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Josip Perkovic, ex ufficiale dell'intelligence jugoslava (novilist.hr)

Josip Perkovic, ex ufficiale di intelligence jugoslavo, accusato di un omicidio avvenuto in Germania nel 1983 (novilist.hr)

La Croazia fa mezzo passo indietro sulla questione del mandato d’arresto europeo. Alcuni giorni fa si era saputo che la Ue aveva protestato con Zagabria, colpevole di aver cambiato le norme in materia tre giorni prima di entrare nell’Unione. Ora il mandato d’arresto vale solo per i crimini commessi dopo il 2002, e quindi non per quelli della guerra e per il “caso Perkovic”, su cui fa polemica l’opposizione al governo croato, che nelle scorse ore si sarebbe detto disponibile a rimediare.

Il 1° luglio Zagabria è diventata la 28° capitale comunitaria. Pochi giorni prima aveva preso le decisioni contestate da Bruxelles, che non ne sarebbe stata informata. Scoperta la cosa, il commissario alla Giustizia Viviane Reding ha scritto alle autorità croate, che hanno risposto pochi giorni fa. La portavoce di Reding ha fatto sapere che il governo si è detto disponibile a cambiare la legge. Dirsi disponibili, però, non significa averlo fatto: non a caso la portavoce ha sottolineato che alle parole devono seguire i fatti.

I dubbi della Ue sono legittimati anche dalle dichiarazioni di una fonte anonima del governo croato al quotidiano Jutarnji list: “Le norme saranno cambiate solo se sarà dimostrato che abbiamo torto”. Pare che i Paesi entrati nell’Unione prima del 2002 possano applicare la limitazione decisa dalla Croazia, perché in quell’anno fu introdotto il mandato d’arresto europeo. Il confine temporale, invece, sarebbe vietato per gli Stati che hanno aderito dopo.

Un bel groviglio, il cui centro potrebbe essere Josip Perkovic. Ex alto ufficiale dei servizi segreti della vecchia Jugoslavia, è accusato in Germania di un omicidio politico avvenuto nel 1983. Secondo l’opposizione croata il vero scopo del governo è tutelare lui. Se fosse vero, Zagabria e Roma scoprirebbero di avere un nuovo punto in comune, oltre alla crisi, l’Adriatico e l’appartenenza alla Ue: le leggi ad personam.

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Il “ministro degli Esteri” europeo Catherine Ashton con il presidente croato Ivo Josipovic (www.eu-un.europa.eu)

È iniziato oggi un viaggio di Catherine Ashton nei Balcani occidentali. L’Alto rappresentante per la politica estera della Ue dovrebbe cominciare dal Montenegro e poi toccare Albania, Macedonia, Serbia e Kosovo. La visita arriva in un momento delicato per i rapporti tra Belgrado e Pristina, e nei giorni in cui dovrebbe arrivare un rapporto della Commissione europea sugli eventuali progressi fatti dai Paesi candidati a entrare nell’Unione.

La Ashton ha spiegato il tour balcanico con la volontà di rafforzare la “prospettiva europea” degli Stati della regione. I candidati sono Macedonia, Montenegro e Serbia; un passo più indietro, cioè allo status di “potenziali candidati”, si trovano Albania, Bosnia e Kosovo. Molto più avanti la Croazia, che a luglio dovrebbe diventare il 28° membro della Ue. Proprio oggi a Zagabria era previsto un incontro tra il commissario europeo alla Giustizia e il presidente croato. L’adesione del suo Paese sembrava poter essere rinviata per contrasti con la Slovenia, già dentro l’Unione, ma un paio di settimane fa il parlamento di Lubiana pare aver sbloccato la questione, ratificando l’adesione della Croazia.

Più incerto il percorso degli Stati candidati, o potenziali tali. In particolare nelle ultime settimane si è parlato di possibile rallentamento per la Serbia, che non riesce a fare passi avanti nel dialogo col Kosovo. Proprio la Ashton ha fatto da mediatrice negli scorsi mesi, finora senza successo. Integrare nella Ue i Paesi balcanici, e in particolare quelli ex-jugoslavi, dovrebbe essere un modo anche per contribuire a “stabilizzare” l’area, a pochi anni dalla fine dai conflitti degli anni ’90. In questo momento, per fortuna, l’unica “guerra” che ferisce il continente è quella della crisi economica. Crisi che si sente con forza anche da Belgrado a Sarajevo. E che potrebbe essere uno degli argomenti centrali dei colloqui di questi giorni dell’Alto rappresentante.

FONTI:  Ansa, Tgcom, Il Piccolo

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Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale per la Bosnia (mojevijesti.ba)

”La Bosnia-Erzegovina vive il momento più difficile dalla fine della guerra”. Parola di Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale per la Bosnia. La miccia che ha fatto esplodere l’allarme tra i vertici dell’Unione europea è il referendum indetto per metà giugno dalla Repubblica serba di Bosnia (RS), una delle due entità in cui è diviso il Paese (l’altra è la federazione croato-musulmana). Un voto per abolire la normativa sulla Corte penale federale e sulla Procura di Stato, competenti sui crimini di guerra residui rispetto a quelli trattati dal Tribunale de L’Aja, e accusate di discriminare i serbi. Un voto che ha valore consultivo, ma che potrebbe avere un peso politico devastante, visti le ripetute minacce di secessione fatte in passato da Milorad Dodik, primo ministro della Rs.

Il primo ministro Milorad Dodik davanti allo stemma della Repubblica serba di Bosnia (vesti-online.com)

“Da quando sono Alto rappresentante – ha detto Inzko – ho sempre goduto del massimo appoggio da parte della comunità internazionale, e tale appoggio potrebbe tradursi anche in una destituzione di Dodik”. Oppure in una cancellazione “dall’alto” del referendum. “Se Inzko deciderà di annullare la consultazione – ha risposto Dodik – saremmo forzati a riconsiderare il nostro atteggiamento nei confronti del potere e la nostra partecipazione ad esso”. Un’eventualità che rischia di compromettere i già sottilissimi equilibri del sistema di potere “tripartito” (serbi, croati e musulmani) creato in Bosnia dagli accordi di Dayton, che posero fine alla guerra nel 1995.

A tamponare la situazione ci ha pensato Catherine Ashton, Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, che è volata a Sarajevo per incontrare Dodik e i membri della presidenza nazionale (quella tripartita, per l’appunto). La Ashton ha ammesso “l’esistenza di talune deficienze nell’attività dei tribunali e delle procure di Bosnia”, e tanto è bastato per far ammorbidire le posizioni dei serbi di Bosnia. “Abbiamo avviato dei contatti con Bruxelles – ha detto Dodik – e accettato, come segnale di buona volontà, di rimandare il referendum”. E se la Ue dovesse rassicurare ulteriormente la Rs, la consultazione potrebbe venire addirittura annullata.

Fonti: Lettera43, TMNews, Peace Reporter

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