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Posts Tagged ‘disgregazione’

"Un altro Novecento", in libreria con Carocci al costo di 27 euro (aisseco.org)

Dopo il 1989 molti si erano illusi che il comunismo costituisse una parentesi storica, facilmente superabile attraverso programmi di privatizzazione dell’economia e democratizzazione della vita politica. La “deviazione” comunista, sommandosi alle specificità ereditate dal periodo 1919-45 (squilibri sociali, conflitti nazionali, instabilità politica), incise in modo assai più profondo di quanto immaginabile sulla mentalità collettiva e sulle strutture sociali dei paesi ex comunisti. Probabilmente la comune eredità di un passato scomodo che esita a passare costituisce l’unico, vero profondo legame che l’Unione Sovietica sia riuscita a creare con i suoi riluttanti satelliti.

Stefano Bottoni insegna Storia e istituzioni dell’Europa orientale all’Università di Bologna. Le parole qua sopra sono tratte dall’introduzione di “Un altro Novecento – L’Europa orientale dal 1919 a oggi”, appena pubblicato da Carocci. Un volume che cerca di ricostruire cosa è successo dopo la Prima guerra mondiale in un’area vastissima, che va dall’Estonia alla Moldavia. E che comprende anche l’ex Jugoslavia.

La tesi del libro è semplice: la storia dell’Europa in cui per decenni ha sventolato la bandiera comunista non si può spiegare solo guardando alla voce “nazionalismo”, che pure ha giocato un ruolo importante nelle vicende dell’Est. Per comprendere cosa è accaduto a partire dagli anni ’20 bisogna studiare gli “strati di memoria” che si sono sedimentati nella parte orientale del Vecchio continente durante l’ultimo secolo. Un’analisi applicabile in toto nei Balcani, dove le pulsioni populiste (su tutte, la volontà di creare la Grande Serbia) hanno soffiato sul vento delle guerre degli anni ’90, ma non ne sono state l’unica causa, e non possono bastare a spiegare la disgregazione dei Paesi governati da Tito per 35 anni.

Stefano Bottoni si è laureato a Bologna nel 2001, con una tesi sulle minoranze ungheresi nell'Europa centro-orientale (multikult.transindex.ro)

Nato a Bologna nel 1977, Bottoni collabora con l’Istituto di storia dell’Accademia ungherese delle Scienze. Per Carocci aveva già pubblicato il libro “Transilvania rossa. Il comunismo romeno e la questione nazionale (1944-1965)”. La sua grande passione, a giudicare dai tanti saggi e articoli scritti sull’argomento, sembra essere proprio l’area che comprende Ungheria e Romania. Il suo lavoro, però, può essere utile anche a chi è interessato ai Balcani, un (grande) frammento della fetta di Europa raccontata in “Un altro Novecento”.

Dei “riluttanti satelliti” dell’Unione Sovietica, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era la più riluttante. Il regime balcanico, in rottura con Stalin già poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è stato il più sui generis tra quelli comunisti dell’Europa orientale. Eppure i punti di contatto con le ex Repubbliche sovietiche ci sono, a partire da una situazione attuale di difficoltà economica e sociale, in gran parte eredità delle dittature rosse. Il libro di Bottoni può aiutarci a capire meglio affinità e differenze tra i “comunismi” a est di Trieste. E può far luce sui motivi della tragica dissoluzione dell’ex Jugoslavia.

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Joze Pirjevec è stato candidato al parlamento sloveno coi liberaldemocratici di centrosinistra

Per andare “oltre” la guerra bisogna capirla. Lo sanno i tedeschi, che hanno compiuto decenni di autoanalisi dopo gli orrori nazisti. Lo sanno gli italiani, che invece non si sono mai confrontati seriamente col passato fascista. Lo sanno, probabilmente, anche le popolazioni dei Balcani, che stanno ricostruendo le loro società sulle macerie degli anni ‘90. Le guerre jugoslave (Einaudi, 2001), saggio dello storico Joze Pirjevec, ci porta nel cuore dei conflitti che hanno colpito Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo: un’opera preziosa per comprendere quali ferite hanno subito questi Stati e quali sono i fantasmi con cui ancora oggi devono fare i conti.

Dalle manovre politiche ai campi di battaglia, dai contrasti sociali alle diversità religiose, non c’è aspetto che venga trascurato dall’autore, abile nell’intrecciare gli scenari internazionali con le realtà locali. La lenta macchina burocratica delle Nazioni Unite e le miserie dei campi di concentramento attivi in ex Jugoslavia ci vengono descritte con la stessa dovizia dei particolari, nella consapevolezza che quanto è accaduto è stata la somma di fratture interne e pressioni esterne all’area balcanica. La ricchezza della bibliografia, che comprende testate giornalistiche slave, saggi di analisti anglosassoni, materiale raccolto negli archivi di tutta Europa, è la base di un metodo storiografico intelligente, che ricompone il mosaico degli eventi servendosi di moltissime fonti diverse e complementari. E’ anche grazie a questa eterogeneità che l’opera ha un certo ritmo: la varietà di voci e storie rende scorrevoli le oltre 700 pagine del libro, specie se l’argomento è già di per sé appassionante per chi legge. Dai primi sussulti in Slovenia nel 1991, ai bombardamenti Nato su Belgrado nel 1999, sono tante le verità che si scoprono nel corso della lettura, un viaggio appassionante in un periodo cruciale per la storia e il presente degli Stati nati dalla disgregazione della Jugoslavia.

Gaetano Quagliariello, storico e senatore del Pdl, ha vinto il Premio Acqui Storia nel 2004, due anni dopo Joze Pirjevec con "Le guerre jugoslave"

Nato a Trieste 69 anni fa, Pirjevec insegna Storia dei Paesi slavi nell’università del capoluogo friulano. Di famiglia slovena, ha compiuto molti studi sui Paesi dell’Est Europa, in particolare su quelli balcanici. In Le guerre jugoslave, pur adottando un approccio rigorosamente storiografico, il professore è tutt’altro che “obiettivo”: dal testo traspare la sua visione degli eventi, ma non si tratta di partigianeria. Le sue opinioni non sono il frutto di una preferenza per l’una o l’altra fazione, ma di un’osservazione lucida della realtà. Pirjevec non distorce i fatti per adattarli al proprio pensiero, ma elabora un pensiero a partire dai fatti che descrive: da vero storico, non si nasconde dietro una comoda neutralità, ma cerca di dare un’interpretazione degli avvenimenti, una chiave di lettura che aiuti a comprendere ciò che è successo. Un atteggiamento intellettuale che è la prima qualità di un libro importante per elaborare costruttivamente il lutto delle guerre balcaniche degli anni ’90.

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L'orchestra di Goran Bregovic riunisce chitarre, archi ed ottoni

E’ stato leader della maggiore rock band della Jugoslavia socialista. Ha firmato le colonne sonore delle pellicole più famose della filmografia balcanica. Ha lavorato con artisti come Cesaria Evora, Kayah e Iggy Pop. Goran Bregovic è uno dei musicisti slavi più celebri al mondo. Nato nel 1950 a Sarajevo, è conosciuto da molti per il suo legame con Emir Kusturica: il suo successo, però, inizia nella Bosnia degli anni ’70, ben prima della collaborazione col regista serbo.

E’ il 1974 quando Goran fonda i Bijelo Dugme (bottone bianco), gruppo di cui è chitarrista e che nel giro di pochi anni si fa conoscere in tutto il Paese. Il loro secondo album vende 200 mila copie. Nel 1977 suonano a Belgrado davanti a più di 70 mila persone. Negli anni ’80 i loro ritmi si avvicinano al pop e soprattutto al folk, assumendo quelle sonorità gitane che tanto saranno care a Bregovic nella sua carriera da solista. La cavalcata della band si arresta nel 1989: ironia della sorte, lo scioglimento arriva pochi mesi prima della disgregazione della federazione jugoslava.

Appena salutati i vecchi amici, Bregovic abbraccia un nuovo compagno d’avventure: Emir Kusturica, per il quale scrive le musiche de Il tempo dei gitani, affresco surreale della realtà rom tra i Balcani e l’Italia. Il sodalizio tra i due artisti prosegue felicemente: Goran compone le colonne sonore di Arizona Dream (1993), con Johnny Depp, e poi di Underground (1995), capolavoro premiato con la Palma d’Oro a Cannes. Proprio all’apice della sua popolarità, però, la coppia si rompe. Il regista rimprovera al musicista di abusare delle melodie dei film nei suoi concerti. Il 1998 è l’anno della separazione: Bregovic firma le musiche di Train de vie di Radu Mihaileanu, ma non quelle di Gatto nero, gatto bianco di Kusturica. Da allora i due non lavoreranno più insieme.

Bregovic attore ne "I giorni dell'abbandono" (2005), con Luca Zingaretti e Margherita Buy

Negli anni successivi Goran registra numerosi album con la sua Wedding & Funeral Orchestra, con cui suona in giro per il mondo toccando spesso l’Italia. A onor del vero, bisogna dire che non sempre le sue performance live possiedono la vivacità, la passione e la capacità di coinvolgimento delle canzoni originali. Il calore musicale che sprigiona dalle creazioni di Bregovic sembra un po’ “raffreddato” nelle versioni dal vivo, che tante altre band invece usano per trasmettere al meglio tutta la loro energia. Lo stile e la bravura compositiva del nostro, comunque, restano eccellenti, così come lo erano ai tempi del “bottone bianco” balcanico. Sono passati 36 anni dall’esordio sulle scene di Goran. Gliene auguriamo almeno altrettanti, con il sogno – forse l’illusione – di vederlo un giorno nuovamente unito al suo (ex) amico Emir.

Leggi anche: “Train de vie”, la poesia che sopravvive alla Shoah

Leggi anche: “Underground”, canto d’amore per la Jugoslavia perduta

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Il presidente uscente croato Stipe Mesic e il premier della Repubblica serbia di Bosnia Milorad Dodik

“Se in Bosnia si tenesse un referendum secessionista, come presidente della Croazia non esiterei un attimo a inviare l’esercito”. Stipe Mesic non ama usare giri di parole. Non lo fece nel 2007 con Napolitano, che definì “razzista” per aver parlato di pulizia etnica a proposito del massacro delle foibe. Non lo ha fatto lo scorso 19 gennaio, minacciando l’uso della forza se gli elettori della Repubblica serba di Bosnia (RS) saranno chiamati alle urne per decidere sulla separazione dalla Federazione croato-musulmana, l’altra entità in cui è diviso il Paese. La sua è probabilmente una provocazione, ma il conflitto degli anni ’90 è troppo vicino per non provare comunque una certa inquietudine.

La minaccia di Mesic nasce dall’intenzione di Milorad Dodik, premier della RS, di indire un referendum per difendere l’autonomia dei serbi di Bosnia. Secondo alcuni il vero obiettivo della consultazione sarebbe spingere verso un distacco dallo Stato unitario. “In base agli accordi di Dayton, che nel 1995 posero fine alla guerra – ha detto Mesic – la Croazia è uno dei garanti della sopravvivenza della Bosnia-Erzegovina e la sua disgregazione è inaccettabile”. Dodik sostiene di non volere la scissione, ma uno stop al rafforzamento delle strutture di potere centrali, promosso dalla comunità internazionale per accelerare l’integrazione europea della Bosnia.

Milosevic, Itzebegovic e Tudjman firmano l'accordo di Dayton, che nel 1995 pose fine alla guerra

“Mesic ha iniziato la sua carriera politica con la guerra e ora vuole concluderla con la guerra”, ha replicato Dodik al capo dello Stato croato, ultimo presidente della Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Il 18 febbraio Mesic sarà sostituito dal neo-eletto Ivo Josipovic, anch’egli di centrosinistra, ma più morbido in politica estera: pochi giorni fa ha annunciato di voler proporre alla Serbia di ritirare le reciproche denunce di genocidio presentate alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja. La “pacificazione” dovrebbe iniziare in occasione dell’insediamento di Josipovic: quel giorno, però, potrebbe mancare proprio il capo dello Stato serbo Boris Tadic, deciso a non presentarsi se all’evento parteciperà anche Fatmir Sejdiu, presidente del Kosovo (la cui indipendenza è stata riconosciuta dalla Croazia ma non da Belgrado).

La mappa politico-diplomatica dei Balcani, insomma, è più intricata che mai: i protagonisti delle guerre degli anni ’90 alternano segnali di distensione a gesti di ostilità. Se Tadic si dice contrario a un referendum che porti alla frammentazione della Bosnia, il ministro degli Esteri serbo Vuk Jemeric getta benzina sul fuoco: “Mesic è un uomo senza alcuna coscienza politica e morale”. Servirà la buona volontà di tutti per far sì che quello del ritorno alle armi continui ad essere una surreale, improbabile ipotesi.

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