Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘josipovic’

Kolinda Grabar-Kitarovic, candidata di destra alle presidenziali (foto Security & Defence Agenda, bit.ly/1kuY8rA)

Kolinda Grabar-Kitarovic, candidata di destra alle presidenziali (foto Security & Defence Agenda, http://bit.ly/1kuY8rA)

Tra pochi giorni gli elettori croati decideranno chi sarà il loro presidente. Al primo turno il più votato è stato quello uscente Ivo Josipovic, sostenuto dai socialdemocratici, che ha superato di poco il 38%. Al ballottaggio sfiderà la candidata di centrodestra Kolinda Grabar-Kitarovic, che ha ottenuto circa un punto in meno. Il terzo classificato è stato il 25enne Ivan Vilibor Sincic, politico anti-sistema con qualche somiglianza con Beppe Grillo: per esempio non si è schierato con nessuno dei concorrenti che lo hanno battuto e dice che non si alleerà con loro alle politiche di fine 2015.

Il tema caldo degli ultimi anni e dei prossimi mesi è l’economia. La disoccupazione generale è al 16,6%, quella giovanile al 45,5%. Si tratta rispettivamente del quarto e terzo peggior dato dell’Unione europea. Zagabria ne fa parte da un anno e mezzo, e pochi mesi dopo il suo ingresso la commissione di Bruxelles ha aperto una procedura d’infrazione sui suoi conti. Gli ultimi sei anni sono stati di recessione: un quadro veramente critico, con dati macroeconomici un po’ peggiori di quelli italiani (tranne il debito pubblico, alto ma lontano dalla nostra percentuale “stellare”).

Un altro problema centrale negli ultimi anni è stata la corruzione. Con questa accusa lo scorso ottobre è stato arrestato il sindaco della capitale Milan Bandic, rilasciato su cauzione a dicembre. È ancora in carcere, invece, Ivo Sanader: capo del governo dal 2003 al 2009, scappò all’estero ma nel 2011 fu estradato dall’Austria, e l’anno seguente fu condannato a dieci anni (poi ridotti a otto e mezzo). Nonostante vicende come queste l’affluenza al primo turno delle presidenziali è stata più alta di cinque anni fa: 47 contro 44%.

Read Full Post »

Zagabria, Gay Pride 2010 (foto di Goran Zec)

Manifestanti a Zagabria per il Pride 2010 (foto di Goran Zec)

Mancano tre settimane. Il 1° dicembre i croati saranno chiamati a votare sui matrimoni gay. Attualmente la Costituzione non tutela specificamente le unioni “tra un uomo e una donna”, ed è proprio questo il centro del referendum: i cittadini dovranno decidere se inserire questa aggiunta, senza bisogno di quorum perché la consultazione sia valida.

Ai vertici del Paese ci sono due socialdemocratici: il presidente Josipovic e il primo ministro Milanovic. Il governo vorrebbe dare più diritti alla comunità lgbt, e questo non piace alla potente Chiesa nazionale. Un gruppo di associazioni di ispirazione cattolica ha raccolto oltre 700mila firme per portare alle urne i connazionali: il parlamento ha detto sì, e secondo i sondaggi potrebbe fare altrettanto almeno il 50% della popolazione. Una quarantina di deputati chiedeva che il quesito fosse sottoposto alla Corte costituzionale prima di dare l’ok, ma le loro proteste non sono servite. Alla stessa Corte promette di rivolgersi il coordinatore del Zagreb Pride, l’evento che si tiene ogni anno nella capitale dal 2002.

L’omofobia sembra essere più forte in altri Stati balcanici. Due su tutti: la Serbia, dove negli ultimi tre anni le autorità hanno vietato il Pride di Belgrado, e il Montenegro, dove tra luglio e ottobre ci sono stati scontri in occasione di due manifestazioni simili. Dalla Croazia a inizio 2013 avevano fatto notizia le polemiche della Chiesa contro l’educazione sessuale nelle scuole, che dovrebbe servire a far discutere gli studenti anche sull’omosessualità. In parrocchie e supermercati erano comparse decine di migliaia di volantini contro il governo. Una macchina organizzativa che potrebbe entrare in azione anche in vista del referendum.

Read Full Post »

Il monastero di Dajla, conteso dagli ecclesiastici italiani e croati (lavignadelsignore.blogspot.com)

Tutto per un monastero. La Chiesa cattolica si spacca sul convento di Dajla, in Istria, costruito nel ‘700 dai benedettini dell’Abbazia di Praglia, in provincia di Padova. Espropriato da Tito dopo la Seconda guerra mondiale, alla fine degli anni ’90 era stato assegnato alla locale diocesi di Pola e Parenzo. Nel 2002 i monaci veneti hanno chiesto la riconsegna dell’immobile allo Stato croato, che ha detto no: gli ecclesiastici erano già stati risarciti con un miliardo e 700 milioni di lire dopo il Trattato di Osimo del 1975, firmato proprio per porre fine alle dispute riguardanti l’Istria e l’area di Trieste.

Anche il vescovo di Pola e Parenzo, Ivan Milovan, era (ed è) contrario alla restituzione. Per questo è sceso in campo il Vaticano: lo scorso 6 luglio papa Ratzinger ha sospeso Milovan e ha fatto firmare a un commissario appositamente nominato – monsignor Santos Abril y Castellò, ex nunzio nei Balcani – un accordo che sancisce il ritorno del monastero all’Abbazia di Praglia, più indennizzo di 6 milioni di euro. Apriti cielo (è il caso di dirlo): Milovan ha chiesto aiuto alle autorità di Zagabria, e lo ha ottenuto ai massimi livelli.

Ivan Milovan, vescovo di Pola e Parenzo, si è "ribellato" a papa Ratzinger (ipress.hr)

“Nessun atto giuridico o legale può violare gli accordi di Osimo”, ha tuonato il presidente socialdemocratico Ivo Josipovic, mentre il primo ministro conservatore Jadranka Kosor ha annunciato che userà tutti i mezzi diplomatici per aiutare il vescovo di Pola. “La richiesta di un nuovo indennizzo è un tentativo mal nascosto di revisione o abrogazione del Trattato di Osimo”, ha detto senza mezzi termini Stipe Mesic, predecessore di Josipovic. La Santa Sede, dal canto suo, ha fatto sapere in una nota che ritiene la questione “di natura propriamente ecclesiastica”. Ma di fronte al richiamo agli accordi internazionali fatto dalle maggiori autorità croate, diventa difficile difendere questa posizione.

Come se ne esce, allora? Una soluzione in effetti c’è, e sembra averla trovata il ministro della Giustizia Drazen Bosnjakovic, che ha annullato la restituzione dell’edificio alla Chiesa cattolica croata avvenuta pochi anni fa: l’atto formale in questione “è da considerarsi nullo dato che fu svolto in base alla legge sui beni confiscati dalle autorità jugoslave comuniste, mentre rientrava nella materia già prima risolta con accordi internazionali”. In sostanza, il convento di Dajla non va né agli ecclesiastici croati, né a quelli vaticani: torna allo Stato, dopo averli fatti litigare ferocemente. Chissà come riderebbe Tito, se lo sapesse.

Fonti: vaticaninsider.lastampa.it, Asca-Afp, ilgazzettino.it, TMNews

Leggi anche: Croazia, l’odissea degli stranieri espropriati da Tito

Read Full Post »

Il Papa al suo arrivo a Zagabria. Il primo alla sua destra è il presidente croato Ivo Josipovic (magisterobenedettoxvi.blospot.com)

“Mostrate con la vostra testimonianza di vita che è possibile amare, come Cristo, senza riserve!”. È uno dei passaggi dell’omelia tenuta da Benedetto XVI nel grande Ippodromo di Zagabria, davanti a centinaia di migliaia di fedeli. Il Papa è stato in visita in Croazia nel weekend del 4 e 5 giugno: ha parlato molto di famiglia (domenica era la Giornata nazionale delle famiglie cattoliche croate), ma anche di Unione europea. In un momento cruciale per il Paese balcanico.

“Non cedete a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria o addirittura sostitutiva del matrimonio – ha detto il Pontefice. – Non bisogna aver timore di impegnarsi per un’altra persona. Care famiglie, gioite per la paternità e la maternità!” Il rischio, ha continuato papa Ratzinger, è che si riduca l’amore “a emozione sentimentale e a soddisfazione di pulsioni istintive, senza impegnarsi a costruire legami duraturi e senza apertura alla vita. Siamo chiamati a contrastare questa mentalità”. Immancabile il richiamo alla politica: servono “provvedimenti legislativi che sostengano le famiglie nel compito di generare ed educare i figli”, ha ricordato Benedetto XVI.

Durante la guerra, nel settembre 1994, papà Wojtyla celebrò una messa all'Ippodromo di Zagabria davanti a un milione di persone (balcanicaucaso.org)

Se queste parole non spostano di un centimetro le posizioni (rigidamente conservatrici) della Chiesa sulla famiglia, più interessanti sono le considerazioni sull’avvicinamento tra Zagabria e Bruxelles. Riflessioni non contenute nell’omelia, ma che dicono molto del significato della visita del Pontefice oltrefrontiera. “Alla vigilia della piena integrazione della Croazia nell’Unione Europea – ha spiegato il Papa – la storia passata e recente di questo Paese può costituire un motivo di riflessione per tutti gli altri popoli del Continente aiutando ciascuno di essi, e l’intera compagine, a conservare e a ravvivare l’inestimabile patrimonio comune di valori umani e cristiani”. L’ingresso in Europa, insomma, è “logico, giusto e necessario”, anche se restano criticabili “il forte centralismo burocratico e l’astratta cultura razionalista” delle istituzioni europee. Tradotto: è positivo che la Croazia entri nella Ue, ma a patto che quest’ultima sia sempre di più portatrice di valori cristiani, che sono le vere fondamenta – nell’ottica della Chiesa – dell’Europa stessa.

Ma a che punto è la procedura di adesione di Zagabria? Fonti diplomatiche sostengono che i negoziati potrebbero concludersi addirittura entro questa settimana: ottenuto l’ok della Commissione europea, la palla passerebbe al Consiglio europeo, ovvero ai 27 capi di Stato o di governo dei Paesi membri, che si riuniranno il 23 e il 24 giugno. Se anche da loro arrivasse la “luce verde”, la Croazia potrebbe entrare ufficialmente nell’Unione nel luglio 2013. Naturalmente non è detto che le cose vadano così: dei 35 capitoli negoziali affrontati da Zagabria e dai Commissari europei, ne restano aperti quattro, riguardanti “sistema giudiziario e diritti fondamentali”, “concorrenza”, “disposizioni finanziarie e di budget” e generiche “altre questioni”. Avere il via libera su questi temi significherebbe dire che il Paese ha già un ordinamento allineato ai principi fondamentali della Ue: ma anche se le cose dovessero dilungarsi, la strada verso Bruxelles sembra comunque spianata.

L’Europa in cui entrerà la Croazia sarà “più cristiana” di quella attuale? Difficile dirlo. Riferendosi ai Paesi con cui si è scontrata durante la guerra degli anni ‘90, il presidente Ivo Josipovic ha detto: “Basandosi sulle sue radici cristiane, la Croazia moderna vuole essere generosa nel perdonare i suoi vicini”. Su questo concetto di cristianità, almeno a parole, tutti sono d’accordo. Di fatto, Bruxelles e Zagabria sembrano più vicine di quanto lo siano oggi Bruxelles e Roma.

Fonti: ilsole24ore.it, TMNews, Adnkronos

Read Full Post »

Il socialdemocratico Ivo Josipovic, 53 anni, da gennaio è il nuovo presidente della Croazia

Dodici mesi di Balcani. Dodici mesi scanditi da svolte politiche, delusioni sportive, novità religiose. Proviamo a ripercorrerli insieme, a partire dai primi sei mesi di questo anno che si sta chiudendo.

Gennaio. Ivo Josipovic, socialdemocratico, è il nuovo presidente della Croazia. Succede a Stipe Mesic, capo dello Stato per dieci anni. Dovrà traghettare il suo Paese nell’Unione europea, che potrebbe accoglierlo nel 2012. Rispetto al suo predecessore, ha adottato un atteggiamento più morbido nei confronti della Serbia, con cui la riconciliazione post-guerra è possibile, ma ancora lontana.

Febbraio. Se a Zagabria c’è un nuovo presidente, a Belgrado c’è un nuovo patriarca. A capo degli ortodossi arriva Irinej, al secolo Miroslav Gavrilovic, che scatena subito polemiche. Prima riscuote approvazione invitando Papa Ratzinger a visitare la Serbia: sarebbe la prima volta nella storia. Poi si attira l’ostilità dei musulmani, accusandoli di essere oppressivi verso le altre confessioni. Sì al dialogo inter-religioso, quindi. Ma solo con alcuni.

I massacratori di Srebrenica: il latitante Ratko Mladic e Radovan Karadzic, sotto processo all'Aja

Marzo. “La strage di Srebrenica? Un’invenzione”. Lo dice Radovan Karadzic, che insieme a Ratko Mladic fu il principale responsabile della morte di circa 8 mila musulmani. Il poeta, psichiatra e massacratore non è nuovo ad affermazioni deliranti come questa. E paradossalmente, il fatto di essere sotto processo all’Aja dà una visibilità mondiale alle sue farneticazioni. Solo una condanna potrebbe rendere giustizia alla verità, e dare un po’ di pace ai familiari delle vittime.

Aprile. Il Parlamento serbo si scusa per la strage di Srebrenica. Il documento approvato dall’assemblea parla di “eccidio”, anziché di “genocidio”, ma è comunque un passo avanti verso il riconoscimento delle responsabilità legate al massacro. Una piccola svolta che avvicina Belgrado all’Unione europea, e dà un pur minimo sollievo a chi nel luglio 1995 perse un padre, un marito, un fratello, un figlio.

Maggio. Ratko Mladic è morto. Lo annuncia la moglie Bosa, che vuole mettere le mani sulla sua pensione. Ma nessuno può provare che dica il vero. Ratko Vucetic, uno dei protettori dello sterminatore di Srebrenica, sostiene che sia vivo e faccia il professore in un Paese dell’ex Urss. Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale dell’Aja, pensa che sia ancora in Serbia. E che sia tutt’altro che morto.

La Nazionale slovena che ha partecipato ai Mondiali sudafricani, uscendo al primo turno

Giugno. Mondiali disastrosi per i Balcani. La Serbia di Radomir Antic, arrivata in Sudafrica con grandi speranze, esce al primo turno. La affossano due brutte sconfitte, con Australia e Ghana. Sono proprio gli africani, rivelazione del torneo, a qualificarsi al posto dei ragazzi di Belgrado. Non va meglio alla Slovenia, che parte benissimo – vittoria con l’Algeria e 2-0 a fine primo tempo contro gli Stati Uniti – ma poi si spegne. Passano Inghilterra e Usa. E per l’ex Jugoslavia il Mondiale finisce prima degli ottavi di finale.

Read Full Post »

Festeggiamenti a Pristina (Kosovo) per l'indipendenza nel febbraio 2008

Come si mantiene la pace in una zona uscita da poco dalla guerra? Per Ivo Josipovic, neo-presidente croato, è essenziale mantenere buoni rapporti con i Paesi vicini. Per Boris Tadic, capo di Stato serbo, un fattore chiave per evitare conflitti armati è… l’esercito. Le dichiarazioni dei leader rispecchiano i contrasti tra i due governi, emersi con evidenza alla cerimonia di insediamento di Josipovic, disertata da Belgrado per protesta contro la presenza del presidente kosovaro Fatmir Sejdiu.

“L’esercito deve sempre avere il posto che gli spetta nella nostra società – ha detto Tadic l’11 febbraio. – La Serbia è un fattore di pace ed è pronta ad assumersi responsabilità nelle missioni di pace nelle varie parti del mondo. Solo su questi presupposti saremo rispettati nella comunità internazionale”. Un esercito forte, quindi, come strumento per far sentire il proprio peso sullo scacchiere europeo.

Tadic e Josipovic, presidenti di Serbia e Croazia, divisi dal riconoscimento dell'autonomia del Kosovo

La pensa diversamente Josipovic, che nel suo primo discorso ufficiale da presidente ha definito una “priorità” i rapporti di buon vicinato con gli Stati confinanti. Se le cose non vanno benissimo con la Serbia, è sempre più forte il legame con Pristina. Il 19 febbraio a Zagabria è stata inaugurata l’ambasciata kosovara: un ulteriore segno di amicizia dopo il riconoscimento dell’indipendenza dichiarata dalla provincia serba (e mai accettata da Belgrado).

All’insediamento di Josipovic era presente il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi. L’Italia è uno dei 65 Paesi che accettano il Kosovo come Stato autonomo, ma allo stesso tempo preme per l’ingresso in Europa della Serbia. L’adesione alla Ue è uno dei pochi obiettivi comuni di Tadic e Josipovic: qualche giorno fa Catherine Ashton, alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, ha espresso il desiderio che anche il Kosovo si avvicini a Bruxelles. I destini delle nazioni balcaniche, insomma, si intrecciano sempre più strettamente: dall’atteggiamento di Zagabria e Belgrado dipenderà buona parte della stabilità dell’ex Jugoslavia.

Read Full Post »

Older Posts »