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Posts Tagged ‘diversità’

I laghi di Plitvice (Croazia) sono pieni di verde, specchi d'acqua, cascate: la più alta arriva a 78 metri

Dieci posti da vedere. Dieci posti da scoprire nel cuore dei Balcani. Dieci suggerimenti di viaggio per un itinerario tra Slovenia, Croazia, Serbia e Bosnia, alla ricerca di un’essenza – quella dell’ex Jugoslavia – fatta di diversità e somiglianze, natura e grandi città, piccoli borghi e splendide località marittime. Fatta di cultura e storia. Segnata dalla tragedia degli anni ’90. Ma piena di vitalità e bellezza, pronte a offrirsi al viaggiatore curioso e appassionato.

1) Lubiana. Arrivando dal Friuli, si entra nell’ex Jugoslavia da qui. La capitale slovena è un gioiellino abbastanza “occidentale”, più europeo che balcanico. Attraversata dal fiume Ljubljanica, ricca di verde, potrebbe trovarsi in Austria per quel che riguarda l’atmosfera e l’architettura. Qui la guerra non c’è stata, e si vede: la Serbia di Milosevic lasciò che la Slovenia diventasse indipendente quasi senza opporsi. Deliziosa.

2) I laghi di Plitvice. Entriamo in Croazia, e ci spostiamo subito nel cuore del Paese. Il parco naturale di Plitvice, vicino al confine con la Bosnia, è un posto assolutamente incantevole. I visitatori possono ammirare ben 16 laghi, camminando su passerelle di legno che li circondano o addirittura li attraversano. D’inverno il paesaggio è magico grazie alla neve, d’estate è scintillante per il verde della natura e l’azzurro dell’acqua. Meravigliosi.

Una delle vie del centro di Zagabria, disseminate di caffè ed eleganti edifici storici

3) Zagabria. Facciamo 140 km, e siamo nella capitale croata. Come a Lubiana, si respira un’atmosfera “austroungarica”, grazie agli eleganti palazzi storici e al verde del monte Medvednica che sovrasta la metropoli. Camminando per le vie lastricate del centro, ci si può fermare nei caratteristici caffè o prendere la funicolare che porta alla città alta. Molto bella piazza San Marco, su cui si affacciano gli edifici che ospitano il governo e il parlamento. Affascinante.

4) Belgrado. Prendiamo il treno e andiamo al centro della Serbia. La capitale si trova nel punto di incontro tra il Danubio e la Sava, e vicino ai fiumi si trovano i luoghi più belli. Dal Kalemegdan Park, un grande giardino con fortezza, si ammira proprio la confluenza tra i due corsi d’acqua, che offre un panorama stupendo. La metropoli è un po’ rumorosa e inquinata, più di quanto lo sia Zagabria: le difficoltà economiche in cui versa ancora il Paese si fanno sentire. Imponente.

Una veduta del fiume Miljacka, che attraversa la capitale bosniaca Sarajevo

5) Sarajevo. Cambiamo ancora Stato: entriamo in Bosnia-Erzegovina. Qui la guerra è stata atroce e lunghissima (quasi quattro anni di assedio), ma la dignità con cui è stata condotta la ricostruzione rende la città veramente gradevole. I segni del conflitto sono evidentissimi: basta alzare lo sguardo e osservare gli enormi cimiteri musulmani sparsi sulle colline circostanti. Il centro, però, è molto curato, il verde intorno alla capitale è stato salvaguardato, e l’atmosfera di mescolanza culturale e religiosa si respira ancora, nonostante una guerra che puntava a distruggerla. Unica.

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Zlatko Dizdarevic è un giornalista nato a Belgrado nel 1948. In Italia ha pubblicato anche "Lettere da Sarajevo" (Feltrinelli, 1998)

“Oslobodenje”, in serbo-croato, significa “liberazione”. Non è un caso che a portare questo nome sia uno dei quotidiani storici di Sarajevo, fondato dai partigiani che lottavano contro l’occupazione nazista della Jugoslavia. Purtroppo un’altra generazione di redattori della stessa testata ha dovuto vivere una guerra: ne fa parte Zlatko Dizdarevic, che ha raccontato il dramma degli anni ’90 dal suo interno, mentre si stava compiendo.

Giornale di guerra (Sellerio, 1994) è la descrizione dell’assedio di Sarajevo da parte di chi ho la vissuto. La capitale bosniaca rimase stretta nella morsa del conflitto per quasi quattro anni: “Oslobodenje” continuò a uscire ogni giorno, grazie al lavoro di circa 70 giornalisti musulmani, serbo-bosniaci e croato-bosniaci. A guidarli c’era Dizdarevic, che racconta di essere cresciuto “in una famiglia in cui ci si sentiva prima di tutto jugoslavi”. La redazione del quotidiano, insomma, era uno scrigno in cui si difendeva quella “convivenza delle diversità” che i signori della guerra volevano distruggere: ancora di più, però, era un luogo di resistenza umana, oltre che professionale, all’orrore. Continuando a credere nel loro lavoro, i giornalisti di “Oslobodenje” si ostinavano a credere nella dignità della persona. Viene in mente Se questo è un uomo di Primo Levi: il suo sforzo di ricordarsi i versi di Dante nel lager è il simbolo di tutti i tentativi di opposizione al male da parte dell’uomo. Dizdarevic non è Levi, non ha la sua stessa altezza letteraria, ma le miserie della città assediata sono le stesse dei campi di concentramento: il giornalista ci racconta le lotte per trovare l’acqua, le stragi senza senso, i piccoli gesti di ogni giorno che assumono una valenza enorme, impensabile in tempo di pace. “Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”: i versi della poesia che apre il capolavoro di Levi esprimono lo stesso dolore, la stessa rabbia vitale che prova Dizdarevic, che prova ogni uomo colpito da un’atrocità troppo grande per essere accettata.

La sede di "Oslobodenje", distrutta nel luglio '92. Da allora la redazione si trasferì in un rifugio antiatomico

Nel dicembre 1993, a conflitto in corso, il Parlamento europeo conferì a “Oslobodenje” il Premio Sacharov per la libertà di pensiero. Nello stesso anno gli editori Kemal Kurspahic e Gordana Knezevic furono premiati dalla World Press Review per “il loro coraggio, la loro tenacia e la loro dedizione ai principi del giornalismo”. I riconoscimenti internazionali, tuttavia, non sono bastati a diffondere a sufficienza Giornale di guerra anche in Italia, sebbene il libro sia stato tradotto da un personaggio famoso come Adriano Sofri. C’è bisogno di ritrovare un testo del genere, se si vuole capire cosa è successo a pochi chilometri da casa nostra: ce n’è bisogno, soprattutto, se si vuole comprendere quale spinta ha permesso ai Balcani di sopravvivere, quale forza d’animo animava chi ha “combattuto” la guerra schierandosi dalla parte della vita.

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Il ponte di Mostar, progettato dall’architetto Hajrudin e costruito nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico

“Era quel simbolo, e non il manufatto, che si era voluto colpire. La pietra non interessava ai generali croati. Il ponte, difatti, non aveva alcun interesse strategico. Non serviva a portare armi e uomini in prima linea. Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare”.

(Paolo Rumiz, “La Repubblica”, 2 novembre 2003)

Pochi sanno che ci sono due 11 settembre: l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001 e il golpe cileno di Pinochet nel 1973. Quasi nessuno sa che si sono due 9 novembre: la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la distruzione del ponte di Mostar nel 1993. Come la dissoluzione della cortina di ferro, le cannonate dei militari croati che spezzarono in due la capitale dell’Erzegovina segnarono la fine di un mondo, di un sistema di valori fondato sulla coesistenza delle diversità che – su scala più ampia – era lo stesso che teneva insieme la Jugoslavia di Tito.

Fino all’esplosione del conflitto, a Mostar musulmani e croati avevano convissuto tranquillamente. I primi occupavano la parte a est dello Stari Most (“vecchio ponte”, da cui prende il nome la città), i secondi quella a ovest. Una separazione pacifica, che con la guerra sarebbe diventata una frattura dolorosa. Aggrediti dai serbi, croati e musulmani iniziarono a combattersi tra di loro, in casa propria, nei luoghi che avevano condiviso per tanto tempo. Nella zona occidentale si trovava l’unico accesso all’acqua potabile: quando i soldati del comandante Slobodan Praljak lo abbatterono, intrappolarono 55 mila musulmani, per lo più donne e bambini. Il ponte sul fiume Neretva, fino ad allora attraversato di notte e di corsa per sfuggire ai cecchini, divenne un muro invalicabile. Gli scontri proseguirono fino al “cessate il fuoco” del 25 febbraio 1994. Il passaggio da una parte all’altra della città rimase proibito fino al 1996.

Alcuni resti dell'artiglieria croata che distrusse il ponte di Mostar il 9 novembre di 17 anni fa

La ricostruzione dello Stari Most è stata ultimata solo sei anni fa: nel frattempo è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, così come tutto il centro città. E’ ripresa anche la tradizione dei tuffi nella Neretva. Durante l’anno i ragazzi bosniaci si sfidano gettandosi dal “vecchio ponte”: il 27 luglio si tiene addirittura una gara ufficiale. Pare che ormai partecipino quasi esclusivamente i giovani della parte musulmana. Anche questo è il segno di una “Jugoslavia delle diversità” che esiste ancora, ma che dal 9 novembre 1993 è molto più fragile. Spiegare perché persone che abitavano insieme da decenni presero a uccidersi è un compito difficile, che spetta innanzitutto agli storici. Di sicuro è necessario motivare la rapida frantumazione di quello scenario di convivenza delle differenze che erano Mostar e tutta la Jugoslavia socialista, per elaborare positivamente il lutto della guerra e costruire un futuro sereno per i Balcani.

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«L’apertura della cultura bosniaca allo “sguardo dell’altro” non deriva da una mancanza di identità o da una debole coscienza della propria identità, ma dalla disponibilità a riconoscere allo sguardo dell’altro rilevanza e fondatezza».

(Dzevad Karahasan, “Il centro del mondo”)

L’Altro è presente ovunque a Sarajevo. C’è nella Bascarsija, la zona più famosa e forse più turistica, dove i negozianti del luogo si mescolano ai visitatori stranieri. C’è nella Biblioteca Nazionale, dove una targa all’ingresso ricorda il rogo di oltre due milioni di libri operato dai “criminali serbi” durante la guerra. C’è nelle vie del centro, dove si gioca con scacchi giganti spostando le pedine sul lastricato. L’Altro, si potrebbe dire, è Sarajevo: l’incontro con il diverso, doloroso o piacevole che sia, è sempre stata la cifra caratteristica della città.

Cattolici, ortodossi, ebrei, musulmani: quattro religioni monoteiste convivono pacificamente nella capitale bosniaca. Anche le cosiddette “etnie”, che tali non sono perché appartenenti allo stesso ceppo slavo, sono rimaste in pace fino al 1992, quando serbi, croati e musulmani hanno iniziato ad uccidersi tra di loro. L’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, stravolse un microcosmo quasi unico al mondo, simbolo fino ad allora di tolleranza e ricchezza intellettuale. Oggi le differenze tra culture non sono sparite, anche se certo sono mescolate meno dolcemente di quanto lo fossero vent’anni fa. Certe ferite non si rimarginano rapidamente: i cimiteri sulle colline circostanti, cosparsi di tombe bianche in quantità impressionante, sono un promemoria costante per viaggiatori e cittadini.

Parlando con gli abitanti, però, si percepisce la convinzione nel guardare avanti, la volontà di pensarsi come un luogo vivo anziché come un teatro di morte. Nessuno, a Sarajevo, vuole rimuovere ciò che è stato: tutti, però, danno l’impressione di voler pensare al presente, ad un benessere che è ancora da costruire ma di cui si intravedono già i primi segni nella dignità con cui è stata ricostruita la città. Gli effetti della guerra si vedono, ma bisogna cercarli: i muri punteggiati dalle pallottole o gli edifici devastati dalle cannonate sono rari, soprattutto nelle zone centrali, che si occidentalizzano ogni giorno di più e vedono crescere il numero di bar e locali alla moda. I veri padroni della capitale sembrano essere i giovani, anche loro tutti diversi e “variopinti”, pronti a portare il Paese sempre più lontano da quell’atrocità che li ha travolti quando erano bambini.

In una delle vie del centro arde la Fiamma Eterna, il “monumento di fuoco” che brucia costantemente per ricordare i caduti del secondo conflitto mondiale. Poco più in là, una targa commemora l’uccisione dell’erede al trono austro-ungarico Francesco Ferdinando, la miccia che fece scoppiare la prima guerra mondiale. Se si vuole davvero “respirare” Sarajevo, però, conviene uscire dalla città, salire sulle colline verdi che la circondano e mettersi seduti, in silenzio. Davanti ai tetti rossi e al fiume Miljacka, alle distese di camposanti e ai minareti delle moschee, si intuisce quella che ci pare l’essenza della capitale bosniaca: la sua capacità di unire culture e religioni in una miscela gioiosa, la sua vocazione ad essere “centro del mondo” grazie all’incontro sempre rinnovato con l’Altro. Forse era proprio questa natura, questa apertura alla condivisione a infastidire i signori della guerra. Un’identità che riunisce le diversità fa paura. Quattro anni di orrore non sono bastati ad annientarla.

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Il ponte sulla Drina oggi. E' stato costruito nel '500

“L’esistenza nella cittadina si faceva sempre più vivace, sembrava sempre più ricca e ordinata e assumeva un passo uniforme e un equilibrio fino ad allora sconosciuto, quell’equilibrio cui ovunque e da sempre tende ogni cosa ma che viene raggiunto solo raramente, parzialmente e per poco tempo”.

“Il ponte sulla Drina” è l’opera più famosa di Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961. Lo scrittore racconta la storia della cittadina bosniaca di Visegrad, divisa in due dal fiume Drina e unita dal ponte che collega le due sponde. Questo essere frammentata e congiunta insieme è la caratteristica fondamentale della città, così come dell’intera ex Jugoslavia. I bosniaci in particolare sono la popolazione balcanica più eterogenea, anche dopo una guerra che ha sterminato intere famiglie o le ha costrette a fuggire all’estero solo perché appartenevano all’etnia “sbagliata”.

La statua di Andric a Belgrado

Il ponte sulla Drina è il filo conduttore della narrazione, che ci trasporta attraverso secoli di storia jugoslava. Sul ponte si intrecciano i commerci tra Oriente e Occidente, ai suoi piedi si fermano i viaggiatori che riposano nella locanda. Dal ponte partono le storie dei tanti personaggi del libro: mille vicende particolari che si intrecciano a comporre una trama universale, quella delle genti balcaniche, in continuo mutamento e contaminazione con altri popoli. Andric descrive benissimo questo incontro tra culture: uno scambio costante che è al tempo stesso ricchezza e condanna, fonte di crescita e di conflitto. Uno scambio che non si interrompe mai, neanche quando degenera e si trasforma in scontro violento.

“Il ponte sulla Drina” è uno splendido romanzo storico. Le vicende di Visegrad, piccolo centro al confine tra Bosnia e Serbia, sono narrate con leggerezza e profondità. L’umanità dei personaggi fa appassionare al racconto, vero affresco collettivo tracciato con mano sapiente da Andric. La sua penna ci conduce al cuore dell’ex Jugoslavia, avvicinandoci all’essenza dei popoli che la abitano.


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