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Adriatico (foto juan pablo santos rodríguez, http://bit.ly/1jpMrk5)

Se le trivelle rovinassero l’Adriatico ne risentirebbe anche il turismo (foto juan pablo santos rodríguez, http://bit.ly/1jpMrk5)

È una delle ricchezze più importanti dei Balcani occidentali, e il rischio è che sia danneggiata in modo serio. Parliamo del mar Adriatico, sotto attacco dai governi di Croazia e Montenegro. Il primo si è già mosso decisamente per concedere lo sfruttamento petrolifero di 10 settori a cinque colossi dell’energia: i contratti dovrebbero essere firmati ad aprile. Lo scenario potrebbe ripetersi a Podgorica, dove è stata indetta una gara d’appalto simile.

In Croazia l’attività delle associazioni ecologiste si è intensificata nelle ultime settimane. Le organizzazioni provano a fermare in extremis un processo iniziato circa un anno fa. Il bando per le aziende interessate a estrarre oro nero è stato pubblicato ad aprile ed è scaduto a novembre; a inizio anno è stato annunciato che le vincitrici erano cinque compagnie, tra cui l’italiana Eni. Solo dopo l’agenzia nazionale per gli idrocarburi ha presentato una valutazione d’impatto ambientale, un documento che Greenpeace definisce “disordinatissimo e pieno di omissioni”.

Il copione si ripete in Montenegro, con una roadmap che prevede prima la concessione del fondale marino e poi lo studio sui rischi per la natura. In questo caso le cose potrebbero andare anche peggio che in Croazia: l’area dichiarata perforabile inizia a tre chilometri dalla costa, invece che a dieci, e l’impressione è che finora la reazione ecologista sia stata troppo debole per fermare il governo. Le imprese che si sono fatte avanti sono le stesse accolte a braccia aperte dalle autorità di Zagabria.

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Aleksandar Hemon scrive sul "New Yorker", sul "New York Times" e sulla rivista bosniaca "BH Dani"

“So di avere le carte in regola per presentarmi come un esempio di sogno americano realizzato. E sono grato all’America per molte delle cose che mi ha dato. Ma so anche che è più complicato di così, perché la mia storia è costellata di perdite che non si accordano alla morale del lieto fine”. Aleksandar Hemon è nato a Sarajevo 46 anni fa. Da dieci è cittadino americano. Da diciotto vive negli Stati Uniti. Negli States era arrivato come turista. Ma la guerra ha stravolto la sua vita.

Nel 1992 Hemon era un giornalista bosniaco con un inglese incerto. Oggi è uno scrittore (in lingua anglosassone) famoso in tutto il mondo. In Italia sono stati pubblicati la raccolta di racconti Spie di Dio (2000) e i romanzi Nowhere man (2004) e Il progetto Lazarus (2010). “Quando sono arrivato in America, mi sono dato cinque anni per riuscire a scrivere il mio primo racconto in inglese. Ce l’ho fatta dopo tre”, racconta al Corriere della Sera.

"Il progetto Lazarus" è uscito negli Stati Uniti nel 2008. In Italia finora sono state pubblicate tre opere di Hemon

A 28 anni, Aleksandar è rimasto bloccato negli Stati Uniti dallo scoppio del conflitto jugoslavo. “Non ero certo venuto per restare. Mi sono chiesto: e adesso cosa faccio?” La risposta non tarda ad arrivare. Nel corso degli anni Hemon si impegna come attivista di Greenpeace, gira in bicicletta per le strade di Chicago come corriere, lavora come libraio, studia la letteratura (e la lingua) inglese. Intanto scrive. Nel 1995 la rivista letteraria Triquarterly pubblica il suo primo racconto, “La vita e il lavoro di Alphonse Kauders”. Nel 1999 un suo scritto viene ospitato dalle pagine del New Yorker. Un anno dopo esce il suo primo libro, The question of Bruno.

Nelle opere di Hemon ricorre sempre l’episodio decisivo della sua vita: quel giorno del febbraio 1992 in cui telefonò in Bosnia e seppe della tragedia che non gli avrebbe più permesso di tornare indietro. Ne Il progetto Lazarus, appena uscito in Italia, il suo alter ego è Vladimir Brik, giovane scrittore rifugiato, che torna in patria con un amico reporter. Come Aleksandar, Vladimir è arrivato negli Stati Uniti poco prima dello scoppio delle guerre balcaniche. Oggi anche Hemon può tornare liberamente in ex Jugoslavia. Ma il Paese che ha lasciato non è più quello di diciotto anni fa.

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