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Johannes Hahn dovrebbe essere il nuovo commissario europeo all'allargamento (foto epp group, http://bit.ly/1wcSz92)

L’austriaco Johannes Hahn dovrebbe essere il nuovo commissario europeo all’allargamento (foto epp group, http://bit.ly/1wcSz92)

Serbia, Montenegro e Kosovo si avvicinano a Bruxelles. Bosnia e Macedonia no. La commissione europea ha diffuso i suoi rapporti annuali sui paesi candidati (o potenziali tali) a entrare nell’Unione. Ogni documento si apre con una pagina di raccomandazioni, che in parte ricalcano quelle di ottobre 2013. In mezzo ci sono state le proteste di piazza a Sarajevo e dintorni, le alluvioni che hanno devastato la regione ed elezioni nazionali in quattro delle cinque “entità” interessate (fa accezione solo Podgorica).

Serbia. È senz’altro lo stato balcanico più vicino ad aderire alla Ue. Il rapporto ricorda che la svolta è avvenuta l’anno scorso con la distensione nelle relazioni con il Kosovo, e parla di progressi fatti sulle riforme che ritiene necessarie. Bruxelles descrive passi avanti nel cambiamento della pubblica amministrazione e un “forte impeto politico” contro la corruzione, ma aggiunge che servono altri sforzi per assicurare l’indipendenza dei giudici e che restano da approvare alcune leggi-chiave, tra cui (pensa un pò) una sul conflitto di interessi. Preoccupano anche l’alta disoccupazione e il peggioramento delle condizioni per un pieno esercizio della libertà d’espressione.

Montenegro. L’efficienza della magistratura – dice la commissione – è aumentata e il quadro normativo a protezione dei diritti fondamentali si è rafforzato. Poi ci sono i punti critici: ritardi nell’approvazione di leggi anti-corruzione, preoccupazione per la libertà d’informazione, alta disoccupazione. Il negoziato di adesione progredisce, ma manca ancora fiducia nelle istituzioni e nei processi elettorali. Servono riforme “profonde e durature” per rafforzare lo stato di diritto.

Kosovo. Il nome è riportato con un asterisco, dato che solo 23 sui 28 paesi dell’Unione lo riconoscono come indipendente. La commissione dice di “non vedere l’ora” di firmare l’accordo di stabilizzazione e associazione che avvicinerebbe Pristina a Bruxelles. Poi descrive lo stallo seguito alle elezioni di giugno, che ha ritardato “alcune riforme chiave”. Problemi importanti riguardano l’autonomia dei magistrati, la corruzione e il crimine organizzato. Resta tensione nel nord dell’area, a maggioranza serba, ma il miglioramento dei rapporti con Belgrado ha accelerato il percorso verso la Ue.

Bosnia. “Il paese rimane a un punto morto nel processo di integrazione europea”: il rapporto della commissione si apre così. Si denuncia che i leader politici non vogliono approvare le riforme richieste, che i progressi sul fronte economico sono stati molto limitati, che le manifestazioni di inizio anno hanno sottolineato la fragilità della situazione sociale. E ancora: tensioni per la divisione di competenze tra i vari livelli di governo, mancanza di strategie nazionali su energia, trasporti e ambiente, funzionamento insufficiente delle istituzioni. Una bocciatura sonora.

Macedonia. Non va molto meglio a Skopje, che però è già candidata a entrare nell’Unione, come Serbia e Montenegro (e a differenza di Kosovo e Bosnia, che secondo la formula ufficiale “potrebbero” esserlo in futuro, ma non lo sono ancora). Il rapporto parla di “impasse” per il processo di adesione; descrive progressi nella riforma della pubblica amministrazione, ma passi indietro in molti altri campi. Si parla di aumento del controllo politico sui media, calo di fiducia nelle istituzioni e clima insoddisfacente tra minoranza albanese e resto dei cittadini. Infine resta irrisolta la questione del nome del paese, contestato dalla Grecia perché è anche quello di una regione ellenica.

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Johannes Hahn, commissario per le Politiche regionali (foto European Parliament, http://bit.ly/18HnU5u)

Johannes Hahn è commissario europeo per le Politiche regionali dal 2010 (foto European Parliament, http://bit.ly/18HnU5u)

La Slovenia punta sulle privatizzazioni e si vede congelare i fondi europei. Il secondo fatto non è conseguenza del primo, ma messi insieme formano un’immagine preoccupante dell’economia di Lubiana. Le sue difficoltà durano da tempo: per tutto il 2013 si è parlato di una possibile richiesta di aiuti internazionali, che finora non è arrivata.

Tra i provvedimenti che dovrebbero permettere di evitarla ci sono appunto le cessioni di proprietà statali, a partire dalle banche più in crisi, che sono tutte sotto controllo pubblico. L’operazione riguarda anche altri settori, dai trasporti alle telecomunicazioni. Viene da chiedersi come saranno gestite le dismissioni, e in particolare i destini dei lavoratori: nelle scorse settimane molti cittadini bosniaci sono scesi in piazza anche per il modo in cui la classe politica ha svenduto aziende dopo la guerra.

Proprio mentre il governo sloveno è a caccia di soldi, Bruxelles blocca fondi comunitari per centinaia di milioni di euro, già messi a bilancio per quest’anno da Lubiana. Nel mirino della Commissione europea ci sarebbe la gestione di appalti e cantieri delle opere pubbliche. Nei prossimi giorni alcuni rappresentanti del “governo” dell’Unione visiteranno il Paese balcanico, che spera di poter tornare in possesso delle somme promesse.

La settimana scorsa Bruxelles ha accusato tre Stati Ue di avere squilibri economici eccessivi: Italia, Croazia e Slovenia. La prima fu tra i fondatori dell’edificio europeo. Le ultime due ci sono entrate negli ultimi anni. Lo stesso sperano di fare gli altri Paesi ex jugoslavi, anche loro colpiti dalla crisi, in alcuni casi molto più duramente. La speranza è che se e quando si uniranno ai 28 attuali l’austerità sarà finalmente passata di moda.

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