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Posts Tagged ‘diritto di veto’

Fino al '91 le acque croate e slovene appartenevano allo stesso mare jugoslavo. Dopo la disgregazione non si è riusciti a tracciare un confine condiviso

Da Wikipedia: “La Slovenia richiede la cessione da parte della Croazia di alcune delle sue acque territoriali ad ovest di Umago per potere accedere direttamente alle acque internazionali. Altre controversie tra le due ex repubbliche jugoslave riguardano l’assegnazione di alcune piccole unità catastali nei pressi del monte Gorjanci e lungo il fiume Mura”. Possibile che simili dispute possano bastare a far cadere il governo sloveno e a rallentare l’ingresso in Europa della Croazia? Evidentemente sì, se è vero che entrambi i Paesi sono in fermento in vista del referendum sull’argomento che si dovrebbe tenere nel prossimo giugno. Una consultazione che potrebbe risolvere (o aggravare) un conflitto diplomatico aperto dal 1991.

Il problema del confine sloveno-croato esiste dall’inizio delle guerre jugoslave e riguarda soprattutto gli spazi marittimi che fronteggiano l’Italia, nel golfo di Trieste e – al suo interno – nella baia di Pirano. La Slovenia, che ha uno sviluppo costiero di soli 47 km, pretende un “corridoio di transito” che colleghi le proprie acque territoriali a quelle internazionali dell’Adriatico. A questa richiesta se ne aggiungono altre riguardanti le frontiere “terrestri”, ad esempio nella valle del fiume Dragogna, in Istria. La questione si è trascinata negli anni e si è aggravata nel dicembre 2008, quando la Slovenia ha posto il veto al proseguimento del processo di adesione della Croazia alla Ue finché non si sarà trovata una soluzione. Lubiana preme per un accordo politico tra i due Stati; Zagabria vorrebbe basarsi esclusivamente sul diritto internazionale. L’11 settembre scorso il primo ministro sloveno Borut Pahor e quello croato Jadranka Kosor hanno finalmente concordato l’istituzione di un organismo formato da cinque arbitri internazionali, chiamati a dirimere le controversie in modo vincolante per entrambi i Paesi.

Borut Pahor e Jadranka Kosor, capi di governo di Slovenia e Croazia: il loro accordo sui confini potrebbe venire sottoposto a referendum

Il patto è stato ratificato pochi giorni fa dal parlamento sloveno, che il 3 maggio si pronuncerà nuovamente sullo stesso tema. Quasi certamente verrà indetto un referendum, che l’opposizione vuole usare per bocciare un accordo ritenuto “sconveniente” per il Paese (ma utile per indebolire il governo in carica). Fino a pochi mesi fa Croazia e Slovenia erano d’accordo solo sulla data di riferimento: il 25 giugno 1991, giorno in cui entrambi gli Stati dichiararono l’indipendenza dalla morente Jugoslavia. Lubiana e Zagabria, però, fino allo scorso settembre davano interpretazioni diverse della situazione dell’epoca, in cui i confini ufficiali non coincidevano e una frontiera marittima non esisteva neppure. Oggi le cose sembrano essere cambiate, principalmente per motivi di opportunità: che si voglia entrare in Europa, o che si desideri un accesso diretto alle acque internazionali, l’ultima cosa da fare per raggiungere i propri obiettivi è continuare una disputa durata già troppo a lungo.

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Il presidente serbo Boris Tadic con Milorav Dodik, premier della Repubblica serba di Bosnia

“Se il Kosovo diventa indipendente, non vedo perché non dovremmo esserlo anche noi”. Milorad Dodik, primo ministro della Repubblica serba di Bosnia (RS), parlava così nel settembre 2006. Oggi giura di non volere più la separazione dalla Federazione croato-musulmana (l’altra entità in cui è divisa la Bosnia-Erzegovina), ma sono in molti a non credergli. Il sospetto nasce dalla legge sul referendum approvata in questi giorni dal parlamento dei serbi bosniaci: un provvedimento che potrebbe essere un primo passo verso la secessione da Sarajevo.

La nuova normativa attribuisce il diritto di indire un referendum al presidente della Repubblica, al governo o ad almeno 30 deputati, stabilendo il ricorso obbligatorio alla consultazione popolare in caso di adesione del Paese alla Nato o di modifica degli accordi di pace di Dayton del 1995. Dodik sostiene di voler garantire proprio l’attuazione dei patti che posero fine alla guerra, a suo parere minacciata dal rafforzamento del governo centrale bosniaco voluto dalla comunità internazionale. Se si terrà un referendum, dice il primo ministro, sarà per difendere l’autonomia dei serbi di Bosnia, ma non per promuovere la creazione di un nuovo Stato indipendente.

Valentin Inzko, Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina per la comunità internazionale

“Siamo pronti a inviare l’esercito per difendere l’integrità della Bosnia”, aveva tuonato a gennaio dalla Croazia Stipe Mesic. La preoccupazione dell’ex presidente è condivisa dai deputati musulmani e croati della RS, che dopo l’approvazione della legge sul referendum hanno abbandonato l’aula, annunciando che ricorreranno al diritto di veto nella Camera dei popoli (il secondo ramo del parlamento) e alla Corte costituzionale. Per loro l’unico obiettivo di Dodik è la scissione dalla Federazione croato-musulmana: non gli credono neanche quando afferma di voler limitare i poteri dell’Alto rappresentante dell’Ohr, l’istituzione internazionale che vigila sull’attuazione di Dayton e che può rimuovere i membri del governo, imporre e revocare normative, congelare le attività dei partiti.

Delle due l’una: o i politici croati e musulmani esagerano con le loro proteste, oppure Dodik mente. Sempre nel 2006, il primo ministro raccontava che ogni volta che tornava da Sarajevo a Banja Luka, capitale della RS, suo figlio gli chiedeva: “Come si sta a Teheran?”. Allora la lotta “contro l’islamizzazione della Bosnia” era uno dei suoi cavalli di battaglia. Oggi, almeno a parole, le sue intenzioni sono cambiate. Tattica politica o sincero ravvedimento?

Leggi anche: Croazia: “Pronti a prendere le armi”. Solo una provocazione?

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