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Nel 1995 a Srebrenica morirono 8 mila musulmani: "genocidio" per il Tribunale per l'ex Jugoslavia

“La strage di Srebrenica è un’invenzione, un mito”. Radovan Karadzic, il massacratore dei Balcani, parla di fronte al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia de L’Aja. Arrestato nel luglio 2008, l’ex leader dei serbi di Bosnia ha boicottato a lungo il processo, ma ora ha deciso di affrontare le tremende accuse che gli sono rivolte: genocidio e crimini contro l’umanità. A Srebrenica, nel luglio 1995, vennero uccise circa 8 mila persone. Un numero “esagerato” per Karadzic, che parla di “menzogne” diffuse sull’eccidio dei musulmani.

L’ex presidente della Repubblica serba di Bosnia si presenta davanti ai giudici da solo, come avvocato di se stesso. “La nostra fu una guerra giusta e santa: abbiamo difeso la grandiosità di una piccola nazione oppressa per 500 anni”. Secondo Karadzic, i suoi uomini avrebbero agito per impedire la creazione di uno Stato teocratico. “Lottavamo contro i fondamentalisti, che volevano trasformare il Paese in una Repubblica islamica”.

Karadzic è accusato per la strage di Srebrenica: la giustizia internazionale ha invece assolto lo Stato serbo

Nessuna ammissione di colpa, neanche parziale, per la carneficina che fu perpetrata insieme a Ratko Mladic, allora capo militare dei serbi bosniaci (tuttora latitante e ricercato dal tribunale olandese). Durante l’arringa difensiva, Karadzic ha calcato la mano anche su un’altra delle sue teorie: quella secondo cui Richard Holbrooke, vicesegretario di Stato Usa e mediatore tra le parti durante la guerra, gli promise l’immunità se si fosse ritirato dalla vita pubblica. Un “patto con il diavolo” che, anche se realmente avvenuto, non ridurrebbe di un millimetro l’enormità dei crimini in discussione.

Oggi La Stampa definisce l’ex leader dei serbi di Bosnia “il presunto boia di Srebrenica”. Un eccesso di garantismo (nessuno è colpevole fino alla fine del processo) che offende, oltre alla verità, anche e soprattutto i familiari delle vittime del massacro. Se c’è un’occasione buona per non perdersi nei “se” e nei “ma”, per non abusare dei condizionali di cui sono pieni i giornali, è proprio questa. Radovan Karadzic è sotto accusa per lo sterminio di circa 8 mila persone. L’arroganza con cui nega le atrocità commesse ci rende ancora più convinti che sia necessario scriverlo chiaro.

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«L’apertura della cultura bosniaca allo “sguardo dell’altro” non deriva da una mancanza di identità o da una debole coscienza della propria identità, ma dalla disponibilità a riconoscere allo sguardo dell’altro rilevanza e fondatezza».

(Dzevad Karahasan, “Il centro del mondo”)

L’Altro è presente ovunque a Sarajevo. C’è nella Bascarsija, la zona più famosa e forse più turistica, dove i negozianti del luogo si mescolano ai visitatori stranieri. C’è nella Biblioteca Nazionale, dove una targa all’ingresso ricorda il rogo di oltre due milioni di libri operato dai “criminali serbi” durante la guerra. C’è nelle vie del centro, dove si gioca con scacchi giganti spostando le pedine sul lastricato. L’Altro, si potrebbe dire, è Sarajevo: l’incontro con il diverso, doloroso o piacevole che sia, è sempre stata la cifra caratteristica della città.

Cattolici, ortodossi, ebrei, musulmani: quattro religioni monoteiste convivono pacificamente nella capitale bosniaca. Anche le cosiddette “etnie”, che tali non sono perché appartenenti allo stesso ceppo slavo, sono rimaste in pace fino al 1992, quando serbi, croati e musulmani hanno iniziato ad uccidersi tra di loro. L’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, stravolse un microcosmo quasi unico al mondo, simbolo fino ad allora di tolleranza e ricchezza intellettuale. Oggi le differenze tra culture non sono sparite, anche se certo sono mescolate meno dolcemente di quanto lo fossero vent’anni fa. Certe ferite non si rimarginano rapidamente: i cimiteri sulle colline circostanti, cosparsi di tombe bianche in quantità impressionante, sono un promemoria costante per viaggiatori e cittadini.

Parlando con gli abitanti, però, si percepisce la convinzione nel guardare avanti, la volontà di pensarsi come un luogo vivo anziché come un teatro di morte. Nessuno, a Sarajevo, vuole rimuovere ciò che è stato: tutti, però, danno l’impressione di voler pensare al presente, ad un benessere che è ancora da costruire ma di cui si intravedono già i primi segni nella dignità con cui è stata ricostruita la città. Gli effetti della guerra si vedono, ma bisogna cercarli: i muri punteggiati dalle pallottole o gli edifici devastati dalle cannonate sono rari, soprattutto nelle zone centrali, che si occidentalizzano ogni giorno di più e vedono crescere il numero di bar e locali alla moda. I veri padroni della capitale sembrano essere i giovani, anche loro tutti diversi e “variopinti”, pronti a portare il Paese sempre più lontano da quell’atrocità che li ha travolti quando erano bambini.

In una delle vie del centro arde la Fiamma Eterna, il “monumento di fuoco” che brucia costantemente per ricordare i caduti del secondo conflitto mondiale. Poco più in là, una targa commemora l’uccisione dell’erede al trono austro-ungarico Francesco Ferdinando, la miccia che fece scoppiare la prima guerra mondiale. Se si vuole davvero “respirare” Sarajevo, però, conviene uscire dalla città, salire sulle colline verdi che la circondano e mettersi seduti, in silenzio. Davanti ai tetti rossi e al fiume Miljacka, alle distese di camposanti e ai minareti delle moschee, si intuisce quella che ci pare l’essenza della capitale bosniaca: la sua capacità di unire culture e religioni in una miscela gioiosa, la sua vocazione ad essere “centro del mondo” grazie all’incontro sempre rinnovato con l’Altro. Forse era proprio questa natura, questa apertura alla condivisione a infastidire i signori della guerra. Un’identità che riunisce le diversità fa paura. Quattro anni di orrore non sono bastati ad annientarla.

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