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Posts Tagged ‘distensione’

Cattedrale di Banja Luka, capitale della Repubblica Serba di Bosnia (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1o0kLtT)

Cattedrale di Banja Luka, capitale della Repubblica Serba di Bosnia (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1o0kLtT)

Dopo il Kosovo, la Bosnia? La nuova dirigenza serba potrebbe riuscire là dove aveva fallito (o non aveva nemmeno tentato) la vecchia. Poco più di un anno fa l’accelerazione nel dialogo con Pristina, dopo anni di stallo. Ora una visita importante del neo-primo ministro a Sarajevo, che sembra studiata per migliorare i difficili rapporti postbellici.

Aleksandar Vucic guida il governo di Belgrado da fine aprile. Fa parte del Partito Progressista, che a dispetto del nome è di centrodestra, e fu fondato nel 2008 dall’attuale presidente serbo, Tomislav Nikolic. Prima di lui il capo di Stato era Boris Tadic, europeista di centrosinistra. Il Paese però si è avvicinato all’ingresso nell’Unione soprattutto dopo la sua sconfitta alle elezioni. Finite in mano ai conservatori, le autorità belgradesi hanno compiaciuto Bruxelles facendo concessioni al Kosovo. Se lo avesse fatto la sinistra, forse la destra si sarebbe riversata in piazza. Cosa più difficile se a praticare la distensione sono i nazionalisti, sia pure moderati.

Leggi anche: Serbia europea, la Realpolitik distensiva degli estremisti

Un copione simile potrebbe ripetersi per le relazioni con la Bosnia. Vucic è il primo leader serbo ad andare in visita ufficiale a Sarajevo senza essere prima passato dalla Repubblica Srpska, una delle entità in cui è diviso il Paese, quella storicamente vicina a Belgrado. Gli obiettivi del nuovo capo del governo – che è al primo viaggio all’estero – sarebbero essenzialmente due: stemperare le tensioni connesse alla guerra degli anni ’90 e rilanciare i rapporti in chiave presente e futura, puntando sullo sviluppo economico dell’intera regione balcanica.

Attenzione, però, a cantare vittoria troppo presto. Pochi giorni fa Nikolic ha detto che la Bosnia “non può sopravvivere come Paese unito”. La dirigenza serba, quindi, non sembra unita nel desiderio di voltare pagina con Sarajevo. Non sappiamo quanto le parole dei leader belgradesi siano sincere, e quanto invece nascondano intenzioni tattiche difficili da decifrare. Da capire anche quale sarà la risposta della controparte, che negli ultimi mesi è stata scossa da proteste di piazza e resta oppressa da problemi economici e inefficienza della politica.

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Il presidente serbo Nikolic e il capo della diplomazia europea Ashton (foto European External Action Service, http://bit.ly/18HnU5u)

Il presidente serbo Nikolic e il capo della diplomazia europea Ashton (foto European External Action Service, http://bit.ly/18HnU5u)

Sette anni fa si sono divisi. Ora tornano ad avvicinarsi. Serbia e Montenegro sono stati uniti a lungo, prima che il secondo lasciasse la prima con un referendum. A questo strappo si è aggiunto quello del 2009, quando Podgorica ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Adesso però i rapporti sembrano migliorati, indirizzati verso l’obiettivo comune dell’Unione europea.

Qualche giorno fa a Belgrado è arrivato Milo Djukanovic, il padre-padrone del Montenegro, primo ministro oggi e molte altre volte dal 1991. Nella capitale serba non si vedeva dal 2003. Allora ci era andato per i funerali di Zoran Djindjic, capo del governo ucciso a colpi di arma da fuoco. Dieci anni dopo è ricomparso e ha firmato un accordo di collaborazione nel percorso dei due Paesi verso Bruxelles. Il primo ministro ospitante Dacic ha ribadito che la scelta montenegrina di legittimare il Kosovo è stata sbagliata, ma ha aggiunto che questo non porta Belgrado a voler complicare le relazioni con Podgorica. Parole che confermano l’impressione degli ultimi mesi: la Serbia sembra aver sempre meno voglia di rivendicare il controllo su Pristina.

Distensione con il Kosovo, distensione con il Montenegro. Quella di Belgrado pare una linea politica precisa, mirata all’ingresso nell’Unione, che vede di buon occhio ogni riduzione delle tensioni. E dire che in Serbia non comandano i moderati: nel 2012 le presidenziali sono state vinte dal nazionalista Nikolic, che ha battuto l’europeista Tadic. L’altro primo attore è appunto Dacic, portavoce per anni del partito di Milosevic. Gli (ex?) estremisti si cimentano con la Realpolitik, e sembrano avere successo: entro poche settimane Belgrado potrebbe avviare il negoziato di adesione alla Ue. Podgorica lo ha fatto l’anno scorso.

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Il presidente uscente croato Stipe Mesic e il premier della Repubblica serbia di Bosnia Milorad Dodik

“Se in Bosnia si tenesse un referendum secessionista, come presidente della Croazia non esiterei un attimo a inviare l’esercito”. Stipe Mesic non ama usare giri di parole. Non lo fece nel 2007 con Napolitano, che definì “razzista” per aver parlato di pulizia etnica a proposito del massacro delle foibe. Non lo ha fatto lo scorso 19 gennaio, minacciando l’uso della forza se gli elettori della Repubblica serba di Bosnia (RS) saranno chiamati alle urne per decidere sulla separazione dalla Federazione croato-musulmana, l’altra entità in cui è diviso il Paese. La sua è probabilmente una provocazione, ma il conflitto degli anni ’90 è troppo vicino per non provare comunque una certa inquietudine.

La minaccia di Mesic nasce dall’intenzione di Milorad Dodik, premier della RS, di indire un referendum per difendere l’autonomia dei serbi di Bosnia. Secondo alcuni il vero obiettivo della consultazione sarebbe spingere verso un distacco dallo Stato unitario. “In base agli accordi di Dayton, che nel 1995 posero fine alla guerra – ha detto Mesic – la Croazia è uno dei garanti della sopravvivenza della Bosnia-Erzegovina e la sua disgregazione è inaccettabile”. Dodik sostiene di non volere la scissione, ma uno stop al rafforzamento delle strutture di potere centrali, promosso dalla comunità internazionale per accelerare l’integrazione europea della Bosnia.

Milosevic, Itzebegovic e Tudjman firmano l'accordo di Dayton, che nel 1995 pose fine alla guerra

“Mesic ha iniziato la sua carriera politica con la guerra e ora vuole concluderla con la guerra”, ha replicato Dodik al capo dello Stato croato, ultimo presidente della Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Il 18 febbraio Mesic sarà sostituito dal neo-eletto Ivo Josipovic, anch’egli di centrosinistra, ma più morbido in politica estera: pochi giorni fa ha annunciato di voler proporre alla Serbia di ritirare le reciproche denunce di genocidio presentate alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja. La “pacificazione” dovrebbe iniziare in occasione dell’insediamento di Josipovic: quel giorno, però, potrebbe mancare proprio il capo dello Stato serbo Boris Tadic, deciso a non presentarsi se all’evento parteciperà anche Fatmir Sejdiu, presidente del Kosovo (la cui indipendenza è stata riconosciuta dalla Croazia ma non da Belgrado).

La mappa politico-diplomatica dei Balcani, insomma, è più intricata che mai: i protagonisti delle guerre degli anni ’90 alternano segnali di distensione a gesti di ostilità. Se Tadic si dice contrario a un referendum che porti alla frammentazione della Bosnia, il ministro degli Esteri serbo Vuk Jemeric getta benzina sul fuoco: “Mesic è un uomo senza alcuna coscienza politica e morale”. Servirà la buona volontà di tutti per far sì che quello del ritorno alle armi continui ad essere una surreale, improbabile ipotesi.

Leggi anche: Bosnia, serbi verso la secessione? Il premier Dodik smentisce

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Alessandro Maran (Pd) è favorevole all'ingresso della Serbia nella Ue

“L’ingresso nell’Unione europea degli Stati ex-jugoslavi è uno dei pochi temi che uniscono maggioranza e opposizione”. Alessandro Maran, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, è felice dell’avvicinamento di Belgrado all’Europa. Pochi giorni prima di Natale il presidente serbo Boris Tadic ha presentato la domanda ufficiale di ammissione alla Ue: un passo già annunciato dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini (Pdl), che qualche settimana fa aveva rivendicato il ruolo svolto dal suo governo nelle trattative con il Paese balcanico.

Ha ragione l’onorevole Maran: l’accordo bipartisan sull’entrata in Europa della Serbia è decisamente una notizia, a maggior ragione se lo si inserisce in un clima politico che tanti definiscono “avvelenato” e “colmo di odio”. Le ragioni dell’intesa tra gli schieramenti si trovano nelle parole dello stesso parlamentare a L’Unità: “Una più stretta integrazione con i nostri vicini consente di sviluppare meglio i rapporti commerciali, facilita gli approvvigionamenti energetici, permette di regolare meglio i flussi migratori”. Vantaggi per tutti, insomma, soprattutto dal punto di vista economico. E pazienza se i criminali di guerra serbi Mladic e Hadzic, ricercati dal Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia, non sono stati ancora catturati.

Il presidente serbo Tadic e Berlusconi. Il governo italiano sostiene Belgrado nel cammino europeo

“Con Tadic la collaborazione verso il tribunale dell’Aja è cresciuta – dice Maran. – Anche l’Olanda, che proprio a causa della vicenda Mladic aveva i dubbi più forti sull’apertura a Belgrado, li ha rimossi”. L’onorevole si riferisce al via libera dato qualche settimana fa dai Paesi Bassi all’accordo commerciale di libero scambio e alla liberalizzazione dei visti tra la Serbia e gli Stati dell’Unione. In effetti Bruxelles sembra sempre più convinta della sua “distensione” verso Belgrado, isolata dalla comunità internazionale dopo le guerre degli anni ’90.

Oggi il cammino verso l’Europa sembra in discesa, tanto da far ipotizzare l’ammissione serba alla Ue nel 2014. Poco importa se l’esecutivo di Tadic si rifiuta ancora di accettare l’indipendenza del Kosovo, riconosciuto come Stato autonomo dalla stessa Italia: secondo Maran, “crescendo l’integrazione interstatale, con tutti i vantaggi economici connessi, la questione dei confini nazionali diventa progressivamente meno importante”. Le autorità serbe possono dormire sonni tranquilli: Roma non ostruirà la strada tra Belgrado e Bruxelles, che ormai sembra sempre più breve.

Leggi anche: Serbia verso l’Europa. Criminali di guerra inclusi?

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