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L'ex numero uno dell'esercito jugoslavo Momcilo Perisic al tribunale de L'Aja (theaustralian.com.au)

“Non credo che la caduta di Srebrenica rappresenti un fallimento delle Nazioni Unite. Bisogna vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Continuiamo a offrire assistenza ai rifugiati. E siamo riusciti a contenere il conflitto entro i limiti dell’ex Jugoslavia”.

(Boutros-Ghali, segretario ONU dal 1992 al 1996)

Le dichiarazioni rilasciate da Boutros-Ghali negli anni ’90 alimentano un sospetto circolato già pochi giorni dopo il massacro di Srebrenica: quello che lo stesso segretario ONU e il generale delle forze internazionali Bernard Janvier avessero accordato ai serbi il permesso di compiere l’eccidio. Dall’altra parte del tavolo ci sarebbero stati due uomini di spicco del regime di Milosevic: Ratko Mladic, capo di Stato maggiore dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia, e Momcilo Perisic, capo di Stato maggiore dell’esercito jugoslavo. Entrambi oggi sono in Olanda, al Tribunale penale internazionale de L’Aja. Che ha appena condannato Perisic a 27 anni di carcere.

Il ministro della Difesa serbo Sutanovac piange le vittime dei bombardamenti NATO (english.peopledaily.com)

A carico dell’ex numero uno delle forze armate jugoslave c’erano tredici capi d’imputazione, dall’omicidio ai crimini di guerra. La Corte lo ha ritenuto colpevole di tutti, tranne uno: per l’appunto, il massacro di Srebrenica. Per questo motivo l’Associazione delle Madri di Srebrenica (dove nel luglio 1995 persero la vita 8mila musulmani) parla di sentenza che “uccide nuovamente le vittime”. Esprime “grande rammarico” per la condanna, invece, il ministro della Difesa serbo Dragan Sutanovac, che invita a non insistere sulle ferite del passato e a guardare al futuro. In effetti, sembra pensare Sutanovac, sono già passati 16 anni: ma perché i familiari di Srebrenica non la smettono di protestare?

Perisic divenne capo di Stato maggiore nell’agosto del 1993. Già allora, ricorda lo storico Joze Pirjevec, era “famoso per la brutalità con cui, nella primavera dell’anno prima, aveva condotto l’aggressione contro Zara e Mostar”. La sua nomina confermò che quello ostentato da Milosevic era un pacifismo di facciata, dietro cui si nascondeva il sogno (sarebbe meglio dire incubo) della Grande Serbia. Ora alla sbarra resta Mladic, accusato di atrocità ancora più grandi di quelle commesse da Perisic. La durezza della condanna inflitta a quest’ultimo fa ben sperare. E magari ammorbidirà l’atteggiamento di Mladic, spavaldo ai limiti dell’arroganza da quanto è stato portato in tribunale.

Fonti: ASCA, Reuters, euronws, Corriere del Ticino

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Nella città bosniaca di Srebrenica, vicino al confine serbo, vennero uccisi 8mila musulmani (h3nr1.splinder.com)

Oggi Ratko Mladic è arrivato a L’Aja. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia verrà giudicato dallo stesso tribunale che sta processando Radovan Karadzic, suo sodale nel massacro di migliaia di innocenti durante la guerra degli anni ’90. Il modo migliore per celebrare l’arresto e il rinvio a giudizio di Mladic ci sembra ricordare ciò che successe nel luglio 1995 a Srebrenica, la più orrenda strage di cui si sono macchiati i due criminali alla sbarra in Olanda. Per farlo ci serviamo di un brano tratto da “Le guerre jugoslave” dello storico Joze Pirjevec, che riportiamo qua sotto leggermente riadattato nella forma, ma identico nella sostanza.

Srebrenica, 12 luglio 1995. Le truppe serbe entrano a Potocari, un villaggio a sei chilometri da Srebrenica, dove le truppe dell’Onu hanno il loro quartier generale. Il comandante dei caschi blu ha ottenuto da Mladic l’assicurazione che donne, vecchi e bambini saranno evacuati nel territorio sotto il controllo dei musulmani. Nel primo pomeriggio arrivano a Potocari 40-50 veicoli, tra furgoni, camion e jeep, su cui viene caricato un primo contingente di persone. Mladic si fa vedere sulla scena dai giornalisti, che osservano i soldati serbi mentre distribuiscono acqua e pane agli sfollati e gettano dolci ai bambini. “Non abbiate paura – dice Mladic davanti alle telecamere. – State calmi, calmi. Lasciate che donne e bambini vadano per primi. Verranno tanti autobus. Non abbandonatevi al panico. State attenti che nessuno dei bambini si perda. Non abbiate paura. Nessuno vi farà del male”.

Ratko Mladic dopo l'arresto, avvenuto il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza (ilmessaggero.it)

Intanto a New York il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta all’unanimità una risoluzione per chiedere “l’immediata cessazione dell’offensiva dei serbi bosniaci e il loro ritiro dalla zona di protezione di Srebrenica”. Una pronuncia formale, che non avrà alcun effetto. Sul calar della notte, i serbi raccolgono a Potocari gli uomini che sono riusciti a rastrellare in un edificio di fronte all’accampamento dell’Onu, noto come “casa bianca”. Alcuni di loro vengono uccisi sul posto, mentre la maggioranza viene trasportata a Bratunac, dove viene sottoposta a sevizie, prima di essere trucidata. Il 13 luglio inizia la grande mattanza in un’atmosfera di esaltazione collettiva, come sarà testimoniato dagli appartenenti a un convoglio dell’Agenzia Onu per i rifugiati, che vedono i serbi bosniaci, molti dei quali ubriachi, festeggiare nelle strade. Nei quattro giorni successivi le uccisioni di massa continuano senza tregua, con ogni tipo di arma, anche con granate.

Boutros Boutros-Ghali, segretario generale Onu dal 1992 al 1996. La comunità internazionale non impedì la strage di Srebrenica (agenziastampaitalia.it)

Per quanto già il 13 luglio le notizie che qualcosa di terribile sta accadendo a Bratunac comincino a raggiungere i vertici delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi – rappresentante speciale del segretario Boutros-Ghali – chiede che non vengano rese pubbliche, per non mettere in pericolo gli osservatori militari dell’Onu ancora a Srebrenica. Solo il 16 e il 17 luglio, quando i giornalisti intervistano i primi fuggiaschi all’aeroporto di Tuzla e i caschi blu rimpatriati attraverso Zagabria, cominciano a trapelare le prime informazioni sul massacro. Uno degli uomini dell’Onu racconterà: “La stagione di caccia è al culmine… presi al bersaglio non sono solo gli uomini al servizio del governo bosniaco… ma anche donne, pure quelle incinte, bambini e vecchi… su alcuni si spara o li si ferisce, ad altri vengono tagliate le orecchie e alcune donne sono state stuprate”.

Il 16 luglio sul tardi e nelle prime ore del 17 luglio una colonna di uomini e ragazzi fuggiti attraverso i boschi raggiunge dopo sei giorni di marcia il territorio controllato dal governo di Sarajevo. Di 15mila, quanti erano partiti, ne sono rimasti vivi tra i 4500 e i 6000.

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