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Hashim Thaci, primo ministro kosovaro. Secondo Wikipedia, "è noto per i suoi numerosi ed estesi legami con il crimine"

Il derby di Belgrado Stella Rossa-Partizan si è svolto senza incidenti. Ma ha richiesto l’impiego di 5 mila agenti. Il primo ministro kosovaro Hashim Thaci apre al dialogo con la Serbia. Ma a breve potrebbe dimettersi. Domani da Bruxelles potrebbe arrivare un importante via libera verso l’ingresso della Serbia nell’Unione europea. Ma il tribunale de L’Aja aspetta ancora che le autorità trovino il massacratore Ratko Mladic, che nel 2008 poteva essere addirittura a Belgrado. Un insieme di contraddizioni che rendono difficile la lettura della situazione attuale della Serbia.

Dopo gli incidenti al Gay Pride e quelli di Genova, la paura – e la probabilità – che la gara tra Stella Rossa e Partizan fosse l’occasione per nuovi scontri erano altissime. 5 mila agenti, però, sono “bastati” ad evitare il peggio, e a far sì che la vera notizia fosse il risultato della partita: 1-0 per il Partizan, gol di Moreira. Il fatto che stavolta (a differenza di Italia-Serbia) i commentatori abbiano potuto parlare di calcio è una piccola, ma importante vittoria da mostrare all’Europa dopo i disastri provocati dall’ultra-destra solo pochi giorni fa.

Stella Rossa-Partizan è sempre stata ad alto rischio: qui il futuro milanista Zvonimir Boban colpisce un agente durante gli scontri del maggio 1990

E proprio da Bruxelles potrebbe arrivare un passo fondamentale per accelerare il cammino di Belgrado verso l’Unione. Domani si riuniranno i ministri degli Esteri dei Paesi Ue, che dovrebbero trasmettere dal Consiglio alla Commissione europea la domanda di adesione presentata dalla Serbia. Unico ostacolo da superare, le resistenze dell’Olanda, sede del Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. Il governo di Amsterdam vorrebbe maggiore collaborazione dalle autorità serbe nella ricerca dei latitanti. Pochi giorni fa Bruno Vekaric, portavoce della procura nazionale per i crimini di guerra, ha ammesso che Mladic, il boia di Srebrenica, nel 2008 poteva essere semplicemente… a Belgrado: “Non mi risulta che un qualche inquirente abbia tenuto sotto controllo il suo appartamento”, ha dichiarato. Mladic, cioè, poteva essere tranquillamente a casa sua, mentre i massimi rappresentanti istituzionali sbandieravano il più totale impegno per “stanarlo”.

Infine, c’è il tassello Kosovo. Pristina sembrava aver risposto negativamente all’apertura effettuata da Belgrado alle Nazioni Unite, dove a inizio settembre il ministro degli Esteri Vuk Jeremic ha proposto il dialogo con la “provincia” ribelle. Ora, però, anche Thaci pare voler allentare la tensione, e per farlo potrebbe fare un gesto radicale: dimettersi. La stessa cosa che ha fatto il presidente Fatmir Sejdiu qualche settimana fa, causando il ritorno del Paese alle urne nel prossimo febbraio. Una crisi istituzionale interna che ha rallentato la distensione diplomatica con la Serbia, ma che potrebbe diventare più breve se Thaci si dimettesse e le elezioni venissero anticipate a dicembre. Il mosaico, insomma, è sempre più complesso. Ma ogni singola tessera, se spostata nel modo giusto, potrebbe avvicinare Bruxelles a Belgrado, Belgrado a Pristina. E i Balcani all’Europa.

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Gere nei panni di Simon Hunt, reporter giramondo in azione a Sarajevo

“Solo i particolari più incredibili di questa storia sono veri”. L’avvertenza che apre The Hunting Party (2007) è una delle poche trovate originali della pellicola di Richard Shepard. Un improbabile reporter d’assalto caduto in disgrazia (Richard Gere) parte alla ricerca di un criminale di guerra nella Bosnia “pacificata”. Al suo fianco un cameraman di successo (Terrence Howard) e un giovane cronista figlio di papà (Jesse Eisenberg). La “caccia all’uomo” si rivelerà rischiosa, complicata e soprattutto noiosa per lo spettatore in attesa di un bel film d’azione.

Qualche attore famoso e una tragedia recente non bastano, evidentemente, per mettere in piedi un canovaccio convincente. Shepard ci porta in una Sarajevo ancora segnata dal conflitto, i cui nodi irrisolti dipendono in buona parte dalla comunità internazionale. Tutto vero, ma non abbastanza per creare un’atmosfera coinvolgente. Radoslav Bogdanovic, il boia lasciato in libertà dalla Nato e dall’Onu in cambio della rinuncia al potere, potrebbe essere Ratko Mladic, il massacratore di Srebrenica: eppure, nonostante le evidenti allusioni all’attualità, si ha sempre la sensazione di assistere a una vicenda “costruita”, che non invita a immedesimarsi nei protagonisti. 

James Brolin ("Traffic", "Prova a prendermi") è il criminale di guerra Radoslav Bogdanovic

Richard Gere sembra più adatto alle parti da romanticone che a quelle da “bello maledetto”. Terrence Howard (bravissimo in Crash, 2004) è confinato in un ruolo un po’ scialbo, privo di spessore. Il succedersi delle peripezie che dovrebbero condurre alla cattura del latitante slavo non riesce ad appassionare, forse perché sembra narrato “dall’esterno”, cioè da qualcuno (un regista statunitense) che non è realmente affascinato dagli avvenimenti balcanici.

Se c’è un aspetto positivo in The Hunting Party, è proprio quello a cui fa riferimento l’ammonimento iniziale: i personaggi più divertenti sono quelli più assurdi (ed effettivamente più realistici), come il funzionario dell’Onu paranoico che accusa insistentemente i tre avventurieri di essere agenti della CIA. Per il resto, pare che il dramma dei Balcani sia quasi un pretesto, messo in scena per evidenziare gli errori delle organizzazioni sovranazionali e per raccontare una storia che si vorrebbe avvincente. Né l’uno né l’altro obiettivo sono raggiunti a tal punto da invitarvi a seguire Richard Gere per 103 minuti di film.

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