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Novo Mesto, città nell'area più colpita in Slovenia (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1o0kLtT)

Novo Mesto, città nell’area più colpita in Slovenia (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1o0kLtT)

Almeno due morti in Slovenia e uno in Serbia. In questi giorni gli stati dell’ex Jugoslavia sono stati colpiti di nuovo da inondazioni, dopo quelle che a maggio fecero decine di vittime. Stavolta il numero è decisamente più basso, ma certo per quell’area il 2014 non è un anno fortunato.

In Slovenia la zona più disastrata è quella di Novo Mesto, cittadina vicina al confine croato. Si parla di danni per cinque milioni di euro, che riguardano case, scuole, fabbriche, asili. In Croazia finora sembra che non sia morto nessuno, ma ci sono stati allagamenti e tre affluenti della Sava hanno raggiunto livelli record, toccando picchi mai eguagliati dagli anni ’50. Esercito e volontari hanno lavorato per rafforzare gli argini dei centri abitati vicini a quei corsi d’acqua. C’è ansia anche per la Sava stessa, che segna il confine con la Bosnia. Lungo la frontiera c’è Jasenovac, che ospitò il maggiore campo di concentramento del regime filonazista di Zagabria: il materiale del museo che lo ricorda è stato portato altrove per evitare che si rovinasse.

Poi c’è la Serbia, dove si parla di tre dispersi nell’area orientale di Kladovo, vicina alla Romania. Quattrocento persone sono state evacuate e una donna anziana è morta. In questo caso a preoccupare è il livello del Danubio e dei suoi affluenti. Ieri le autorità di Belgrado hanno dichiarato lo stato di emergenza. Una centrale idroelettrica che alimenta Serbia e Romania ha smesso di funzionare, e l’acqua ha fatto crollare un ponte in un villaggio sul confine. In Montenegro le forti piogge hanno fatto saltare l’elettricità in diversi centri sulla costa adriatica. Molte strade e ferrovie sono state chiuse.

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La Bosnia allagata vista da un elicottero di aiuti sloveni (foto European Commission DG ECHO, http://bit.ly/RaejCi)

La Bosnia allagata vista da un elicottero di aiuti (foto European Commission DG ECHO, http://bit.ly/RaejCi)

“Vedere gente che abbandona in fretta le case mi ha ricordato la guerra”. Una frase come questa può spiegare la portata delle alluvioni in ex-Jugoslavia. L’ha detta a Radio Popolare Azra Ibrahimovic, che lavora per il gruppo solidale Cesvi a Srebrenica. Gli effetti delle piogge torrenziali dei giorni scorsi sono stati davvero drammatici, con decine di morti e migliaia di sfollati.

La catastrofe ambientale che ha colpito soprattutto Bosnia e Serbia sarebbe la peggiore degli ultimi 120 anni. Una delle ultime cifre diffuse parla di 50 vittime, di cui almeno una in Croazia, ma è possibile che il numero salga con il ritirarsi delle acque, che potrebbe portare alla luce altri corpi senza vita. In Bosnia si teme per le conseguenze sui campi minati ancora presenti: da una parte la rimozione dei cartelli che segnalano il pericolo, dall’altra lo spostamento di ordigni che rischiano di arrivare non solo in Serbia, ma addirittura fino al Mar Nero.

Nelle scorse ore il ministro degli Esteri di Sarajevo parlava di un milione di persone senza acqua potabile: oltre un quarto della popolazione. In Serbia paura anche per alcune tra le maggiori centrali elettriche, minacciate dall’inondazione. Repubblica ha parlato di “diluvio che unisce i popoli nemici”, per raccontare la solidarietà tra cittadini di etnie diverse dopo i massacri degli anni ’90. Per chi vuole dare una mano, segnaliamo la pagina apposita di Osservatorio Balcani:

http://www.balcanicaucaso.org/news-balcani/Inondazioni-in-Bosnia-Erzegovina-Serbia-e-Croazia-come-aiutare-152066

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