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Striscione del 2010 per Ramush Haradinaj, uno dei leader dell'opposizione kosovara (foto Quinn Dombrowski, http://bit.ly/1o0kLtT)

Striscione del 2010 per Ramush Haradinaj, uno dei leader dell’opposizione kosovara (foto Quinn Dombrowski, http://bit.ly/1o0kLtT)

Un paese senza governo, in cui cresce l’estremismo islamista. È il ritratto (parziale) del Kosovo che si ricava dalle notizie delle ultime settimane, con l’unica nota positiva della ripresa del dialogo “europeo” con la Serbia interrotto alcuni mesi fa. La sospensione era stata causata proprio dalle elezioni nell’area, da cui però non è uscito un vincitore certo. E mentre a Pristina si cercava di capire se i politici avrebbero trovato un accordo, nella regione venivano arrestate decine di persone sospettate di essere coinvolte in formazioni terroristiche attive in Medio Oriente.

Il partito più votato alle consultazioni del 6 giugno è stato il PDK di Hashim Thaci, primo ministro dal 2008, quando ha guidato il Kosovo alla dichiarazione unilaterale di indipendenza da Belgrado. I 37 seggi ottenuti, però, non bastano a formare una maggioranza. Da qui uno stallo che dura da tre mesi, in cui l’opposizione è riuscita a far eleggere il suo leader come presidente del parlamento, ma la corte costituzionale ha annullato la seduta. Così si parla di nuove elezioni, e va ricordato che già le ultime erano anticipate.

A questa instabilità si affianca l’operazione che ad agosto ha portato in carcere circa 40 persone, tra cui un imam accusato di essere un punto di riferimento per il jihad nella zona. In tutto gli indagati sarebbero un centinaio. Dal sito di Osservatorio Balcani e Caucaso:

Secondo le autorità di Pristina all’incirca 100-200 albanesi kosovari, soprattutto giovani, si sono uniti a gruppi terroristici in Siria e Iraq; 16 sono le persone che hanno perso la vita fino ad ora. A luglio, la comunità islamica tradizionale è rimasta sotto shock per le immagini del giovane venticinquenne Lavdrim Muhaxheri, kosovaro di Kaçanik, che ha postato su Facebook una sua foto mentre decapitava un soldato siriano.

L’area ha grossi problemi economici e sociali, che possono essere tra le molle che spingono ad arruolarsi tra gli estremisti, e fanno temere che il fenomeno indebolisca ulteriormente la fragile democrazia di Pristina. La migliore notizia degli ultimi anni era stata l’accelerazione nel dialogo con la Serbia avvenuta ad aprile 2013, e i negoziati sono ricominciati a inizio settembre, sia pure solo a livello tecnico (data l’assenza di un nuovo governo nell’ex provincia ribelle). Anche quello che succederà a Bruxelles sarà importante per la stabilità del Kosovo.

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Un manifestante kosovaro sventola una bandiera albanese

Migliaia di agenti di polizia mobilitati, quasi nessun incidente. Gli osservatori internazionali giudicano positivamente le prime elezioni del Kosovo indipendente. Alle comunali di novembre ha votato il 45% dei cittadini chiamati alle urne: tre punti percentuali in più rispetto alle amministrative del 2006. Tutto si è svolto senza bisogno di coinvolgere direttamente l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Gli episodi di violenza, che si temevano dopo l’invito del governo serbo e della Chiesa ortodossa a disertare le urne, sono stati pochi e di scarsa gravità. I 13 mila soldati della Nato ancora presenti nel Paese sono rimasti nelle caserme.

“Il Kosovo è una parte integrante della Serbia e sempre lo sarà”. Vuk Jeremic, ministro degli Esteri di Belgrado, non aveva smorzato i toni alla vigilia del voto. L’indipendenza della provincia a maggioranza albanese, proclamata unilateralmente dal governo di Pristina nel febbraio 2008, non è mai stata accettata dalle autorità serbe. Al momento i Paesi membri dell’Onu che hanno riconosciuto il nuovo stato sono 63, Italia compresa. Nei prossimi mesi la Corte Internazionale di Giustizia dovrà pronunciarsi sulla legalità della secessione kosovara. La decisione che arriverà da L’Aja non sarà vincolante, ma orienterà le scelte di quei governi che ancora non hanno accettato lo strappo di Pristina.

Il primo ministro kosovaro Thaci insieme a George W. Bush

Dalle urne esce vincitore il Partito democratico del Kosovo del primo ministro Hashim Thaci, che al primo turno si assicura 5 comuni su 36 e conduce in altri 13 in attesa dei risultati del ballottaggio  del 13 dicembre. L’opposizione di Ramush Haradinaj (destinatario di uno dei pochi tentativi di attentato: gli artificieri Nato hanno disinnescato una bomba nel suo ufficio) si conferma leader in quattro municipalità minori, mentre non sfonda il miliardario Behgjet Pacolli, il “Berlusconi kosovaro”, conosciuto in Italia per essere stato il marito di Anna Oxa.

Dal 1999, anno in cui terminò la guerra del Kosovo, i serbi che abitano nella provincia – oggi 120 mila – non hanno mai voluto partecipare alle votazioni. Stavolta, invece, alcune migliaia di loro si sono recati alle urne. Qualcuno si è addirittura candidato. “Non si può lasciare tutto agli albanesi”, dice Momcilo Trajkovic, aspirante sindaco. La larghissima maggioranza dei serbi si rifiuta ancora di votare, ma il sabotaggio non è più visto come l’unico strumento di protesta. Una piccola vittoria per le neonate istituzioni kosovare.

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