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La fortezza Kale a Skopje (foto  Andrzej Wójtowicz, http://bit.ly/1o0kLtT)

La fortezza Kale a Skopje, capitale macedone (foto Andrzej Wójtowicz, http://bit.ly/1o0kLtT)

Qualcosa si muove in Macedonia. Nelle piazze continuano da mesi le proteste degli studenti, iniziate contro una riforma dell’istruzione ma continuate in un clima che sembra poter portare a un cambiamento più ampio. Nelle ultime settimane si è inasprito il confronto tra il primo ministro di centrodestra Gruevski e il leader di opposizione Zaev, in una crisi istituzionale che si lega a quella sociale.

L’attuale capo del governo guida il paese da quasi dieci anni. L’ultimo successo elettorale risale ad appena un anno fa: l’opposizione ha denunciato brogli, ma sembra colpevole di non essere riuscita a presentare un’alternativa credibile. Un altro motivo dell’inamovibilità di Gruevski pare essere l’economia: tra 2008 e 2014 il pil è cresciuto dell’11%, mentre tanti paesi europei annaspavano sotto i colpi della crisi. Allora perché in strada ci sono contestatori?

Mettiamo insieme i problemi che hanno fatto notizia all’estero negli ultimi mesi. Nella prima parte del 2014 sono scoppiati scontri di piazza legati alle tensioni etniche tra la componente albanese e quella macedone in senso stretto. In questi anni le autorità sembrano aver cercato di mantenere vivo l’astio reciproco, usandolo a fini politici. La corruzione è aumentata, o almeno questo diceva intorno a giugno Freedom House, ong statunitense che monitora lo stato di salute delle democrazie di tutto il mondo. Lo stesso rapporto parlava di diminuzione dell’indipendenza dei media, e una conferma in questo senso è arrivata a ottobre, con la relazione annuale della commissione europea sui paesi candidati a entrare nell’unione.

A questo vanno aggiunte le proteste degli studenti e la recente esplosione dello scontro tra Gruevski e Zaev, che denuncia uno spionaggio massiccio dei cittadini da parte del governo e il controllo politico di media e magistratura. Per questo è stato accusato di volere un colpo di stato e gli è stato ritirato il passaporto. In questo contesto il capo della commissione europea Juncker ha annullato un incontro con il primo ministro macedone. Uno scenario cupo che potrebbe illuminarsi se i movimenti di piazza organizzassero un’alternativa politica pulita e convincente.

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Il primo ministro macedone Nikola Gruevski (foto European People's Party, http://bit.ly/1cQnChe)

Il primo ministro macedone Nikola Gruevski (foto European People’s Party, http://bit.ly/1cQnChe)

Il Paese ex jugoslavo con la minore libertà di stampa. Secondo la classifica 2014 di Reporter senza frontiere è la Macedonia, al 123° posto nel mondo. Prima vengono Slovenia (34°), Serbia (54°), Croazia (65°), Bosnia (66°), Kosovo (80°) e Montenegro (114°). Anche nel 2013 l’ultima piazza spettava a Skopje. Ma sembra che qualche anno fa la sua situazione non fosse così negativa.

Lo scenario attuale descritto da più fonti vede una forte influenza del governo sui media. Nikola Gruevski è primo ministro dal 2006, e pare che proprio da allora il mondo dell’informazione abbia iniziato a soffrire di più. Tra gli strumenti usati ci sarebbe l’acquisto di pubblicità per somme grosse, tanto grosse da condizionare chi ne beneficia (o chi invece ne è escluso). Il parlamento ha approvato da poco una nuova legge sulla stampa, giudicata positivamente dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Da capire se e come sarà applicata.

L’ultima notizia in materia che ha fatto rumore è la rimozione del direttore di uno dei quotidiani più importanti del Paese. L’anno scorso il proprietario ha fondato un partito, e nei giorni scorsi ha accusato il giornalista alla guida della testata di “manipolazione politica” attraverso i suoi articoli, che davano spazio anche al punto di vista dell’opposizione. Il diretto interessato dice che se il suo padrone vuole continuare a fare soldi deve restare in buoni rapporti con Gruevski, e che per questo ha deciso di cambiare il vertice del giornale.

Il corrispondente da Skopje di Osservatorio Balcani scrive che fino a quattro anni fa la stampa macedone stava abbastanza bene. Difficile che il clima migliori in questi mesi, che precedono le elezioni presidenziali di aprile. Sullo sfondo lo sguardo della Commissione europea, che si dice preoccupata, e il percorso che dovrebbe portare il Paese nell’Unione. Gli Stati ex-jugoslavi che ce l’hanno fatta, o stanno per farcela, sembrano avere un’informazione decisamente più libera.

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I partecipanti al pride montenegrino costretti a sfilare scortati dalla polizia (news.yahoo.com)

I partecipanti al pride montenegrino costretti a sfilare scortati dalla polizia (news.yahoo.com)

Il primo gay pride montenegrino non sembra davvero aver avuto fortuna. A Budva, cittadina costiera, 200 persone hanno cercato di attaccare la quarantina di partecipanti alla manifestazione. Ci sono stati scontri con la polizia e sono stati usati slogan desolanti, da “uccidiamo gli omosessuali” a “Montenegro solo per i sani”.

Quello di oggi era appunto il primo evento di questo tipo nel Paese balcanico. L’organizzatore è il forum Lgbt Progress: ci aveva già provato due anni fa, ma aveva rinunciato lamentando l’assenza di sostegno da parte del governo. Se le autorità ragionano in base al consenso, non c’è da stupirsi: secondo un sondaggio Ipsos, il 70% della popolazione considera malato chi non è eterosessuale, e l’80% pensa che chi è “diverso” debba tenerlo nascosto.

A Budva gli aggressori contrari al pride hanno lanciato sassi, bottiglie e torce contro gli agenti, che cercavano di tenerli lontani dai manifestanti. Il ministro per i Diritti umani aveva detto che il governo avrebbe partecipato con un suo rappresentante, ma non si sa se abbia mantenuto la promessa. I diritti degli omosessuali non sono i soli sotto attacco in Montenegro: l’Unione europea dice di sorvegliare il Paese anche per quanto riguarda il trattamento riservato alle donne e la libertà dei mezzi d’informazione.

Restando al tema dei pride, la vicenda di queste ore fa venire in mente la Serbia, dove le reazioni a manifestazioni come quella di Budva hanno spesso fatto notizia, anche varcando i confini nazionali. A ottobre la polizia vietò l’evento a Belgrado per ragioni di ordine pubblico. Due anni prima gli ultranazionalisti avevano devastato la capitale nella stessa occasione. La Serbia, come il Montenegro, si sta muovendo per entrare nell’Unione europea. Speriamo che sui problemi legati ai diritti Bruxelles usi la stessa rigidità mostrata tante volte in ambito economico.

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