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Genova, 13 ottobre 2010: il capoultrà Ivan Bogdanov guida le violenze dei teppisti serbi, giunti in Italia proprio per impedire lo svolgimento della partita

Che succede nella Serbia “filo-europea”? Nel giro di pochi giorni, due eventi hanno attirato l’attenzione del mondo, dando a Belgrado una visibilità di cui il presidente Boris Tadic avrebbe fatto volentieri a meno. Prima gli scontri tra forze dell’ordine e ultranazionalisti omofobi in occasione del Gay Pride. Poi i disordini che hanno impedito lo svolgimento del match di calcio con l’Italia. Un unico filo conduttore: la presenza di un’estrema destra violenta e ancora molto forte.

Per arrivare a Bruxelles, gli ostacoli da superare sono molti. Il più grosso è certamente la questione Kosovo: solo poche settimane fa sono stati avviati i primi tentativi di dialogo, peraltro finora inefficaci. Un altro problema serio sono i criminali di guerra ancora latitanti: il serbo-croato Goran Hadzic e soprattutto Ratko Mladic, il sodale dell’altro massacratore sotto processo a L’Aja, Radovan Karadzic. Un terzo scoglio, però, si fa sempre più preoccupante: il fanatismo nazionalista, mai sopito davvero e capace di influenzare eventi di portata internazionale. Il 10 ottobre i gruppi omofobi hanno devastato la capitale, provocando oltre 140 feriti: e chissà cosa sarebbe successo se non ci fossero stati 6 mila agenti, schierati per difendere un corteo di appena 1.500 persone. Quattro giorni dopo i “tifosi” arrivati a Genova hanno tenuto in scacco un intero stadio, facendo prima rimandare di mezz’ora il calcio di inizio di Italia-Serbia, e poi sospendere definitivamente la partita stessa.

Belgrado, 17 settembre 2009: gli ultrà del Partizan mostrano uno striscione contro il Gay Pride previsto per il 20 dello stesso mese, che verrà poi cancellato

Il risultato? Un bel rallentamento sulla strada che porta all’ingresso nell’Unione Europea, traguardo tanto agognato dal governo quanto disprezzato dagli ultranazionalisti. Non è da escludere che uno dei loro scopi, a Belgrado come a Genova, fosse proprio questo: intralciare il cammino della Serbia verso l’Europa. Stavolta ci sono riusciti. E ci riusciranno ancora, se le autorità non saranno in grado di controllarli meglio.

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Il kalashnikov è usato come arma d'ordinanza da moltissimi eserciti regolari. Si calcola che finora ne siano stati prodotti oltre 100 milioni

Il sottufficiale sovietico Michail Kalashnikov lo progettò nel 1947. Da allora il fucile mitragliatore AK-47, purtroppo, non è passato mai di moda: dal Vietnam alle guerre jugoslave, non c’è conflitto che non lo abbia visto protagonista. In Italia spesso viene usato dai criminali comuni, perché facilmente reperibile sul mercato clandestino come residuato bellico proveniente proprio dai Balcani: è il caso di tre pregiudicati slavi arrestati pochi giorni fa a Milano.

Petar Skoro e Igor Kolar, 34 anni a testa, e Per Radosan Djorovic, 32, stavano mangiando in un ristorante di lusso nel quartiere di Brera quando hanno visto entrare i carabinieri. Il giorno dopo volevano assaltare un portavalori: bottino previsto, 2 milioni di euro. Per accaparrarselo si erano procurati due bombe a mano M75, 40 grammi di esplosivo al plastico, un centinaio di proiettili calibro 7,62, 3 mila pallini al piombo e, per l’appunto, due kalashnikov. L’arsenale è stato ritrovato a casa di Issam Bouyahia, 35 anni, cameriere tunisino incensurato, catturato poche ore dopo insieme a Ciro Marillo, 41 anni, e Quirino Sereno, 46. I sei componevano una “gang multietnica”, con risvolti inquietanti nel passato dei malviventi balcanici.

Il massacratore Zeljko Raznatovic, detto Arkan. Nelle sue truppe militava uno dei criminali arrestati a Milano

I tre, infatti, non sono nuovi all’uso dei kalashnikov. Igor Kolar, già arrestato a Milano 11 anni fa per una sparatoria che fece tre feriti in corso Garibaldi, era arruolato nelle “tigri di Arkan”, banditi assassini tristemente noti nella Jugoslavia degli anni ’90. Anche i suoi complici potrebbero avere alle spalle una storia simile: “Stiamo facendo accertamenti per capire se hanno fatto parte di organizzazioni militari o paramilitari”, dice Antonino Bolognani, colonnello del nucleo investigativo dei carabinieri che ha sgominato la banda. Le indagini sono iniziate da un’altra rapina avvenuta a Milano: il 14 aprile un anziano ex gioielliere è stato picchiato sul pianerottolo di casa, legato e derubato di orologi e preziosi. Un malloppo a cui poteva aggiungersi l’incasso dei supermercati trasportato dal portavalori la mattina in cui avrebbe dovuto svolgersi l’agguato.

Goran Bregovic ne parla nella sua canzone più famosa: “Kalashnikov”, un inno dell’Est Europa, la zona da cui arrivano anche gli strumenti di guerra sequestrati dalle forze dell’ordine. Sempre da Est proviene il mandato di cattura europeo spiccato dalla Serbia per Per Radosan Djorovic, accusato di essere coinvolto in storie di droga e armi. Lui, Kolar e Skoro avevano falsi documenti sloveni, probabilmente per garantirsi un accesso comodo in Italia da un Paese membro dell’Unione Europea. Erano arrivati a Milano da circa un paio d’anni: il tempo di progettare i loro piani e rintracciare proiettili, bombe e kalashnikov. Fortunatamente, però, stavolta gli AK-47 non sono riusciti a sparare.

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Sarebbero mille i trafficanti balcanici sparsi tra Europa e Sudamerica

Milano, 26 febbraio 2008. I poliziotti della Squadra Mobile trovano 90 chili di cocaina in una casa di via Washington. Padova, 22 giugno 2009. I carabinieri fermano un tir che trasporta 420 chili di coca. Livorno, 5 settembre 2009. Nel parcheggio di un supermercato viene perquisita un’auto con dentro 14 chili di cocaina. I tre sequestri hanno un denominatore comune: coinvolgono tutti persone provenienti dall’ex Jugoslavia.

La mafia balcanica è la nuova potenza nel traffico di coca tra Europa e Sudamerica. Serbi, sloveni, montenegrini fanno da intermediari tra i “fornitori” colombiani, uruguayani e argentini e i compratori del vecchio continente. Servendosi dei trafficanti slavi, gli acquirenti europei evitano di versare anticipi ai produttori sudamericani e di rischiare di perdere la merce durante il trasporto. La droga può fare scalo in Africa oppure arrivare direttamente nei Balcani, per poi essere venduta alla criminalità organizzata italiana, austriaca, tedesca, spagnola, inglese.

Un sequestro di cocaina da parte dei carabinieri

Dragan Gacesa, capo della cellula milanese di via Washington, è stato arrestato nello scorso gennaio in Toscana. A Tirrenia, in provincia di Pisa, si trova il “deposito” in cui era stoccata buona parte della coca: una villetta sul mare. I carabinieri hanno sequestrato 530 chili di droga alla banda criminale, che vendeva solo all’ingrosso e aveva posizionato i suoi magazzini vicino ai porti di arrivo dei carichi (Livorno, La Spezia), ma lontano dai luoghi di vendita. Una strategia che probabilmente viene adottata da molti altri in Italia e in Europa.

I trafficanti balcanici spesso hanno un passato nei servizi segreti o nei gruppi paramilitari che agivano durante la guerra, come le Tigri di Arkan. La disciplina che si danno è da soldati professionisti: durante il “lavoro” non consumano droga, non bevono, non frequentano donne. La loro storia è stata raccontata sul Corriere della Sera da Gianni Santucci. I loro crimini sembrano destinati a riempire sempre di più le pagine dei giornali.

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Sinisa Mihajlovic ha allenato il Bologna nella scorsa stagione

Il Corriere dello Sport lo definisce “il generale serbo”. Il suo soprannome più conosciuto è la “tigre”. Sinisa Mihajlovic, 40 anni, da qualche giorno è l’allenatore del Catania. Appena arrivato in Sicilia, l’ex difensore di Lazio e Sampdoria ha rilasciato dichiarazioni ad effetto: “Voglio una squadra coraggiosa. Nessuno deve avere paura. I giocatori devono fare quello che dico io. Altrimenti sono cazzi loro”.

I toni bassi non sono mai stati una prerogativa di Mihajlovic. Nel gennaio 2000 fa pubblicare un necrologio in occasione della morte di Arkan, comandante delle truppe paramilitari serbe durante la guerra, accusato di genocidio e crimini contro l’umanità. “Era un amico vero”, dice in seguito. “E’ stato un eroe per il nostro popolo”. Conciliante anche il suo giudizio sull’ex presidente Slobodan Milosevic, morto mentre era sotto processo al Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. “So dei crimini che gli vengono attribuiti”, spiega Sinisa, “ma quando la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi la rappresenta”.

2003: Mihajlovic sputa a Mutu. Sarà squalificato per 8 giornate

L’appartenenza etnica è sempre in cima alla sua scala di valori. Nell’ottobre 2000 viene punito dalla Uefa per gli insulti razzisti al centrocampista dell’Arsenal Patrick Vieira. “Gli ho detto ‘nero di merda’, è vero”, ammette, “ma non era un’offesa razzista. Non è colpa mia se lui è nero. Nel calcio queste cose sono normali”. Il meglio però deve ancora venire. Nel novembre 2003, durante un match contro il Chelsea, il difensore serbo sputa ad Adrian Mutu e lo calpesta mentre è a terra. Una volta espulso, completa l’opera lanciando una bottiglietta contro il delegato Uefa. Risultato: 8 giornate di squalifica e una multa di 13 mila euro.

Da giocatore la specialità di Mihajlovic erano i calci di punizione. Da allenatore continua a tirare “bombe”. L’anno scorso il tecnico Walter Zenga aveva abituato Catania a conferenze infuocate. Ora la storia dovrebbe ripetersi. I risultati sul campo sono da verificare. Quelli in sala stampa sono assicurati.

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