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Posts Tagged ‘andric’

Una veduta di Travnik, la città bosniaca che ha dato i natali allo scrittore Ivo Andric

Ivo Andric scrisse La cronaca di Travnik tra gli anni ’20 e il 1942, tra lunghe meditazioni e approfondite ricerche. Nel 1945 vide pubblicata la sua opera, tradotta in italiano nel 1961, l’anno in cui vinse il Nobel. Il libro racconta la storia del console francese Jean Daville: inviato in Bosnia da Napoleone, si trova immerso in una miscela di culture diverse tra di loro e diverse dalla sua, e riflette su se stesso e su ciò che lo circonda. Anziché darvi altre informazioni sul romanzo, vogliamo offrirvene un assaggio: il passo che segue è un piccolo saggio della bravura di Andric, del suo straordinario talento letterario nel descrivere l’animo umano.

Finché l’uomo vive nel suo ambiente e in condizioni normali, gli elementi del curriculum vitae rappresentano per lui periodi importanti e svolte significative della sua vita. Ma appena il caso o il lavoro o le malattie lo separano dagli altri e lo isolano, questi elementi di colpo cominciano a scolorirsi, si inaridiscono e si decompongono con incredibile rapidità, come una maschera di cartone o di lacca senza vita, usata una volta sola. Sotto questa maschera comincia a intravedersi un’altra vita, conosciuta solo a noi, ossia la “vera” storia del nostro spirito e del nostro corpo, che non è scritta da nessuna parte, di cui nessuno suppone l’esistenza, una storia che ha molto poco a che fare con i nostri successi in società, ma che è, per noi, per la nostra felicità o infelicità, l’unica valida e la sola davvero importante.

Andric davanti al ponte sulla Drina, che ha dato il nome al suo romanzo più famoso

Sperduto in quel luogo selvaggio, durante le lunghe notti, quando tutti i rumori erano cessati, Daville pensava alla sua vita passata come a una lunga serie di progetti audaci e di scoraggiamenti noti a lui solo, di lotte, di atti eroici, di fortune, di successi e di crolli, di disgrazie, di contraddizioni, di sacrifici inutili e di vani compromessi. Nelle tenebre e nel silenzio di quella città che ancora non aveva visto ma in cui lo attendevano, senza dubbio, preoccupazioni o difficoltà, sembrava che nulla al mondo si potesse risolvere né conciliare. In certi momenti gli pareva che per vivere fossero necessari sforzi enormi e per ogni sforzo una sproporzionata dose di coraggio. E, visto nel buio di quelle notti, ogni sforzo gli sembrava infinito. Per non fermarsi e rinunciare, l’uomo inganna se stesso, sostituendo gli obiettivi che non è riuscito a raggiungere con altri, che ugualmente non raggiungerà; ma le nuove imprese e i nuovi tentativi lo obbligheranno a cercare dentro di sé altre energie e maggiore coraggio. Così l’uomo si autoinganna e col passare del tempo diviene sempre più e senza speranza debitore verso se stesso e verso tutto quello che lo circonda.

Leggi anche: I Balcani di Ivo Andric: un ponte tra le diversità

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Il regista Emir Kusturica

“Porci fascisti figli di troia!”

(Petar Popara detto “il Nero”)

Underground è il film più famoso di Emir Kusturica. Palma d’oro a Cannes nel 1995, racconta la disgregazione della Jugoslavia attraverso una storia esplosiva, surreale, romantica. Una perla per chi ama la cultura e l’atmosfera dei Balcani.

Belgrado, anni ’40. Durante la seconda guerra mondiale, Petar detto “il Nero” combatte i nazisti dall’interno di un sotterraneo, dove insieme ad altri resistenti fabbrica armi per sostenere la lotta partigiana. Una volta finito il conflitto, viene ingannato dall’amico e socio Marko, che gli fa credere che i tedeschi non siano stati ancora sconfitti. Per vent’anni, la cittadella nascosta continua a produrre bombe e kalashnikov: a beneficiarne è Marko, che si arricchisce e diventa un esponente di punta del regime comunista di Tito. Quando l’imbroglio viene scoperto, le strade dei due amici-nemici si dividono, fino a ritrovarsi in un’altra Jugoslavia in guerra, quella dei primi anni ’90.

La banda di ottoni che insegue ovunque i protagonisti è il simbolo di una narrazione folle e grandiosa. Ritmo, genio, poesia, universalità: come il romanzo “Il ponte sulla Drina” di Andric, l’affresco corale dipinto da Kusturica racconta uno squarcio di storia jugoslava conducendoci alla sua essenza. L’impresa riesce anche grazie a Goran Bregovic: la sua splendida colonna sonora tiene insieme il racconto e in certi momenti sembra quasi guidarlo, dettando i tempi di una vicenda insieme gioiosa e violenta. C’è tutto in Underground: bombardamenti a tappeto, folli feste di matrimonio, sparatorie insensate, triangoli amorosi improbabili. C’è, soprattutto, la magia del cinema. Che fa stare incollati allo schermo per quasi tre ore, senza prendere fiato.

Il tempo dei gitani (1989) è uno splendido film. Gatto nero, gatto bianco (1998) è una fiaba spassosa. Underground è il capolavoro di Kusturica. Nei suoi 167 minuti c’è una parte dell’anima dei Balcani: quella vitalità che nessuna guerra, nessuna strage, nessun dolore è mai riuscito a spegnere.

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Il ponte sulla Drina oggi. E' stato costruito nel '500

“L’esistenza nella cittadina si faceva sempre più vivace, sembrava sempre più ricca e ordinata e assumeva un passo uniforme e un equilibrio fino ad allora sconosciuto, quell’equilibrio cui ovunque e da sempre tende ogni cosa ma che viene raggiunto solo raramente, parzialmente e per poco tempo”.

“Il ponte sulla Drina” è l’opera più famosa di Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961. Lo scrittore racconta la storia della cittadina bosniaca di Visegrad, divisa in due dal fiume Drina e unita dal ponte che collega le due sponde. Questo essere frammentata e congiunta insieme è la caratteristica fondamentale della città, così come dell’intera ex Jugoslavia. I bosniaci in particolare sono la popolazione balcanica più eterogenea, anche dopo una guerra che ha sterminato intere famiglie o le ha costrette a fuggire all’estero solo perché appartenevano all’etnia “sbagliata”.

La statua di Andric a Belgrado

Il ponte sulla Drina è il filo conduttore della narrazione, che ci trasporta attraverso secoli di storia jugoslava. Sul ponte si intrecciano i commerci tra Oriente e Occidente, ai suoi piedi si fermano i viaggiatori che riposano nella locanda. Dal ponte partono le storie dei tanti personaggi del libro: mille vicende particolari che si intrecciano a comporre una trama universale, quella delle genti balcaniche, in continuo mutamento e contaminazione con altri popoli. Andric descrive benissimo questo incontro tra culture: uno scambio costante che è al tempo stesso ricchezza e condanna, fonte di crescita e di conflitto. Uno scambio che non si interrompe mai, neanche quando degenera e si trasforma in scontro violento.

“Il ponte sulla Drina” è uno splendido romanzo storico. Le vicende di Visegrad, piccolo centro al confine tra Bosnia e Serbia, sono narrate con leggerezza e profondità. L’umanità dei personaggi fa appassionare al racconto, vero affresco collettivo tracciato con mano sapiente da Andric. La sua penna ci conduce al cuore dell’ex Jugoslavia, avvicinandoci all’essenza dei popoli che la abitano.


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