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Archive for febbraio 2014

Il tribunale internazionale dell'Aja per l'ex Jugoslavia (foto Penn State, http://bit.ly/18HnU5u)

Il tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia (foto Penn State, http://bit.ly/18HnU5u)

Continuano ad accusarsi a vicenda di genocidio, ma dicono di sperare che questo non incrini i loro rapporti. Le autorità serbe e croate hanno dato vita a una singolare conferenza stampa congiunta, che sembra dire molto su passato, presente e futuro dei due Paesi, ma anche dell’intera area ex jugoslava.

A Belgrado i giornalisti hanno incontrato il vice-capo del governo di Belgrado, Aleksandar Vucic, e quella di Zagabria, Vesna Pusic. I due hanno annunciato che non ritireranno le reciproche accuse di genocidio che pendono al tribunale internazionale dell’Aja. La Croazia le ha presentate nel 1999, la Serbia nel 2010. Lunedì inizierà una serie di udienze per discuterle. La cosa dovrebbe durare un mese. “Non sarà piacevole”, ha ammesso Pusic, aggiungendo che però lei e il suo omologo sono d’accordo che il verdetto dei giudici – qualunque esso sia – non influirà sulle relazioni politiche attuali.

La ministra di Zagabria assicura che il suo Paese non ostacolerà il cammino europeo di Belgrado. Vucic dice di sperare che la Croazia farà di tutto per garantire i diritti della minoranza serba, riferendosi in particolare ai nazionalisti di Vukovar che abbattono le insegne con scritte in cirillico, imposte da una legge sul bilinguismo. Da entrambe le parti, insomma, invocazioni al rispetto reciproco, ma nessuna dichiarazione di disponibilità a lasciar perdere gli orrori degli anni ’90.

Il ragionamento ha una sua logica. Punire i responsabili di violenze e avere rapporti bilaterali civili sarebbe effettivamente l’ideale. Ma sembra difficile che le sentenze dell’Aja non abbiano ripercussioni sulle relazioni. La speranza è che siano contenute. In altri casi si è scelto di non perseguire tutti i crimini passati, e si è riusciti a costruire una democrazia compiuta: pensiamo all’Italia post-seconda guerra mondiale, o alla Spagna dopo la morte di Franco. Non sappiamo se lo stesso accadrà in un’ex-Jugoslavia profondamente segnata dalle guerre di fine Novecento.

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Il primo ministro macedone Nikola Gruevski (foto European People's Party, http://bit.ly/1cQnChe)

Il primo ministro macedone Nikola Gruevski (foto European People’s Party, http://bit.ly/1cQnChe)

Il Paese ex jugoslavo con la minore libertà di stampa. Secondo la classifica 2014 di Reporter senza frontiere è la Macedonia, al 123° posto nel mondo. Prima vengono Slovenia (34°), Serbia (54°), Croazia (65°), Bosnia (66°), Kosovo (80°) e Montenegro (114°). Anche nel 2013 l’ultima piazza spettava a Skopje. Ma sembra che qualche anno fa la sua situazione non fosse così negativa.

Lo scenario attuale descritto da più fonti vede una forte influenza del governo sui media. Nikola Gruevski è primo ministro dal 2006, e pare che proprio da allora il mondo dell’informazione abbia iniziato a soffrire di più. Tra gli strumenti usati ci sarebbe l’acquisto di pubblicità per somme grosse, tanto grosse da condizionare chi ne beneficia (o chi invece ne è escluso). Il parlamento ha approvato da poco una nuova legge sulla stampa, giudicata positivamente dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Da capire se e come sarà applicata.

L’ultima notizia in materia che ha fatto rumore è la rimozione del direttore di uno dei quotidiani più importanti del Paese. L’anno scorso il proprietario ha fondato un partito, e nei giorni scorsi ha accusato il giornalista alla guida della testata di “manipolazione politica” attraverso i suoi articoli, che davano spazio anche al punto di vista dell’opposizione. Il diretto interessato dice che se il suo padrone vuole continuare a fare soldi deve restare in buoni rapporti con Gruevski, e che per questo ha deciso di cambiare il vertice del giornale.

Il corrispondente da Skopje di Osservatorio Balcani scrive che fino a quattro anni fa la stampa macedone stava abbastanza bene. Difficile che il clima migliori in questi mesi, che precedono le elezioni presidenziali di aprile. Sullo sfondo lo sguardo della Commissione europea, che si dice preoccupata, e il percorso che dovrebbe portare il Paese nell’Unione. Gli Stati ex-jugoslavi che ce l’hanno fatta, o stanno per farcela, sembrano avere un’informazione decisamente più libera.

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La scritta alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo che ricorda l'incendio del 1992

La scritta alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo che ricorda l’incendio del 25 agosto 1992

Primavera, autunno o nessuno dei due? Cos’è cominciato in Bosnia? A Tuzla dieci giorni fa è scoppiata la protesta dopo il licenziamento di 200 operai. Nelle ore successive le manifestazioni si sono estese alle altre città principali, con un filo conduttore fatto di disoccupazione e incapacità politica. Se la sintesi si fermasse qui, farebbe pensare a un buon inizio, alla possibile alba di un cambiamento; il problema è che nelle strade c’è stata anche violenza.

Quella più simbolica è avvenuta a Sarajevo, dove un archivio storico è stato dato alle fiamme. Nella capitale 22 anni fa veniva bruciata la Biblioteca Nazionale, nel pieno della guerra che devastò l’ex Jugoslavia. Nella rabbia di questi giorni si inseriscono probabilmente gruppi ultrà o simili, ma in piazza c’è anche (e soprattutto?) dell’altro: l’indignazione di chi è senza lavoro, magari da anni, e da anni non vede arrivare dalla politica le risposte che aspetta.

Sul tasso di disoccupazione non ci sono dati certi, ma potrebbe essere del 30%, più del doppio di quello italiano. Finora la protesta non sembra avere tratti “etnici”, in un Paese – la Bosnia post-guerra – costruito su un’architettura “tripartita”, divisa tra musulmani, serbi e croati. Quell’architettura, inefficiente e troppo disegnata a tavolino, è probabilmente tra le maggiori responsabili delle sofferenze di oggi.

Di primavera bosniaca si era parlato anche l’anno scorso, quando intorno al parlamento manifestavano le mamme con i passeggini. La rivolta di questi giorni pare avere una portata maggiore, e ha già causato dimissioni politiche; il fatto che sia anche violenta preoccupa, anche e soprattutto in un Paese che vent’anni fa era teatro di atrocità di massa. Gli scenari possibili per le prossime settimane sembrano tre: un’escalation di scontri; una protesta che continua pacifica, emarginando le frange più aggressive; una diminuzione progressiva delle manifestazioni. Probabile che parlamento e governo tifino per l’ultima opzione.

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Barili di petrolio in Groenlandia (foto ezioman, http://bit.ly/1aVxTL6)

Barili di petrolio a Kulusuk, Groenlandia (foto ezioman, http://bit.ly/1aVxTL6)

La Croazia sotto osservazione europea per i suoi conti spera di aver trovato una nuova ricchezza. L’azienda norvegese Spectrum ha condotto mesi di ricerche nell’Adriatico, e la compagnia balcanica INA dice che sul fondo marino potrebbero esserci quasi 3 miliardi di barili di petrolio. Una cifra che però è assolutamente da confermare, e che va bilanciata con i rischi ambientali legati all’estrazione dell’oro nero.

Zagabria è diventata la 28° capitale della Ue lo scorso luglio. A gennaio Bruxelles ha aperto nei suoi confronti una procedura per deficit eccessivo: quello 2013 avrebbe superato ampiamente il limite del 3% sul pil, e si prevedono aumenti sia quest’anno che il prossimo. Le autorità croate provano a consolarsi con il sogno petrolifero, su cui però i ricercatori norvegesi non hanno ancora diffuso dati. Dando per buoni quelli INA, le prospettive sarebbero effettivamente interessanti: attualmente le riserve nazionali si fermano a 80 milioni di barili, mentre in mare ce ne sarebbe una quantità trentacinque volte maggiore.

I dubbi, lo dicevamo, sono due. Il primo riguarda l’effettiva presenza di una simile mole di greggio, il secondo le possibilità di incidenti che inquinino l’Adriatico. La natura va tutelata in ogni caso, e ancor di più se contribuisce al turismo e quest’ultimo è una componente essenziale dell’economia del Paese, come succede in Croazia. Secondo l’eurodeputato veneto Andrea Zanoni Zagabria rischia una nuova procedura d’infrazione, stavolta per violazione delle normative ambientali. Per ora il commissario europeo competente in materia assicura che la Ue vigila sulla questione.

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