche (e soprattutto?) sull’onda di questi successi, il partito più forte della maggioranza parlamentare – a cui appartengono Nikolic e Vucic – potrebbe decidere di tornare al voto in primavera. Obiettivo: sfruttare l’onda favorevole e rafforzarsi, magari conquistando la poltrona di primo ministro. Dacic fa parte di una formazione più piccola, che potrebbe uscire danneggiata dalle urne. Il governo, insomma, rischia di essere affossato da chi lo sostiene. Vi ricorda qualche altro Paese?

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Milorad Dodik, presidente della Repubblica serba di Bosnia (foto diIzbor za bolji zivot, http://bit.ly/1cQnChe)

Milorad Dodik guida la Repubblica serba di Bosnia (foto di Izbor za bolji zivot, http://bit.ly/1cQnChe)

Mentre la Repubblica serba di Bosnia celebra il 22° anniversario della sua nascita, nel Paese circolano indiscrezioni sui risultati del censimento di ottobre, attesi soprattutto per quanto riguarda la divisione etnica. Le cifre disponibili al momento però potrebbero essere poco attendibili, magari diffuse per scopi di parte. L’unico dato provvisorio “ufficiale” è quello sulla popolazione totale: quasi tre milioni e 800mila persone.

Il numero coincide con le stime Onu precedenti il censimento, il primo dal 1991. Allora gli abitanti erano quasi quattro milioni e 400mila: passati 22 anni, e passata la guerra, sono circa 600mila in meno. Proprio 22 anni fa nasceva la Repubblica serba di Bosnia, che oggi è una delle entità in cui è diviso il Paese. Milorad Dodik, presidente dal 2010, ha celebrato la ricorrenza sottolineando le aspirazioni autonomiste della regione. Ad ascoltarlo c’era anche il patriarca Irinej, capo della Chiesa ortodossa di Belgrado.

A Sarajevo e dintorni il nazionalismo fa ancora paura, ed è anche per questo che gli altri dati del censimento pubblicati finora sono credibili fino a un certo punto: potrebbero essere usati da chi vuole dimostrare una certa tesi. Un esempio? I gruppi etnici su cui si basa lo Stato post-bellico sono serbi, croati e musulmani: il questionario permetteva anche di non scegliere nessuno dei tre, ma se pochi l’hanno fatto qualcuno potrebbe dire che è perché questo tipo di appartenenza è ancora molto sentito.

Secondo il quotidiano della capitale Dnevni Avaz i musulmani sarebbero circa il 48%, i serbi il 33 e i croati il 15. Sotto la voce “altri” finirebbe il 4%. East Journal spiega bene perché queste cifre sono da prendere con le pinze. I dati ufficiali definitivi potrebbero arrivare nel 2016. Tra chi li aspetta con più trepidazione dovrebbe esserci l’Unione europea, che vuole conoscere meglio la situazione del Paese in vista di un possibile approdo a Bruxelles. Slovenia e Croazia ci sono già, la Serbia potrebbe aggiungersi a breve. La Bosnia dovrà aspettare almeno qualche anno.

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Le isole Brioni si estendono per 8 chilometri quadri (foto LifeandTravel.com, bit.ly/18HnU5u)

Le isole Brioni si estendono per 8 chilometri quadrati (foto LifeandTravel.com, http://bit.ly/18HnU5u)

Non solo Budelli. In Italia ha fatto notizia l’acquisto dell’isola sarda da parte di un banchiere neozelandese: operazione che ora sembra svanire nel nulla, perché l’Ente Parco avrebbe presentato i documenti necessari per riprendersi il gioiellino naturalistico. In Croazia tocca all’arcipelago delle Brioni, dove nel ’91 fu firmato l’accordo che mise fine alla breve guerra in Slovenia (ma non evitò quelle che sarebbero seguite negli altri Paesi ex jugoslavi).

In particolare dovrebbe essere l’isola Brioni Maggiore, che – come suggerisce il nome – è la più grande, a finire in mano ai privati. In gioco ci sono le strutture turistiche del luogo: la concessione potrebbe valere tra 200 e 300 milioni. L’arcipelago attirava visitatori già a fine ‘800, e nel secondo dopoguerra fu scelto dal maresciallo Tito come residenza estiva. Lì il leader socialista ha ricevuto decine di capi di Stato, ma anche star del cinema come Elizabeth Taylor e Sophia Loren.

La tutela dell’ambiente locale resterà in capo al Parco nazionale, costituito trent’anni fa. In tutto è composto da 14 isole, in territorio italiano dal 1918 al 1945. La presenza “invasiva” di imprenditori non sarebbe una novità assoluta: nel 1893 l’arcipelago fu comprato da un magnate viennese, che mise su un complesso ricettivo formato da alberghi, ristoranti e addirittura un casinò. I fasti di quell’epoca hanno avuto riflessi anche a distanza di decenni: è il caso di un torneo internazionale di polo, avviato nel 1924 e tornato a disputarsi 80 anni dopo.

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Brescia, 300 chilometri da Nova Gorica, Slovenia (foto di Kekkoz, http://bit.ly/1a3Kklt)

Presto il Brescia Calcio potrebbe parlare sloveno. Il presidente Gino Corioni sta trattando con Mapi Group, società con sede nel Paese balcanico e capitali di provenienza un po’ più incerta. I fondatori sono due italiani, ma pare che l’azienda sia controllata dal colosso russo Gazprom.

Il club bianco-azzurro ha più di 100 anni. Da venti è guidato da Corioni, che ora potrebbe venderlo per qualche decina di milioni. Mapi Group ha sede a Nova Gorica, vicinissima all’Italia, ed è nata ad aprile. Sembra che abbia cercato di acquistare un’altra società lombarda, Cartiere Pigna, ma la trattativa è fallita. Ora ci riprova a Brescia. “L’abbiamo scelta perché è la città più industrializzata d’Italia”, dice uno dei dirigenti coinvolti nell’operazione. Lunedì c’è stato un primo incontro, che sarebbe andato bene. L’affare potrebbe essere concluso entro fine mese.

La squadra al momento è nona in serie B, dove è retrocessa nel 2011. I nuovi padroni, se diverranno tali, potrebbero riportarla dov’era ai tempi gloriosi di Roberto Baggio. In attesa di capire quanto ci sia davvero di sloveno in questa storia, qualcuno tra i tifosi storce già il naso. Diffidenza verso gli stranieri? Più che altro antipatia per i bergamaschi. Come il manager della Mapi che due giorni fa è arrivato in città.

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