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Posts Tagged ‘istria’

Il monastero di Dajla, conteso dagli ecclesiastici italiani e croati (lavignadelsignore.blogspot.com)

Tutto per un monastero. La Chiesa cattolica si spacca sul convento di Dajla, in Istria, costruito nel ‘700 dai benedettini dell’Abbazia di Praglia, in provincia di Padova. Espropriato da Tito dopo la Seconda guerra mondiale, alla fine degli anni ’90 era stato assegnato alla locale diocesi di Pola e Parenzo. Nel 2002 i monaci veneti hanno chiesto la riconsegna dell’immobile allo Stato croato, che ha detto no: gli ecclesiastici erano già stati risarciti con un miliardo e 700 milioni di lire dopo il Trattato di Osimo del 1975, firmato proprio per porre fine alle dispute riguardanti l’Istria e l’area di Trieste.

Anche il vescovo di Pola e Parenzo, Ivan Milovan, era (ed è) contrario alla restituzione. Per questo è sceso in campo il Vaticano: lo scorso 6 luglio papa Ratzinger ha sospeso Milovan e ha fatto firmare a un commissario appositamente nominato – monsignor Santos Abril y Castellò, ex nunzio nei Balcani – un accordo che sancisce il ritorno del monastero all’Abbazia di Praglia, più indennizzo di 6 milioni di euro. Apriti cielo (è il caso di dirlo): Milovan ha chiesto aiuto alle autorità di Zagabria, e lo ha ottenuto ai massimi livelli.

Ivan Milovan, vescovo di Pola e Parenzo, si è "ribellato" a papa Ratzinger (ipress.hr)

“Nessun atto giuridico o legale può violare gli accordi di Osimo”, ha tuonato il presidente socialdemocratico Ivo Josipovic, mentre il primo ministro conservatore Jadranka Kosor ha annunciato che userà tutti i mezzi diplomatici per aiutare il vescovo di Pola. “La richiesta di un nuovo indennizzo è un tentativo mal nascosto di revisione o abrogazione del Trattato di Osimo”, ha detto senza mezzi termini Stipe Mesic, predecessore di Josipovic. La Santa Sede, dal canto suo, ha fatto sapere in una nota che ritiene la questione “di natura propriamente ecclesiastica”. Ma di fronte al richiamo agli accordi internazionali fatto dalle maggiori autorità croate, diventa difficile difendere questa posizione.

Come se ne esce, allora? Una soluzione in effetti c’è, e sembra averla trovata il ministro della Giustizia Drazen Bosnjakovic, che ha annullato la restituzione dell’edificio alla Chiesa cattolica croata avvenuta pochi anni fa: l’atto formale in questione “è da considerarsi nullo dato che fu svolto in base alla legge sui beni confiscati dalle autorità jugoslave comuniste, mentre rientrava nella materia già prima risolta con accordi internazionali”. In sostanza, il convento di Dajla non va né agli ecclesiastici croati, né a quelli vaticani: torna allo Stato, dopo averli fatti litigare ferocemente. Chissà come riderebbe Tito, se lo sapesse.

Fonti: vaticaninsider.lastampa.it, Asca-Afp, ilgazzettino.it, TMNews

Leggi anche: Croazia, l’odissea degli stranieri espropriati da Tito

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La repubblica marinara di Dubrovnik fu il primo stato europeo ad abolire la schiavitù nel 1416

Terremoti e guerre non sono riusciti a intaccare la sua bellezza. Come molti altri luoghi dei Balcani, Dubrovnik ha rischiato più volte di soccombere sotto il peso della violenza. Per sua (e nostra) fortuna è riuscita sempre a risorgere dalle macerie, e ancora oggi tiene fede al suo soprannome: la “perla dell’Adriatico”, a lungo repubblica marinara indipendente, attira migliaia di turisti da ogni parte del mondo.

E dire che non basta andare in vacanza in Croazia per visitare la splendida città balcanica. Chi va al mare in Istria, o passa qualche giorno a Zagabria, deve fare un bel po’ di strada per raggiungere Dubrovnik. Per arrivarci bisogna addirittura passare dalla Bosnia: Ragusa (nome italiano della città) è in fondo alla Dalmazia, a 200 km da Spalato. In mezzo c’è Neum, centro abitato di 4 mila anime che separa la… Croazia del nord da quella del sud, in quel lembo di “terra di nessuno” (almeno per i viaggiatori) che è l’unico sbocco sul mare della Bosnia. Per vedere Dubrovnik, insomma, bisogna volerci andare appositamente. E lo sforzo viene ampiamente ripagato.

Lo "Stradun", il viale che attraversa Dubrovnik. La città fu fondata nella prima metà del VII secolo

Il primo gioiello che scintilla all’arrivo sono le mura della città: oltre 2 chilometri di pietra bianca, affascinante come quella che riveste tutto lo splendido centro storico (patrimonio dell’umanità Unesco). Per visitarlo si cammina obbligatoriamente nello Stradun, il viale che va dalla porta Pile a piazza Luza: attraversarlo è una delle principali attività serali per i turisti, che passeggiano in mezzo ai negozi e a un’architettura rinascimentale che allo stesso tempo abbaglia e riposa la vista. Non ci si accorge dei segni, che pure – a volerli cercare – ci sono, del bombardamento che il 6 dicembre 1991 colpì la città e l’opinione pubblica internazionale, sdegnata per quell’affronto a una simile meraviglia (e soprattutto ai suoi abitanti, uccisi dalle forze armate jugoslave e in particolare montenegrine).

Dubrovnik ferita suscitò la commozione e la solidarietà di tutto il mondo: i fondi per la ricostruzione giunsero immediatamente dopo il conflitto. Non era la prima volta che bisognava impegnarsi per salvare la sua bellezza: il 6 aprile 1667 un terribile terremoto distrusse Ragusa quasi interamente. Allora furono il Papa e i sovrani di Inghilterra e Francia a finanziare la sua ristrutturazione. Proprio i transalpini, un secolo e mezzo dopo, avrebbero decretato la fine dell’indipendenza della repubblica marinara, attiva nel Mediterraneo orientale dall’Alto Medioevo. Oggi Dubrovnik è più “periferica” di un tempo, almeno per i turisti. Ma chi si sforza di andarla a vedere difficilmente resta deluso.

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Fino al '91 le acque croate e slovene appartenevano allo stesso mare jugoslavo. Dopo la disgregazione non si è riusciti a tracciare un confine condiviso

Da Wikipedia: “La Slovenia richiede la cessione da parte della Croazia di alcune delle sue acque territoriali ad ovest di Umago per potere accedere direttamente alle acque internazionali. Altre controversie tra le due ex repubbliche jugoslave riguardano l’assegnazione di alcune piccole unità catastali nei pressi del monte Gorjanci e lungo il fiume Mura”. Possibile che simili dispute possano bastare a far cadere il governo sloveno e a rallentare l’ingresso in Europa della Croazia? Evidentemente sì, se è vero che entrambi i Paesi sono in fermento in vista del referendum sull’argomento che si dovrebbe tenere nel prossimo giugno. Una consultazione che potrebbe risolvere (o aggravare) un conflitto diplomatico aperto dal 1991.

Il problema del confine sloveno-croato esiste dall’inizio delle guerre jugoslave e riguarda soprattutto gli spazi marittimi che fronteggiano l’Italia, nel golfo di Trieste e – al suo interno – nella baia di Pirano. La Slovenia, che ha uno sviluppo costiero di soli 47 km, pretende un “corridoio di transito” che colleghi le proprie acque territoriali a quelle internazionali dell’Adriatico. A questa richiesta se ne aggiungono altre riguardanti le frontiere “terrestri”, ad esempio nella valle del fiume Dragogna, in Istria. La questione si è trascinata negli anni e si è aggravata nel dicembre 2008, quando la Slovenia ha posto il veto al proseguimento del processo di adesione della Croazia alla Ue finché non si sarà trovata una soluzione. Lubiana preme per un accordo politico tra i due Stati; Zagabria vorrebbe basarsi esclusivamente sul diritto internazionale. L’11 settembre scorso il primo ministro sloveno Borut Pahor e quello croato Jadranka Kosor hanno finalmente concordato l’istituzione di un organismo formato da cinque arbitri internazionali, chiamati a dirimere le controversie in modo vincolante per entrambi i Paesi.

Borut Pahor e Jadranka Kosor, capi di governo di Slovenia e Croazia: il loro accordo sui confini potrebbe venire sottoposto a referendum

Il patto è stato ratificato pochi giorni fa dal parlamento sloveno, che il 3 maggio si pronuncerà nuovamente sullo stesso tema. Quasi certamente verrà indetto un referendum, che l’opposizione vuole usare per bocciare un accordo ritenuto “sconveniente” per il Paese (ma utile per indebolire il governo in carica). Fino a pochi mesi fa Croazia e Slovenia erano d’accordo solo sulla data di riferimento: il 25 giugno 1991, giorno in cui entrambi gli Stati dichiararono l’indipendenza dalla morente Jugoslavia. Lubiana e Zagabria, però, fino allo scorso settembre davano interpretazioni diverse della situazione dell’epoca, in cui i confini ufficiali non coincidevano e una frontiera marittima non esisteva neppure. Oggi le cose sembrano essere cambiate, principalmente per motivi di opportunità: che si voglia entrare in Europa, o che si desideri un accesso diretto alle acque internazionali, l’ultima cosa da fare per raggiungere i propri obiettivi è continuare una disputa durata già troppo a lungo.

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