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Posts Tagged ‘neretva’

Uno dei traghetti che portano da Ancona a Spalato. La traversata più veloce dura 4 ore e 45 minuti, quella più lenta 10 ore

Seconda e ultima parte dei luoghi da non perdere nell’ex Jugoslavia. Ci eravamo fermati a Sarajevo, in mezzo alla Bosnia, immersi nelle colline verdi che circondano la capitale. Ripartiamo in direzione sud-ovest, verso un’altra delle località più belle dei Balcani. Con lo stesso scopo della prima parte del viaggio: gustare le magie di una cultura vicina alla nostra e densa di mescolanze, sorprese, intrecci. Tutti da scoprire.

1) Mostar. A livello mondiale è conosciuta soprattutto per la tragedia degli anni ’90: la distruzione del famoso “Vecchio Ponte”, che venne abbattuto dai soldati croati il 9 novembre 1993. Oggi è stato riportato in vita, e insieme ad esso è rinata la città, un mosaico di edifici in pietra bianca e coi tetti rossi. Attraversata dal fiume Neretva, che nasce in Erzegovina e muore in Dalmazia, porta ancora i segni del conflitto, e in qualche tratto dà l’impressione di essere un po’ artificiosa, semplicemente perché è stata ricostruita di recente. Splendida.

2) Dubrovnik. Dalla Bosnia alla parte più meridionale della Croazia. L’ex repubblica marinara è una meravigliosa città fondata nel ’600, e bombardata durante la guerra nel 1991. Anche qui, le ferite della tragedia si vedono, ma la ricostruzione è stata efficiente e la bellezza del luogo è intatta. Come Mostar, è fatta di pietra bianca, ma rispetto alla località bosniaca, il centro storico è più raccolto: lo delimitano 2 chilometri di mura sopra alle quali si può passeggiare, osservando dall’alto le strade lastricate del borgo. Perla.

Uno scorcio della costa di Zara. La città fece parte della Repubblica di Venezia prima di essere annessa all'Impero austriaco

3) Spalato. Risaliamo lungo la costa e superiamo Neum, lo spicchio di Bosnia che si affaccia sul mare e che “interrompe” per 25 km la Croazia. Proseguiamo un centinaio di chilometri e troviamo il porto che collega il Paese all’Italia e in particolare ad Ancona, da dove partono i traghetti diretti nei Balcani. Spalato ha la sua attrazione maggiore nel Palazzo di Diocleziano, il complesso architettonico che coincide col nucleo originario del centro storico. E’ piacevole camminare lungo le vecchie strade interne, dove i tanti negozi non cancellano l’atmosfera da “antica Roma”. Intorno al Palazzo, la città si fa molto più moderna, e spesso non bellissima. Gradevole.

4) Zara. Continuando a risalire la Croazia, troviamo la storica capitale dalmata, un’altra città bianca e piacevole, che come Spalato si può vedere tranquillamente in un paio di giorni. Le vie lastricate sono molto simili a quelle delle altre località costiere che abbiamo descritto; alle tracce della guerra degli anni ’90 si sommano quelle del secondo conflitto mondiale, che vide Zara bombardata dagli alleati. Nonostante ciò, il centro è molto carino, e anche chi cerca una spiaggia per rilassarsi non resterà deluso. Graziosa.

5) Buon viaggio! L’ultimo spazio lo lasciamo libero. Libero per tutti gli altri luoghi da vedere, da scoprire, da raccontare. Libero perchè sarebbe riduttiva una lista “chiusa” di posti da visitare. Un itinerario per conoscere l’ex Jugoslavia non può escludere le foreste bosniache, le montagne serbe, i laghi sloveni, le isole croate. Sarebbe impossibile elencarli tutti, e così li riuniamo in un unico, ultimo suggerimento: viaggiate quanto più è possibile nei Balcani, perchè per le nove località che abbiamo consigliato, ce ne sono altre cento che neanche noi immaginiamo. Imperdibili.

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Il ponte di Mostar, progettato dall’architetto Hajrudin e costruito nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico

“Era quel simbolo, e non il manufatto, che si era voluto colpire. La pietra non interessava ai generali croati. Il ponte, difatti, non aveva alcun interesse strategico. Non serviva a portare armi e uomini in prima linea. Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare”.

(Paolo Rumiz, “La Repubblica”, 2 novembre 2003)

Pochi sanno che ci sono due 11 settembre: l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001 e il golpe cileno di Pinochet nel 1973. Quasi nessuno sa che si sono due 9 novembre: la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la distruzione del ponte di Mostar nel 1993. Come la dissoluzione della cortina di ferro, le cannonate dei militari croati che spezzarono in due la capitale dell’Erzegovina segnarono la fine di un mondo, di un sistema di valori fondato sulla coesistenza delle diversità che – su scala più ampia – era lo stesso che teneva insieme la Jugoslavia di Tito.

Fino all’esplosione del conflitto, a Mostar musulmani e croati avevano convissuto tranquillamente. I primi occupavano la parte a est dello Stari Most (“vecchio ponte”, da cui prende il nome la città), i secondi quella a ovest. Una separazione pacifica, che con la guerra sarebbe diventata una frattura dolorosa. Aggrediti dai serbi, croati e musulmani iniziarono a combattersi tra di loro, in casa propria, nei luoghi che avevano condiviso per tanto tempo. Nella zona occidentale si trovava l’unico accesso all’acqua potabile: quando i soldati del comandante Slobodan Praljak lo abbatterono, intrappolarono 55 mila musulmani, per lo più donne e bambini. Il ponte sul fiume Neretva, fino ad allora attraversato di notte e di corsa per sfuggire ai cecchini, divenne un muro invalicabile. Gli scontri proseguirono fino al “cessate il fuoco” del 25 febbraio 1994. Il passaggio da una parte all’altra della città rimase proibito fino al 1996.

Alcuni resti dell'artiglieria croata che distrusse il ponte di Mostar il 9 novembre di 17 anni fa

La ricostruzione dello Stari Most è stata ultimata solo sei anni fa: nel frattempo è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, così come tutto il centro città. E’ ripresa anche la tradizione dei tuffi nella Neretva. Durante l’anno i ragazzi bosniaci si sfidano gettandosi dal “vecchio ponte”: il 27 luglio si tiene addirittura una gara ufficiale. Pare che ormai partecipino quasi esclusivamente i giovani della parte musulmana. Anche questo è il segno di una “Jugoslavia delle diversità” che esiste ancora, ma che dal 9 novembre 1993 è molto più fragile. Spiegare perché persone che abitavano insieme da decenni presero a uccidersi è un compito difficile, che spetta innanzitutto agli storici. Di sicuro è necessario motivare la rapida frantumazione di quello scenario di convivenza delle differenze che erano Mostar e tutta la Jugoslavia socialista, per elaborare positivamente il lutto della guerra e costruire un futuro sereno per i Balcani.

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