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Faldoni della commissione internazionale per le persone scomparse (foto Julia Dowling, http://bit.ly/1jpMrk5)

Faldoni della commissione internazionale per le persone scomparse (foto Julia Dowling, http://bit.ly/1jpMrk5)

“I politici si pronunciano sulla questione solo in occasioni particolari, come la giornata mondiale degli scomparsi, il 30 agosto. Ricevono delegazioni di famigliari, li ascoltano, fanno promesse, e poi basta”. Nel 2009 la scrittrice Azra Nuhefendic parlava così del problema delle persone sparite durante le guerre jugoslave degli anni ’90. In questi giorni, proprio in occasione della giornata degli scomparsi, quattro Paesi dell’area hanno firmato una dichiarazione con cui si impegnano a continuare le ricerche. Il timore è che alle parole non segua una forte azione concreta.

I cittadini balcanici ancora “desaparecidos” sarebbero quasi 12mila, di cui due terzi in Bosnia. Che fine possono avere fatto? Molti potrebbero essere in fosse comuni, e parte di loro avrebbe subìto addirittura la “separazione” dei resti, mescolati con quelli di altre vittime e sparsi in più luoghi, sembra per nascondere meglio le tracce degli orrori commessi. Il portavoce di Amnesty International Italia dice che i ritrovamenti vanno avanti lentamente, ma qualche segno di progresso c’è. Difficile rintracciare chi è sparito, e ancora più difficile sembra perseguire i responsabili: finora nessuno è stato incriminato per le centinaia di kosovari albanesi esumati oltre 12 anni fa.

Gli Stati che hanno firmato la dichiarazione di questi giorni sono Bosnia, Croazia, Montenegro e Serbia. Nel primo Paese la guerra avrebbe fatto sparire circa 30mila persone: come se in Italia scomparissero tutti gli abitanti di comuni come Alba, Oristano o Gubbio. In casi come questi è difficile rendersi conto che dietro alle cifre ci sono persone, storie individuali, e che a ogni singolo ne erano legati decine di altri che lo conoscevano e lo piangono, e parte di loro non si dà pace. Probabilmente se percepissimo con forza la mole di dolore che nascondono i tre milioni di profughi siriani – un numero alto, ma sempre un numero – dopo faremmo fatica a pensare ad altro.

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Khaled El-Masri è stato arrestato illegalmente, detenuto e torturato nel 2004 (humanrights.ie)

Khaled El-Masri è stato arrestato illegalmente, detenuto e torturato nel 2004 (humanrights.ie)

Una sentenza storica. Amnesty International definisce così la decisione della Corte europea dei diritti umani, che ha condannato la Macedonia per aver arrestato illegalmente, fatto sparire e maltrattato un cittadino tedesco di origine libanese. Il contesto è quello delle cosiddette “rendition”: operazioni di cattura e deportazione illegale di un sospetto terrorista. Tra i protagonisti c’è la Cia, come nel caso italiano dell’imam Abu Omar: il verdetto della Corte è importante anche per questo, perché altri Stati hanno fatto ciò di cui il Paese balcanico è ritenuto colpevole.

Khaled El-Masri viene arrestato dalle autorità macedoni il 31 dicembre 2003. Viene messo in isolamento, interrogato e maltrattato, poi – il 23 gennaio 2004 – viene consegnato alla Cia. I servizi segreti statunitensi lo portano in Afghanistan, in un centro segreto di detenzione, dove resta quattro mesi. Viene torturato, senza essere mai ufficialmente accusato di nulla. Il 28 maggio 2004 è trasferito in Albania, dove viene rilasciato. Il motivo lo spiega a fine 2005 un funzionario della Cia, parlando con il Washington Post: i servizi segreti statunitensi avevano sbagliato persona.

“Quello della Macedonia non è un caso isolato”, scrive Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. Cita Polonia, Lituania, Romania, ma viene in mente anche il nostro Paese, e il sequestro Abu Omar. Anche l’imam fu rapito nel 2003, a Milano, da dieci agenti della Cia e un maresciallo dei Carabinieri. Fu trasferito in Egitto, suo Paese di origine, e detenuto illegalmente per 14 mesi. Ha raccontato di aver subìto torture. Il processo italiano sulla vicenda è ancora in corso. La speranza è che la sentenza europea possa aiutare a far luce su questo e altri casi.

FONTI: Corriere.it, Amnesty International

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“La scelta” è patrocinato da Amnesty Italia e dal Segretariato sociale Rai (balcanicaucaso.org)

Un autista che rischia la vita per salvare i suoi passeggeri. Un altro uomo che fa lo stesso per aiutare una perfetta sconosciuta. Un altro ancora che lo fa per il suo migliore amico. Sono alcune delle storie de “La scelta”, spettacolo teatrale portato in giro per l’Italia da Marco Cortesi e Mara Moschini. La scelta è quella di chi ha messo in gioco se stesso per aiutare gli altri, e lo ha fatto in un contesto terribile: la guerra jugoslava degli anni ’90.

Le vicende (vere) arrivano da Svetlana Broz, nipote del maresciallo Tito e cardiologa, che durante il conflitto prestò servizio medico volontario ai feriti. In mezzo a chi le raccontava cose atroci, Svetlana si accorse che c’erano anche – ed erano tante – persone che le riportavano storie positive, bellissime, esempi di umanità in mezzo alla violenza. Quelle decine di storie sono finite nel libro I giusti nel tempo del male (Edizioni Erickson), e alcune di esse sono state riprese dai due attori e trasformate in teatro.

I loro racconti fanno emozionare, e restano impressi. Due su tutti: il primo, che parla dell’autista (serbo) di un camion carico di musulmani in fuga da Srebrenica, nei giorni del massacro. I soldati suoi connazionali cercano di fermarlo, di convincere i passeggeri a scendere per ucciderli, ma lui resiste, sfonda i posti di blocco e riesce a portarli in salvo. L’altra storia che non può non commuovere ha come protagonista proprio un soldato, che potrebbe (e dovrebbe, secondo gli “ordini”) uccidere chi non appartiene alla sua stessa “etnia”. Durante un controllo su un autobus scopre che una persona ha una carta d’identità falsa, così come la sua nazionalità, ma invece di farla scendere e assassinarla tace, fa finta di niente. Se i suoi capi se ne fossero accorti, lo avrebbero ucciso.

Marco Cortesi è bravo, molto bravo, e ricorda un po’ – analogia banale, ma giusto per dare l’idea – i “celebri” Marco Paolini e Ascanio Celestini. Parole, parole, parole e una grande abilità nel disegnare immagini chiarissime nella mente di chi ascolta. Mara Moschini non è da meno: entra in scena dopo Marco e pian piano se la prende, arrivando a far commuovere e immedesimare. Vale la pena vederli e sentirli, senza dubbio. Il calendario dei prossimi spettacoli lo trovate qui.

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