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Posts Tagged ‘referendum’

La sede del governo croato (foto C K Leung, http://bit.ly/RT9dL0)

La sede del governo croato a Zagabria (foto C K Leung, http://bit.ly/RT9dL0)

Il governo croato si avvia a cancellare debiti alla fascia più povera dei cittadini. Il primo ministro di centrosinistra Zoran Milanovic ha approvato un programma che prevede il condono delle cifre dovute per bollette e servizi pubblici, se il proprio reddito personale non supera i 130 euro al mese e quello familiare non va oltre i 330. Ogni persona potrà vedersi abbuonare una somma massima di 4500 euro.

I cittadini coinvolti sarebbero 60mila, e l’operazione dovrebbe costare alle casse pubbliche qualche decina di milioni. Inevitabile pensare che sia una mossa elettorale: è vero che le politiche saranno a fine 2015, ma il centrosinistra è fresco di sconfitta alle presidenziali, dove il suo candidato – il capo dello stato uscente – è stato battuto contro le aspettative. La misura sociale annunciata dal governo potrebbe aiutare a invertire la rotta.

Difficile dire cosa succederà da ora alla chiamata alle urne. Uno scoglio per Milanovic potrebbe essere il referendum che stanno organizzando i cittadini contrari alla privatizzazione delle autostrade. Il terreno più spinoso, però, sembra proprio quello della crisi economica. Il paese è in recessione da sei anni; nel 2015 potrebbe tornare a crescere, ma a tassi bassi. La disoccupazione ufficiale è vicina al 17%. In questa situazione il centrosinistra dovrà sfidare la destra della neo-presidente Grabar-Kitarovic e il movimento civico di Ivan Vilibor Sincic, terzo incomodo alle presidenziali di gennaio.

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Un mezzo della forza internazionale a guida Nato a Pristina nel 2000 (foto Michelle Walz, http://bit.ly/1kuY8rA)

Un mezzo della forza internazionale a guida Nato a Pristina nel 2000 (foto Michelle Walz, http://bit.ly/1kuY8rA)

Il Kosovo sembra somigliare sempre di più a uno Stato vero e proprio. Un mese fa il primo ministro ha annunciato l’istituzione di un esercito di 5mila militari. Qualche giorno fa gli Stati Uniti hanno rinnovato il loro appoggio alla regione che si è dichiarata indipendente nel 2008. Intanto il comandante italiano della missione Nato parla di progressi ottenuti grazie al dialogo con la Serbia.

Al momento la sicurezza kosovara è gestita da 2.500 militari con equipaggiamento leggero. Presto potrebbero raddoppiare ed essere armati come soldati regolari. Belgrado ha già chiesto che le truppe non possano entrare nel nord della regione – a maggioranza serba – senza l’ok dell’Alleanza Atlantica. Contro la creazione dell’esercito si sarebbe schierato il presidente della Repubblica Ceca, dicendo di temere un ritorno dell’UCK, forza attiva nella zona negli anni ’90 e accusata di terrorismo anche da Washington.

La Casa Bianca, così come Praga, hanno accettato da anni l’indipendenza di Pristina, e nei giorni scorsi Barack Obama è tornato a sottolineare il concetto, anche se indirettamente. Durante la sua visita a Bruxelles, il presidente ha definito “illegittimo” il referendum che si è tenuto in Crimea, ricordando invece che in Kosovo si tenne una consultazione “organizzata nel rispetto del diritto internazionale”. L’affermazione è vera a metà: un voto popolare con osservatori stranieri c’è stato, ma nel 1992, sedici anni prima della secessione.

Oggi il generale Salvatore Farina, comandante della missione Nato nella regione, parla di situazione “soddisfacente”. Descrive miglioramenti nel processo elettorale, nell’organizzazione della polizia, nel controllo dei confini. Ammette che continuano a esserci violenze, ma le definisce “episodi”. Ricorda che ora a Pristina e dintorni ci sono 5mila militari dell’Alleanza, un decimo di quanti ce erano nel 1999. Ed esattamente quanti dovrebbero essere i futuri soldati regolari del Kosovo.

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Il presidente serbo Nikolic e il capo della diplomazia europea Ashton (foto European External Action Service, http://bit.ly/18HnU5u)

Il presidente serbo Nikolic e il capo della diplomazia europea Ashton (foto European External Action Service, http://bit.ly/18HnU5u)

Sette anni fa si sono divisi. Ora tornano ad avvicinarsi. Serbia e Montenegro sono stati uniti a lungo, prima che il secondo lasciasse la prima con un referendum. A questo strappo si è aggiunto quello del 2009, quando Podgorica ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Adesso però i rapporti sembrano migliorati, indirizzati verso l’obiettivo comune dell’Unione europea.

Qualche giorno fa a Belgrado è arrivato Milo Djukanovic, il padre-padrone del Montenegro, primo ministro oggi e molte altre volte dal 1991. Nella capitale serba non si vedeva dal 2003. Allora ci era andato per i funerali di Zoran Djindjic, capo del governo ucciso a colpi di arma da fuoco. Dieci anni dopo è ricomparso e ha firmato un accordo di collaborazione nel percorso dei due Paesi verso Bruxelles. Il primo ministro ospitante Dacic ha ribadito che la scelta montenegrina di legittimare il Kosovo è stata sbagliata, ma ha aggiunto che questo non porta Belgrado a voler complicare le relazioni con Podgorica. Parole che confermano l’impressione degli ultimi mesi: la Serbia sembra aver sempre meno voglia di rivendicare il controllo su Pristina.

Distensione con il Kosovo, distensione con il Montenegro. Quella di Belgrado pare una linea politica precisa, mirata all’ingresso nell’Unione, che vede di buon occhio ogni riduzione delle tensioni. E dire che in Serbia non comandano i moderati: nel 2012 le presidenziali sono state vinte dal nazionalista Nikolic, che ha battuto l’europeista Tadic. L’altro primo attore è appunto Dacic, portavoce per anni del partito di Milosevic. Gli (ex?) estremisti si cimentano con la Realpolitik, e sembrano avere successo: entro poche settimane Belgrado potrebbe avviare il negoziato di adesione alla Ue. Podgorica lo ha fatto l’anno scorso.

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Hannes Swoboda, Enrico Letta e Zoran Milanovic (foto Party of European Socialists, http://bit.ly/InnB8Z)

Hannes Swoboda, Enrico Letta e Zoran Milanovic (foto Party of European Socialists, http://bit.ly/InnB8Z)

Se fossimo in Italia, diremmo di non fidarci troppo. Ma se i sondaggi croati sono un po’ più attendibili dei nostri, allora il risultato del referendum di domenica è scontato. I cittadini saranno chiamati al voto sui matrimoni gay: secondo l’ultima rilevazione quasi il 70% sarebbe contrario.

I promotori della consultazione vogliono che la Costituzione tuteli esplicitamente le unioni “tra uomo e donna”, espressione al momento assente. Un intervento preventivo per evitare che in futuro alle coppie omosessuali possa essere concesso di sposarsi. Contro questa possibilità spingono la potente Chiesa nazionale, i vertici delle comunità religiose minoritarie (ortodossi serbi e musulmani bosniaci) e i partiti di centrodestra, opposizione in parlamento.

Di parere contrario il centrosinistra e il governo di Zoran Milanovic, in carica da quasi due anni. D’accordo con loro – secondo il sondaggio più recente – sarebbe il 27% della popolazione. Gli indecisi, che in Italia la fanno spesso da padrone, in questo caso sono relegati a un misero 5%. La maggioranza parlamentare, almeno su questo tema, pare netta minoranza tra i cittadini: una situazione ricorrente in Croazia, ricorda Osservatorio Balcani.

Il referendum in programma tra pochi giorni è il primo mai organizzato su richiesta popolare nel Paese. A Zagabria, da luglio nell’Unione europea, guarda con attenzione con Bruxelles. Hannes Swoboda – presidente dei socialisti e democratici comunitari – ha chiesto ai croati di scegliere “progresso e uguaglianza”, senza cedere a “politiche arretrate” e discriminatorie. Un invito che sembra destinato a cadere nel vuoto.

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Zagabria, Gay Pride 2010 (foto di Goran Zec)

Manifestanti a Zagabria per il Pride 2010 (foto di Goran Zec)

Mancano tre settimane. Il 1° dicembre i croati saranno chiamati a votare sui matrimoni gay. Attualmente la Costituzione non tutela specificamente le unioni “tra un uomo e una donna”, ed è proprio questo il centro del referendum: i cittadini dovranno decidere se inserire questa aggiunta, senza bisogno di quorum perché la consultazione sia valida.

Ai vertici del Paese ci sono due socialdemocratici: il presidente Josipovic e il primo ministro Milanovic. Il governo vorrebbe dare più diritti alla comunità lgbt, e questo non piace alla potente Chiesa nazionale. Un gruppo di associazioni di ispirazione cattolica ha raccolto oltre 700mila firme per portare alle urne i connazionali: il parlamento ha detto sì, e secondo i sondaggi potrebbe fare altrettanto almeno il 50% della popolazione. Una quarantina di deputati chiedeva che il quesito fosse sottoposto alla Corte costituzionale prima di dare l’ok, ma le loro proteste non sono servite. Alla stessa Corte promette di rivolgersi il coordinatore del Zagreb Pride, l’evento che si tiene ogni anno nella capitale dal 2002.

L’omofobia sembra essere più forte in altri Stati balcanici. Due su tutti: la Serbia, dove negli ultimi tre anni le autorità hanno vietato il Pride di Belgrado, e il Montenegro, dove tra luglio e ottobre ci sono stati scontri in occasione di due manifestazioni simili. Dalla Croazia a inizio 2013 avevano fatto notizia le polemiche della Chiesa contro l’educazione sessuale nelle scuole, che dovrebbe servire a far discutere gli studenti anche sull’omosessualità. In parrocchie e supermercati erano comparse decine di migliaia di volantini contro il governo. Una macchina organizzativa che potrebbe entrare in azione anche in vista del referendum.

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Dubrovnik è culla di bellezza, ma anche di civiltà: la sua repubblica marinara fu il primo stato europeo ad abolire la schiavitù nel 1416 (justdubrovnik.com)

Dubrovnik è culla di bellezza, ma anche di civiltà: la sua repubblica marinara fu il primo stato europeo ad abolire la schiavitù nel 1416 (justdubrovnik.com)

Il primo referendum della storia croata si tenne nel ’91: riguardava l’indipendenza dalla Jugoslavia. Il secondo nel 2012: in gioco l’adesione all’Unione europea. Il terzo c’è stato domenica, e aveva per materia… un campo da golf. La questione però è più importante di quanto possa sembrare: la struttura dovrebbe nascere sull’altopiano che sovrasta Dubrovnik, meravigliosa città costiera nel sud del Paese. E potrebbe deturpare un’area ritenuta patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

La prima notizia è che il campo si farà. La consultazione promossa dagli ambientalisti è fallita: ha votato solo il 31% di chi ne aveva diritto, e il quorum necessario era del 50%. Il progetto vale poco più di un miliardo, e comprende ville, hotel, ristoranti, club di equitazione: in tutto una zona di 300 ettari. Gli investitori (il principale è un gruppo israeliano) assicurano che porteranno alla città mille posti di lavoro e ricchi turisti appassionati di golf.

Quello di due giorni fa è stato il primo referendum che si è tenuto su richiesta dei cittadini. Paradossalmente quelli di Bosanka, villaggio di trenta case che si trova sulla collina in questione, sono a favore dell’edificazione: il terreno è di proprietà privata e gli imprenditori hanno già pagato a chi lo possiede un anticipo di circa 100mila euro. Perfino in questa vicenda si inserisce la frase ricorrente “ce lo chiede l’Europa”: i sostenitori del progetto dicono che bloccarlo avrebbe mandato un messaggio negativo agli investitori stranieri, a pochi mesi dall’ingresso della Croazia nella Ue.

Certo in passato Dubrovnik è stata colpita in modo molto più tragico, e nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che potrebbe succederle ora. Nel ‘600 un terremoto la rase quasi al suolo; a inizio anni ’90 fu bombardata. È risorta entrambe le volte, in tutta la sua bellezza. Che ora è minacciata da un “semplice” complesso sportivo.

FONTI: Ansa, La Repubblica, LaPresse

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La centrale nucleare di Krsko produrrebbe oltre un quarto dell'energia slovena e un quinto di quella croata (bora.la)

L’Italia dice no al nucleare. E la Slovenia? Il Paese balcanico possiede una centrale a Krsko, a 130 km da Trieste. Una centrale il cui livello di sicurezza fa discutere da anni, e che in futuro potrebbe venir potenziata. “Non abbandoneremo i nostri piani nucleari a causa di Fukushima”, ha detto il 10 giugno il ministro dell’Economia Darja Radic, che ha spiegato come il governo abbia preparato cinque progetti diversi per il sostentamento energetico della Slovenia da qui al 2030: “Tutti e cinque includono l’opzione nucleare – ha sottolineato. – E due di questi prevedono la costruzione di un secondo reattore a Krsko”.

La centrale di Krsko è stata costruita congiuntamente da Slovenia e Croazia, che tuttora ne sono proprietarie in condivisione. Attivata il 15 gennaio 1983, ha fatto parlare di sé all’estero per una serie di incidenti (o presunti tali) che hanno preoccupato l’opinione pubblica europea. Tra i più recenti, nel 2005 il reattore è stato arrestato per problemi al sistema di contenimento di una ventola per il trattamento dei vapori, nel 2007 la centrale è stata isolata e chiusa per un mese senza che ne sia stata comunicata la ragione, nel 2008 si è verificata una fuga di acqua di raffreddamento del reattore.

“L’incidente alla centrale slovena di Krsko indica che gli impianti nucleari possono ovviamente registrare malfunzionamenti come ogni impianto costruito dall’uomo – commentò nel 2008 Claudio Scajola, allora ministro per lo Sviluppo economico. – Tali impianti però hanno al proprio interno sistemi di sicurezza che consentono di far fronte agli incidenti in modo immediato, contenendo le possibili conseguenze all’interno dello stesso impianto e minimizzando quindi ogni eventuale perdita di sostanze radioattive”.

Oggi è in discussione la possibile espansione dell’impianto con un secondo reattore da 1000 MW di potenza, di proprietà interamente slovena. Un’operazione che potrebbe coinvolgere l’Italia, e più precisamente la Regione Friuli Venezia Giulia: “Siamo pronti a partecipare per il raddoppio e con interventi nostri che possano mettere ulteriormente in sicurezza la centrale”, ha spiegato il 10 giugno il presidente Renzo Tondo, che subito dopo Fukushima aveva detto: “Credo che si rafforzi la nostra volontà di arrivare a una presenza italiana a sostenere l’ammodernamento e la messa in sicurezza di Krsko”. I sostenitori dell’atomo non indietreggiano davanti a una catastrofe nucleare. Figuriamoci davanti a un semplice referendum.

Fonti: triesteoggi.tv, AGI, AFP, greenreport.it

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