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Jadranko Prlić, ex primo ministro dell'Herceg-Bosna, condannato a 25 anni (lettera43.it)

Jadranko Prlić, ex primo ministro dell’Herceg-Bosna, condannato a 25 anni (lettera43.it)

Dai 10 ai 25 anni. Oscillano in questa fascia le condanne del tribunale Onu sull’ex Jugoslavia a sei esponenti della comunità croata di Herceg-Bosna. Secondo i giudici hanno avuto un ruolo nel tentativo di costruire una Grande Croazia che annettesse parte della Bosnia: tentativo condotto attraverso uccisioni, deportazioni, violenze sessuali. Uno dei sei è stato ritenuto il principale responsabile dell’abbattimento del ponte di Mostar, distrutto il 9 novembre 1993.

Il verdetto dell’Aja individua anche il mandante delle barbarie che dovevano servire all’espansione croata: l’allora presidente Tudjman, morto nel 1999. Sono invece ancora vivi i sei esponenti dell’auto-proclamata repubblica croata di Herceg-Bosna, dissolta nel ’94. In tutto la corte ha inflitto 111 anni di carcere, ma in appello le cose potrebbero cambiare, come è successo con l’assoluzione dei generali croati Gotovina e Markac. L’uomo che guidò i bombardamenti sul ponte di Mostar è Slobodan Praljak, oggi 68enne, ai tempi comandante dei soldati che lo buttarono giù.

A inizio luglio la Croazia entrerà nell’Unione europea, e certo questa sentenza non è un buon biglietto da visita. Il prossimo Stato ex-jugoslavo che riuscirà a farsi dire sì da Bruxelles potrebbe essere la Serbia, ancor più al centro dell’attenzione dei magistrati internazionali per le violenze della guerra. Molto più difficile il cammino europeo della Bosnia, che in quegli anni – ora si può dirlo con più forza – rimase schiacciata in mezzo alle volontà espansionistiche di Belgrado e Zagabria.

FONTI: East Journal, LaPresse, Repubblica

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La latitanza di Ratko Mladic è un ostacolo all'ingresso della Serbia nella Ue

“La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana”. Basta questa frase per capire chi è Ratko Mladic, il generale serbo accusato di genocidio e crimini di guerra dal Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpi). Latitante dal 1996, durante il conflitto teneva dei diari su cui annotava le proprie riflessioni: da quei quaderni, sequestrati a febbraio a casa della moglie Bosa, vengono gli scritti pubblicati da “Repubblica” qualche giorno fa. Scritti agghiaccianti, che dimostrano una volta di più quale fosse il progetto comune di Serbia e Croazia: spartirsi la Bosnia.

“I musulmani sono il nemico comune nostro e dei croati, dobbiamo cacciarli in un angolo dal quale non possano più muoversi”. Così scrive Mladic, che riporta anche citazioni del suo sodale, il massacratore di Srebrenica Radovan Karadzic: “Dobbiamo aiutare i croati a forzare la mano ai musulmani affinché accettino la divisione della Bosnia”, disse durante una riunione a cui partecipò anche il presidente serbo Slobodan Milosevic. Il nodo cruciale della questione, in fondo, sta tutto qui: nell’ipotesi che le autorità di Belgrado abbiano pianificato lo sterminio dei musulmani. Un’ipotesi negata dalla Corte internazionale di giustizia, che nel febbraio 2007 ha assolto lo Stato serbo da responsabilità dirette nel genocidio.

Nei suoi diari Mladic cita Slobodan Praljak, il generale croato che abbattè il ponte di Mostar

La decisione dei giudici dell’Aja fece discutere allora e fa discutere a maggior ragione adesso, di fronte alle annotazioni di Mladic. Se non è provato che il governo ordinò lo sterminio di 8 mila musulmani a Srebrenica, è difficile credere che fosse all’oscuro di ciò che facevano i suoi militari, ed è incontestabile che l’idea della creazione di una Grande Serbia passasse dall’accordo con i croati per dividersi la Bosnia. Ora i diari di Mladic, 18 quaderni per 3 mila e 500 pagine complessive, verranno usati dal Tpi proprio nel processo contro Karadzic. E l’orrore della comunità internazionale di fronte a questi scritti potrebbe finalmente tradursi in una sentenza di condanna.

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Il ponte di Mostar, progettato dall’architetto Hajrudin e costruito nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico

“Era quel simbolo, e non il manufatto, che si era voluto colpire. La pietra non interessava ai generali croati. Il ponte, difatti, non aveva alcun interesse strategico. Non serviva a portare armi e uomini in prima linea. Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare”.

(Paolo Rumiz, “La Repubblica”, 2 novembre 2003)

Pochi sanno che ci sono due 11 settembre: l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001 e il golpe cileno di Pinochet nel 1973. Quasi nessuno sa che si sono due 9 novembre: la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la distruzione del ponte di Mostar nel 1993. Come la dissoluzione della cortina di ferro, le cannonate dei militari croati che spezzarono in due la capitale dell’Erzegovina segnarono la fine di un mondo, di un sistema di valori fondato sulla coesistenza delle diversità che – su scala più ampia – era lo stesso che teneva insieme la Jugoslavia di Tito.

Fino all’esplosione del conflitto, a Mostar musulmani e croati avevano convissuto tranquillamente. I primi occupavano la parte a est dello Stari Most (“vecchio ponte”, da cui prende il nome la città), i secondi quella a ovest. Una separazione pacifica, che con la guerra sarebbe diventata una frattura dolorosa. Aggrediti dai serbi, croati e musulmani iniziarono a combattersi tra di loro, in casa propria, nei luoghi che avevano condiviso per tanto tempo. Nella zona occidentale si trovava l’unico accesso all’acqua potabile: quando i soldati del comandante Slobodan Praljak lo abbatterono, intrappolarono 55 mila musulmani, per lo più donne e bambini. Il ponte sul fiume Neretva, fino ad allora attraversato di notte e di corsa per sfuggire ai cecchini, divenne un muro invalicabile. Gli scontri proseguirono fino al “cessate il fuoco” del 25 febbraio 1994. Il passaggio da una parte all’altra della città rimase proibito fino al 1996.

Alcuni resti dell'artiglieria croata che distrusse il ponte di Mostar il 9 novembre di 17 anni fa

La ricostruzione dello Stari Most è stata ultimata solo sei anni fa: nel frattempo è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, così come tutto il centro città. E’ ripresa anche la tradizione dei tuffi nella Neretva. Durante l’anno i ragazzi bosniaci si sfidano gettandosi dal “vecchio ponte”: il 27 luglio si tiene addirittura una gara ufficiale. Pare che ormai partecipino quasi esclusivamente i giovani della parte musulmana. Anche questo è il segno di una “Jugoslavia delle diversità” che esiste ancora, ma che dal 9 novembre 1993 è molto più fragile. Spiegare perché persone che abitavano insieme da decenni presero a uccidersi è un compito difficile, che spetta innanzitutto agli storici. Di sicuro è necessario motivare la rapida frantumazione di quello scenario di convivenza delle differenze che erano Mostar e tutta la Jugoslavia socialista, per elaborare positivamente il lutto della guerra e costruire un futuro sereno per i Balcani.

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