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Serge Brammertz è alla guida del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia dal gennaio 2008

“È la dimostrazione che la Serbia non nasconde gli episodi oscuri della sua storia e si sforza di fare giustizia”. Vladimir Vukcevic è il capo della Procura speciale serba per i crimini di guerra. I suoi uomini, insieme alla polizia europea Eulex, hanno scoperto una fossa comune dove giacciono i resti di 250 kosovari di etnia albanese. Un evento che potrebbe impressionare favorevolmente Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpi), in visita a Belgrado per verificare lo stato della collaborazione con i giudici de L’Aja. Un suo giudizio positivo avvicinerebbe ulteriormente il Paese balcanico all’Unione europea.

I corpi sono stati trovati a Raska, 180 km a sud dalla capitale, vicino a una strada immersa nelle colline. Su di essi erano stati costruiti una casa e un piccolo parcheggio. Le spoglie appartengono a kosovari di etnia albanese, uccisi durante il conflitto degli anni ’90. “Sospettiamo che ci siano altre vittime sepolte in giro per la Serbia” dice Xhavit Beqiri, portavoce della presidenza della Republica kosovara. “Vittime di cui Belgrado è sempre stata a conoscenza ma che ha sempre negato, per ridurre la portata dei crimini commessi in Kosovo”.

A Raska sono stati trovati i corpi di 250 kosovari albanesi, uccisi dai serbi nel conflitto degli anni '90 (France24)

Eppure proprio il ritrovamento di qualche giorno fa potrebbe mettere in buona luce il Paese di Boris Tadic di fronte all’Europa. “Il procuratore vedrà personalmente che stiamo facendo tutto il possibile per aiutare i giudici de L’Aja”, assicura Vukcevic. Il 18 giugno Brammertz presenterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu il rapporto semestrale sulla collaborazione della Serbia. Se decreterà il raggiungimento della “piena cooperazione”, cadrà l’ultimo ostacolo allo sblocco dell’Accordo di pre-adesione del Paese alla Ue, siglato nel 2008 e “congelato” da allora.

Alla fine del 2009 Tadic ha presentato la domanda ufficiale di ingresso nell’Unione. Gli scogli maggiori si chiamano Goran Hadzic e Ratko Mladic, i criminali di guerra serbi ancora ricercati dal Tribunale internazionale. Per catturarli c’è tempo fino all’inizio del 2012, quando scadrà il mandato dei magistrati de L’Aja. Già a metà del 2011 Belgrado potrebbe guadagnare lo status di candidato a Paese membro della Ue. Anche l’Olanda, sede del Tpi, fino a qualche mese fa irremovibile sulla necessità di catturare i latitanti prima di avviare le procedure, ora è su posizioni più concilianti. La marcia verso Bruxelles continua a ritmo costante. Ma i fantasmi che tormentano la Serbia, riemergendo dalle sue viscere come è avvenuto a Raska, non si sono ancora dissolti.

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Sarebbero mille i trafficanti balcanici sparsi tra Europa e Sudamerica

Milano, 26 febbraio 2008. I poliziotti della Squadra Mobile trovano 90 chili di cocaina in una casa di via Washington. Padova, 22 giugno 2009. I carabinieri fermano un tir che trasporta 420 chili di coca. Livorno, 5 settembre 2009. Nel parcheggio di un supermercato viene perquisita un’auto con dentro 14 chili di cocaina. I tre sequestri hanno un denominatore comune: coinvolgono tutti persone provenienti dall’ex Jugoslavia.

La mafia balcanica è la nuova potenza nel traffico di coca tra Europa e Sudamerica. Serbi, sloveni, montenegrini fanno da intermediari tra i “fornitori” colombiani, uruguayani e argentini e i compratori del vecchio continente. Servendosi dei trafficanti slavi, gli acquirenti europei evitano di versare anticipi ai produttori sudamericani e di rischiare di perdere la merce durante il trasporto. La droga può fare scalo in Africa oppure arrivare direttamente nei Balcani, per poi essere venduta alla criminalità organizzata italiana, austriaca, tedesca, spagnola, inglese.

Un sequestro di cocaina da parte dei carabinieri

Dragan Gacesa, capo della cellula milanese di via Washington, è stato arrestato nello scorso gennaio in Toscana. A Tirrenia, in provincia di Pisa, si trova il “deposito” in cui era stoccata buona parte della coca: una villetta sul mare. I carabinieri hanno sequestrato 530 chili di droga alla banda criminale, che vendeva solo all’ingrosso e aveva posizionato i suoi magazzini vicino ai porti di arrivo dei carichi (Livorno, La Spezia), ma lontano dai luoghi di vendita. Una strategia che probabilmente viene adottata da molti altri in Italia e in Europa.

I trafficanti balcanici spesso hanno un passato nei servizi segreti o nei gruppi paramilitari che agivano durante la guerra, come le Tigri di Arkan. La disciplina che si danno è da soldati professionisti: durante il “lavoro” non consumano droga, non bevono, non frequentano donne. La loro storia è stata raccontata sul Corriere della Sera da Gianni Santucci. I loro crimini sembrano destinati a riempire sempre di più le pagine dei giornali.

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