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Il villaggio di Kustendorf, fatto costruire dal regista Kusturica nel 2004

«In questo villaggio tutto è al contrario. Normalmente sono i cittadini che scelgono il sindaco. Qui sono io a scegliere gli ospiti». Emir Kusturica definisce così Kustendorf, il villaggio serbo fatto costruire da lui nel 2004. Qui si svolge la rassegna cinematografica e musicale ideata dal regista: il Kustendorf Film and Music Festival, che quest’anno è giunto alla sua quarta edizione e si svolgerà dal 5 all’11 gennaio.

Kustendorf è vicino alla frontiera con la Bosnia. Qui è stato girato La vita è un miracolo (2004), il primo lungometraggio di Kusturica dopo i grandi successi Underground (1995) e Gatto nero, gatto bianco (1998). Le riprese del film durarono due mesi: due mesi in cui Emir partorì l’idea di un creare un borgo tutto per sé. «Avevo una città, Sarajevo, che ho perso con la guerra. Decisi dunque di costruirne un’altra». Kustendorf si trova a 700 metri di altezza, con intorno montagne che arrivano ai 1500: un paesaggio incantato, fatto di baite di legno e boschi innevati, adatto per accogliere l’utopia di un regista eccentrico. E geniale.

Il presidente serbo Tadic con Johnny Depp, protagonista del Festival di Kustendorf del 2010

Il Festival è partito nel 2008. Quest’anno il grande protagonista – oltre a Kusturica, s’intende – è Abbas Kiarostami. Il grande cineasta iraniano, a cui è dedicata una retrospettiva, terrà lezioni di cinema. Da segnalare anche un workshop, tenuto dal padrone di casa, su Roma di Fellini e una serie di incontri con Gael Garcia Bernal, il Che Guevara di I diari della motocicletta. Sarà proprio Bernal a chiudere la kermesse, che nel 2009 si era conclusa con un concerto della band di Kusturica, la No Smoking Orchestra. La musica non manca neanche quest’anno: si esibiranno gruppi di tutto il mondo, dalla Tanzania alla Francia, dagli Stati Uniti alla Norvegia. E dalla Serbia, naturalmente, con i Beogradski Sindikat.

«Qui la natura è fantastica. La gente della regione non ha mai pensato di costruire qualcosa su quella cima, perché aveva paura del vento. L’ho fatto io». L’ego di Kusturica, enorme quanto il suo talento, trova posto in mezzo ai monti balcanici. Per una settimana, a fargli compagnia ci saranno artisti e spettatori. Che però, se non piacessero a Emir, potrebbero venir cacciati da un momento all’altro. Qui è il sindaco che sceglie i cittadini.

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Laura Halilovic è nata a Torino nel 1989. Ha la cittadinanza bosniaca, ma non è ancora riuscita ad ottenere quella italiana

“Mi chiamo Laura Halilovic. Sono nata il 22 novembre 1989”. Ventun anni e una passione: quella per il cinema. Ventun anni e un’etichetta pesante da portare addosso: quella di rom. Nel 2009 la Rai hai trasmesso Io, la mia famiglia rom e Woody Allen, il primo documentario di Laura, che oggi fa l’assistente alla regia di Ricky Tognazzi per una fiction. E prepara il suo primo film.

“Il primo giorno di scuola ero entusiasta. Volevo conoscere i compagni di classe. Poi sotto voce sentii i loro commenti: ‘Ci mancava solo la zingara’, dicevano”. La famiglia di Laura arriva da Banja Luka, Bosnia, durante la guerra. Si stabilisce nel campo nomadi di via Germagnano, nella periferia torinese. Poi ottiene una casa popolare nel quartiere di Falchera: cento metri quadri per nove persone.

“Sogno di fare cinema da quando avevo nove anni”. Galeotto fu Manhattan: il capolavoro di Woody Allen incuriosisce la piccola Laura, che deve rimboccarsi le maniche per realizzare i suoi sogni. “Non ho avuto la possibilità di studiare oltre la terza media. Quello che so sul cinema l’ho imparato direttamente facendolo e guardando molti film”. Nel 2007 il suo primo cortometraggio, Illusione, vince il festival Sotto18. Nel 2009 Io, la mia famiglia rom e Woody Allen riceve il Gran Premio Urti (Università Radiofonica e Televisiva Internazionale) per il documentario d’autore.

“Non consideravo che i rom fossero uguali a noi”. “Alla fine sono gente come noi”. “Mi ha fatto capire che non sono tutti uguali, tutti colpevoli”. Le risposte al questionario compilato dagli studenti delle scuole superiori piemontesi parlano chiaro: chi vede il documentario di Laura guarda con meno diffidenza all’etnia più emarginata d’Italia. Profumo di pesche, il film in progettazione, è una storia d’amore fra una giovane rom e un cuoco Gagè, ovvero non rom. Un amore che va oltre gli stereotipi. E che può aiutare a superarli.

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Mélanie Laurent, 27 anni, ha esordito in "Un pont entre deux rives" (1999) di Gerard Depardieu

Prendi un gruppo di semi-barboni russi, gitani ed ebrei emarginati dal regime sovietico. Portali a suonare Ciajkovskij a Parigi, nel prestigioso Théâtre du Châtelet. Condisci il tutto con un’insolita storia “sentimentale” tra una violinista di successo e un ex grande direttore d’orchestra: il risultato è Il concerto, l’ultimo coinvolgente film di Radu Mihaileanu. A differenza di Train de vie (1998), a firmare la colonna sonora non è Goran Bregovic, ma un bravissimo Armand Amar: la pellicola ha già vinto il premio César 2010 per le migliori musiche e il miglior sonoro.

La storia inizia a Mosca, ai tempi di Leonid Breznev. Andrei Filipov (un convincente Aleksei Guskov) dirige i musicisti del Teatro Bolshoi. Quando si rifiuta di liberarsi dei suonatori ebrei, viene cacciato insieme ai suoi strumentisti. Trent’anni dopo, Andrei lavora ancora al Bolshoi, ma come uomo delle pulizie. Una sera trova casualmente un fax indirizzato alla direzione: è lo Châtelet, che invita l’orchestra ufficiale a suonare a Parigi. Il malinconico protagonista, ancora segnato dall’umiliazione del licenziamento, ha allora un’idea folle: riunire i suoi vecchi sodali e portarli in Francia, spacciandoli per gli orchestrali del Bolshoi. A spingerlo sono l’amore per la musica e la voglia di riscatto, ma anche il desiderio di incontrare la giovane stella del violino Anne-Marie Jacquet (Mélanie Laurent, famosa da Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino). Semplice attrazione fisica? O forse tra i due c’è un legame più profondo, nato proprio trent’anni prima, in occasione della “censura” sovietica? Mihaileanu ci svela la verità lentamente, suggerendoci con parsimonia ciò che il passato nasconde: e in questo sta la vera bellezza del film, che incuriosisce e appassiona grazie a una trama brillante e a personaggi molto ben assortiti.

Nel film c'è anche una piccola parte per Lionel Abelanski, lo Shlomo di "Train de vie"

“Se il violino non suona bene, l’orchestra va per conto suo e viceversa: i due elementi sono indissociabili”. Mihaileanu riassume così l’essenza della vicenda: credere in qualcosa, e crederci insieme ad altre persone, è il modo migliore per vivere con umanità. Come le altre opere del regista rumeno, anche questa fa sorridere ed emozionare: alcune scene di “pazzia” gitana sono degne del miglior Kusturica. “L’umorismo che preferisco è quello in reazione al dolore e alle difficoltà” dice Mihaileanu. “Per me, l’ironia è un’arma giocosa e intelligente, una ginnastica della mente, contro la barbarie e la morte, un modo per spezzare la tragedia che ne è la sorella gemella”. Il sogno della sgangherata compagnia di Filipov, che vuole portare a termine “il” concerto interrotto dalla dittatura, è animato dalla forza e dalla passione di chi non si arrende alla sofferenza: la stessa energia vitale che ha permesso all’ex Jugoslavia di sopravvivere con dignità agli orrori degli anni ’90.

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Gere nei panni di Simon Hunt, reporter giramondo in azione a Sarajevo

“Solo i particolari più incredibili di questa storia sono veri”. L’avvertenza che apre The Hunting Party (2007) è una delle poche trovate originali della pellicola di Richard Shepard. Un improbabile reporter d’assalto caduto in disgrazia (Richard Gere) parte alla ricerca di un criminale di guerra nella Bosnia “pacificata”. Al suo fianco un cameraman di successo (Terrence Howard) e un giovane cronista figlio di papà (Jesse Eisenberg). La “caccia all’uomo” si rivelerà rischiosa, complicata e soprattutto noiosa per lo spettatore in attesa di un bel film d’azione.

Qualche attore famoso e una tragedia recente non bastano, evidentemente, per mettere in piedi un canovaccio convincente. Shepard ci porta in una Sarajevo ancora segnata dal conflitto, i cui nodi irrisolti dipendono in buona parte dalla comunità internazionale. Tutto vero, ma non abbastanza per creare un’atmosfera coinvolgente. Radoslav Bogdanovic, il boia lasciato in libertà dalla Nato e dall’Onu in cambio della rinuncia al potere, potrebbe essere Ratko Mladic, il massacratore di Srebrenica: eppure, nonostante le evidenti allusioni all’attualità, si ha sempre la sensazione di assistere a una vicenda “costruita”, che non invita a immedesimarsi nei protagonisti. 

James Brolin ("Traffic", "Prova a prendermi") è il criminale di guerra Radoslav Bogdanovic

Richard Gere sembra più adatto alle parti da romanticone che a quelle da “bello maledetto”. Terrence Howard (bravissimo in Crash, 2004) è confinato in un ruolo un po’ scialbo, privo di spessore. Il succedersi delle peripezie che dovrebbero condurre alla cattura del latitante slavo non riesce ad appassionare, forse perché sembra narrato “dall’esterno”, cioè da qualcuno (un regista statunitense) che non è realmente affascinato dagli avvenimenti balcanici.

Se c’è un aspetto positivo in The Hunting Party, è proprio quello a cui fa riferimento l’ammonimento iniziale: i personaggi più divertenti sono quelli più assurdi (ed effettivamente più realistici), come il funzionario dell’Onu paranoico che accusa insistentemente i tre avventurieri di essere agenti della CIA. Per il resto, pare che il dramma dei Balcani sia quasi un pretesto, messo in scena per evidenziare gli errori delle organizzazioni sovranazionali e per raccontare una storia che si vorrebbe avvincente. Né l’uno né l’altro obiettivo sono raggiunti a tal punto da invitarvi a seguire Richard Gere per 103 minuti di film.

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Anton K. e Murat A., a processo da novembre, si dichiarano vittime di un caso di omofobia

L’amore non ha segreti. A meno che tu non sia una spia omosessuale. Anton K., 42 anni, tedesco, e Murat A., 29 anni, macedone di etnia albanese, sono sotto processo a Monaco di Baviera. L’accusa? Aver passato informazioni riservate al crimine organizzato balcanico o a servizi di intelligence di altri Paesi. I due imputati, però, sostengono di essere perseguiti solo in quanto gay.

Anton, ex ufficiale dell’esercito, arriva a Pristina nel 2005. Ufficialmente è nella capitale del Kosovo come diplomatico del ministero degli Esteri, in realtà deve investigare sui legami tra criminalità e istituzioni del luogo. Dopo poco conosce Murat, che parla un tedesco perfetto ed è ben inserito in città. Lo ingaggia come suo interprete. I due vanno a vivere insieme e in breve tempo si innamorano. Nel 2007 Anton cambia il beneficiario della sua polizza d’assicurazione sulla vita: sostituisce la moglie, rimasta in patria, con il suo innamorato. Un errore che gli costerà caro.

Il logo dei servizi segreti tedeschi. Negli anni ’90 indagarono sui fondi provenienti dalla Germania e destinati all’Esercito di liberazione del Kosovo

Appena la consorte riceve la notizia dalla compagnia assicurativa, si precipita a chiedere spiegazioni negli uffici dell’intelligence tedesca. Che non ne sa nulla. Anton viene denunciato alla magistratura ed arrestato assieme a Murat nel marzo 2008. L’agente avrebbe passato notizie confidenziali all’amante, che a sua volta le avrebbe divulgate ad altri 007 o alla delinquenza locale. Tutto falso per gli accusati, che affermano di essere vittime di un caso di omofobia.

Non è la prima volta che Murat finisce in tribunale: sulle sue spalle pende una condanna per lesioni personali e sequestro di persona nei confronti della compagna. Sì, perché anche l’interprete, come Anton, aveva una relazione eterosessuale. I due innamorati ammettono di aver sbagliato a non avvisare i superiori del loro rapporto. Se avessero avvertito anche i rispettivi partner, adesso non rischierebbero 10 anni di carcere.

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Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D'Angelo

Mostar, 28 gennaio 1994. Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo sono in Bosnia per la Rai. Devono girare un servizio per il Tg1 sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi in guerra. Hanno scoperto una cantina dove da mesi dormono decine di persone, tra cui molti bambini. Mentre sono ancora in strada, vengono colpiti da una granata: muoiono sul colpo. Con loro c’è uno dei bimbi del rifugio, Zlatko. I corpi dei tre inviati gli fanno da scudo. Oggi è ancora vivo.

Gli occhi di Zlatko, il bimbo che sopravvisse all'esplosione di 16 anni fa

Marco Luchetta, 42 anni, faceva il giornalista. Si era fatto conoscere alla “Gazzetta dello Sport”, poi era passato alla Rai regionale del Friuli-Venezia Giulia. I tg nazionali avevano visto comparire il suo volto con l’inizio della guerra nei Balcani. Alessandro Ota, 37 anni, faceva l’operatore. Era entrato alla Rai nel 1979, poi aveva partecipato alla realizzazione di film per il cinema e per la tv. Quando scoppiò la guerra, gli venne offerto un posto da giornalista nel tg sloveno: rifiutò per amore della telecamera. Dario D’Angelo, 47 anni, faceva l’assistente di ripresa televisiva. Prima di essere assunto in Rai aveva lavorato in fabbrica: si era diplomato come perito in telecomunicazioni studiando alle scuole serali. Tutti e tre erano nati in provincia di Trieste. Tutti e tre persero la vita esattamente sedici anni fa.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi pochi mesi dopo la strage di Mostar

Nei mesi successivi alla tragedia si è indagato per chiarire se l’esplosione fosse stata una disgrazia oppure un attentato per eliminare dei testimoni scomodi, ma l’inchiesta è stata archiviata. “L’unica conclusione – ha detto nel 2004 Daniela Schifani, moglie di Luchetta – è che sono stati vittima di un bombardamento, e quella zona era bombardata spessissimo. Sicuramente chi ha lanciato la granata sapeva che c’era la stampa: per arrivare là Marco, Alessandro e Dario avevano attraversato vari check-point con un blindato Onu”.

Dopo la morte dei tre inviati è nata una onlus intitolata a loro e a Miran Hrovatin, operatore triestino ucciso in Somalia il 20 marzo 1994 insieme alla giornalista del Tg3 Ilaria Alpi. La Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin aiuta i bambini che vivono in zone di conflitto e sono affetti da gravi forme tumorali o necessitano di un intervento chirurgico non fattibile in patria. Insieme alle loro famiglie, i piccoli vengono ospitati e curati in Italia, dove sono portati a spese della Fondazione. “Nessun bambino deve più morire per una guerra”: e se a dirlo è Zlatko, il sopravvissuto del 28 gennaio 1994, crederci diventa davvero un dovere.

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Il regista Emir Kusturica

“Porci fascisti figli di troia!”

(Petar Popara detto “il Nero”)

Underground è il film più famoso di Emir Kusturica. Palma d’oro a Cannes nel 1995, racconta la disgregazione della Jugoslavia attraverso una storia esplosiva, surreale, romantica. Una perla per chi ama la cultura e l’atmosfera dei Balcani.

Belgrado, anni ’40. Durante la seconda guerra mondiale, Petar detto “il Nero” combatte i nazisti dall’interno di un sotterraneo, dove insieme ad altri resistenti fabbrica armi per sostenere la lotta partigiana. Una volta finito il conflitto, viene ingannato dall’amico e socio Marko, che gli fa credere che i tedeschi non siano stati ancora sconfitti. Per vent’anni, la cittadella nascosta continua a produrre bombe e kalashnikov: a beneficiarne è Marko, che si arricchisce e diventa un esponente di punta del regime comunista di Tito. Quando l’imbroglio viene scoperto, le strade dei due amici-nemici si dividono, fino a ritrovarsi in un’altra Jugoslavia in guerra, quella dei primi anni ’90.

La banda di ottoni che insegue ovunque i protagonisti è il simbolo di una narrazione folle e grandiosa. Ritmo, genio, poesia, universalità: come il romanzo “Il ponte sulla Drina” di Andric, l’affresco corale dipinto da Kusturica racconta uno squarcio di storia jugoslava conducendoci alla sua essenza. L’impresa riesce anche grazie a Goran Bregovic: la sua splendida colonna sonora tiene insieme il racconto e in certi momenti sembra quasi guidarlo, dettando i tempi di una vicenda insieme gioiosa e violenta. C’è tutto in Underground: bombardamenti a tappeto, folli feste di matrimonio, sparatorie insensate, triangoli amorosi improbabili. C’è, soprattutto, la magia del cinema. Che fa stare incollati allo schermo per quasi tre ore, senza prendere fiato.

Il tempo dei gitani (1989) è uno splendido film. Gatto nero, gatto bianco (1998) è una fiaba spassosa. Underground è il capolavoro di Kusturica. Nei suoi 167 minuti c’è una parte dell’anima dei Balcani: quella vitalità che nessuna guerra, nessuna strage, nessun dolore è mai riuscito a spegnere.

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