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Per questo film Sasa Petrovic (al centro) ha vinto il premio come miglior attore al Sarajevo Film Festival 2007

E’ difficile essere buoni a Sarajevo. E’ difficile essere buoni in una società che aspira al progresso, ma spesso vive di piccole e grandi illegalità. E’ difficile essere buoni (2007) è il titolo di un bel film di Srdan Vuletic, che racconta la Bosnia di oggi attraverso la storia di una persona in difficoltà, ma decisa a riscattare la propria condizione. La stessa situazione in cui si trova il Paese balcanico.

Fudo (un convincente Sasa Petrovic, già visto in No man’s land) fa il tassista, ma arrotonda con lavoretti disonesti. I guai in cui si caccia lo allontanano dal figlio piccolo e dalla moglie, che se ne va di casa quando una gang di criminali distrugge il taxi del marito. E’ allora che il protagonista decide di cambiare vita: diventerà buono, dedicandosi onestamente al lavoro e alla famiglia. Ma voltare pagina non è facile.

I “vecchi amici” non gradiscono la trasformazione di Fudo e lo ostacolano in ogni modo, cercando di riportarlo sulla cattiva strada. Per ogni tentativo che fa di comportarsi correttamente, su di lui si abbatte una serie di sventure ancora peggiori di quelle che lo tormentavano prima. Perfino la moglie, a un certo punto, sembra tradirlo. Lui però non si perde d’animo. La domanda che ci si fa per tutto il film è: vale la pena provarci? Fudo scoprirà che non sempre la risposta è legata ai risultati delle proprie azioni.

Il regista Srdan Vuletic. La sua carriera è iniziata dal teatro: prima della guerra ha diretto Pirandello, Ionesco e Buchner

Srdan Vuletic ha 39 anni. E’ nato a Bijeljina, nel nord-est della Bosnia, vicino al confine con Serbia e Croazia. Oggi è uno dei registi più interessanti del cinema balcanico. Il suo Estate nella valle dorata (2003) ha vinto diversi premi internazionali. E’ difficile essere buoni ha trovato poco spazio all’estero, dove Kusturica e Tanovic restano gli unici nomi conosciuti dal grande pubblico. Eppure il film di Vuletic è efficace, piacevole, “europeo” nella forma e nei contenuti. Le peripezie di Fudo sono le stesse che sta vivendo il suo Paese, in cerca di fortuna dopo le sofferenze del passato. Non sappiamo se questi sforzi andranno a buon fine. Ma senz’altro meritano di essere raccontati.

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Gere nei panni di Simon Hunt, reporter giramondo in azione a Sarajevo

“Solo i particolari più incredibili di questa storia sono veri”. L’avvertenza che apre The Hunting Party (2007) è una delle poche trovate originali della pellicola di Richard Shepard. Un improbabile reporter d’assalto caduto in disgrazia (Richard Gere) parte alla ricerca di un criminale di guerra nella Bosnia “pacificata”. Al suo fianco un cameraman di successo (Terrence Howard) e un giovane cronista figlio di papà (Jesse Eisenberg). La “caccia all’uomo” si rivelerà rischiosa, complicata e soprattutto noiosa per lo spettatore in attesa di un bel film d’azione.

Qualche attore famoso e una tragedia recente non bastano, evidentemente, per mettere in piedi un canovaccio convincente. Shepard ci porta in una Sarajevo ancora segnata dal conflitto, i cui nodi irrisolti dipendono in buona parte dalla comunità internazionale. Tutto vero, ma non abbastanza per creare un’atmosfera coinvolgente. Radoslav Bogdanovic, il boia lasciato in libertà dalla Nato e dall’Onu in cambio della rinuncia al potere, potrebbe essere Ratko Mladic, il massacratore di Srebrenica: eppure, nonostante le evidenti allusioni all’attualità, si ha sempre la sensazione di assistere a una vicenda “costruita”, che non invita a immedesimarsi nei protagonisti. 

James Brolin ("Traffic", "Prova a prendermi") è il criminale di guerra Radoslav Bogdanovic

Richard Gere sembra più adatto alle parti da romanticone che a quelle da “bello maledetto”. Terrence Howard (bravissimo in Crash, 2004) è confinato in un ruolo un po’ scialbo, privo di spessore. Il succedersi delle peripezie che dovrebbero condurre alla cattura del latitante slavo non riesce ad appassionare, forse perché sembra narrato “dall’esterno”, cioè da qualcuno (un regista statunitense) che non è realmente affascinato dagli avvenimenti balcanici.

Se c’è un aspetto positivo in The Hunting Party, è proprio quello a cui fa riferimento l’ammonimento iniziale: i personaggi più divertenti sono quelli più assurdi (ed effettivamente più realistici), come il funzionario dell’Onu paranoico che accusa insistentemente i tre avventurieri di essere agenti della CIA. Per il resto, pare che il dramma dei Balcani sia quasi un pretesto, messo in scena per evidenziare gli errori delle organizzazioni sovranazionali e per raccontare una storia che si vorrebbe avvincente. Né l’uno né l’altro obiettivo sono raggiunti a tal punto da invitarvi a seguire Richard Gere per 103 minuti di film.

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L'attrice rom Dijana Pavlovic

“Io non sono scappata dalla povertà e dalla guerra. Sono arrivata per amore”. Dijana Pavlovic, attrice serba di etnia rom, ha 33 anni. Lavora in Italia dal ’99, quando si è sposata col collega Claudio Migliavacca. Entrambi fanno principalmente teatro, anche se Dijana ha partecipato a produzioni tv (la serie La squadra) e cinematografiche (Provincia meccanica con Stefano Accorsi). Nel 2008 si è candidata alla Camera con la Sinistra arcobaleno, senza essere eletta. Da qualche anno collabora con L’Unità: il 3 gennaio ha raccontato la sua odissea per diventare cittadina del nostro Paese, cominciata nel ’97 davanti all’ambasciata italiana a Belgrado.

“Venivo intorno alle quattro di mattino e trovavo già una coda di persone che avevano passato lì la notte per prendere il numero”. Dijana conosce il suo futuro marito durante il festival teatrale Olive 97 in Montenegro. Si innamora di lui, ma scopre presto la burocrazia e le spese che deve affrontare per venire a trovarlo in Italia. “Per il visto turistico per dieci giorni mi chiedevano un’assicurazione medica privata, 100 mila lire per ogni giorno di permanenza in Italia su un conto corrente anche se venivo ospitata da una famiglia di cui si verificava il reddito, il certificato che studiavo all’università di Belgrado come garanzia che sarei tornata e la fedina penale pulita”.

Dopo due anni di file da sopportare e moduli da riempire, Dijana e Claudio decidono di unirsi in matrimonio. “In realtà volevamo convivere un po’ prima di sposarci ma non era possibile, la legge non prevedeva questa possibilità tra un italiano e una extracomunitaria”. Prima di fare domanda per la cittadinanza, l’attrice deve attendere ancora sei mesi. Un impiegato si informa dai vicini per sapere se vive effettivamente insieme a suo marito: vuole controllare che le nozze siano vere e non combinate per ottenere la nazionalità italiana. Due anni dopo, Dijana viene finalmente convocata in Comune per prestare giuramento sulla Costituzione.

La Pavlovic discute con Daniela Santanchè all'interno di un campo rom

“Per me era un momento speciale, sono andata con la macchina fotografica, ma anche lì ho fatto una lunga fila e quando è arrivato il mio turno un impiegato mi ha chiesto solo se parlavo italiano”. Dijana risponde di sì. E diventa cittadina del nostro Paese. Ora ha un figlio, nato italiano: per lui ha preso una casa che ha ristrutturato. “I muratori albanesi mi hanno raccontato che sono in Italia da 16 anni e i loro figli sono nati qui, parlano italiano, non vogliono parlare albanese, quando vanno in Albania dopo un po’ si stufano e chiedono quando si torna a casa. Ma non sono cittadini italiani. Come migliaia di figli di immigrati e migliaia di rom slavi nati in Italia, non amano il paese dei loro genitori e parlano l’italiano come lingua materna, ma sono senza una patria”.

La loro unica colpa, dice Dijana, è di non avere un genitore italiano. La loro speranza è che i Paesi in cui sono nati entrino nella Ue. In questo modo non sarebbero più extracomunitari, come è accaduto ai rumeni. Diventare cittadini europei, oggi, è più facile che diventare cittadini italiani.

Leggi anche: Il racconto di Dijana Pavlovic su “L’Unità” del 3 gennaio 2010

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