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Posts Tagged ‘repubblica serba di bosnia’

Milorad Dodik, presidente della Repubblica serba di Bosnia (foto diIzbor za bolji zivot, http://bit.ly/1cQnChe)

Milorad Dodik guida la Repubblica serba di Bosnia (foto di Izbor za bolji zivot, http://bit.ly/1cQnChe)

Mentre la Repubblica serba di Bosnia celebra il 22° anniversario della sua nascita, nel Paese circolano indiscrezioni sui risultati del censimento di ottobre, attesi soprattutto per quanto riguarda la divisione etnica. Le cifre disponibili al momento però potrebbero essere poco attendibili, magari diffuse per scopi di parte. L’unico dato provvisorio “ufficiale” è quello sulla popolazione totale: quasi tre milioni e 800mila persone.

Il numero coincide con le stime Onu precedenti il censimento, il primo dal 1991. Allora gli abitanti erano quasi quattro milioni e 400mila: passati 22 anni, e passata la guerra, sono circa 600mila in meno. Proprio 22 anni fa nasceva la Repubblica serba di Bosnia, che oggi è una delle entità in cui è diviso il Paese. Milorad Dodik, presidente dal 2010, ha celebrato la ricorrenza sottolineando le aspirazioni autonomiste della regione. Ad ascoltarlo c’era anche il patriarca Irinej, capo della Chiesa ortodossa di Belgrado.

A Sarajevo e dintorni il nazionalismo fa ancora paura, ed è anche per questo che gli altri dati del censimento pubblicati finora sono credibili fino a un certo punto: potrebbero essere usati da chi vuole dimostrare una certa tesi. Un esempio? I gruppi etnici su cui si basa lo Stato post-bellico sono serbi, croati e musulmani: il questionario permetteva anche di non scegliere nessuno dei tre, ma se pochi l’hanno fatto qualcuno potrebbe dire che è perché questo tipo di appartenenza è ancora molto sentito.

Secondo il quotidiano della capitale Dnevni Avaz i musulmani sarebbero circa il 48%, i serbi il 33 e i croati il 15. Sotto la voce “altri” finirebbe il 4%. East Journal spiega bene perché queste cifre sono da prendere con le pinze. I dati ufficiali definitivi potrebbero arrivare nel 2016. Tra chi li aspetta con più trepidazione dovrebbe esserci l’Unione europea, che vuole conoscere meglio la situazione del Paese in vista di un possibile approdo a Bruxelles. Slovenia e Croazia ci sono già, la Serbia potrebbe aggiungersi a breve. La Bosnia dovrà aspettare almeno qualche anno.

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Festeggiamenti a Sarajevo per la qualificazione della Bosnia ai Mondiali (tuttosport.com)

Festeggiamenti a Sarajevo per l’accesso della Bosnia ai Mondiali 2014 in Brasile (tuttosport.com)

Due settimane fa la Bosnia ha ottenuto per la prima volta l’accesso ai Mondiali. A Sarajevo tante persone sono scese in piazza a festeggiare. Qualcuno si è chiesto se il calcio può contribuire a rendere più unita la popolazione, divisa anche geograficamente dalle pulizie etniche degli anni ’90. Un bel risultato alla competizione brasiliana della prossima estate potrebbe aiutare; intanto fa piacere scoprire che i luoghi di nascita dei giocatori sono sparsi in tutto il Paese e anche fuori.

Gli accordi post-guerra hanno creato uno Stato composto da più entità: le principali sono la Repubblica serba di Bosnia (Rs) e la Federazione croato-musulmana. I calciatori in campo nel match decisivo per l’accesso al Mondiale provengono da entrambe, e non solo. La Rs ha dato i natali al portiere Begovic, al difensore Bicakcic, ai centrocampista Salihovic e Zahirovic (entrato nel secondo tempo) e all’attaccante Ibisevic, autore del gol-partita. Dalla Federazione arrivano i difensori Lulic e Vrsajevic, i centrocampisti Medunjanin e Pjanic e il bomber Dzeko. Completano il quadro il difensore Spahic, originario di Dubrovnik (Croazia), e il centrocampista Misimovic, nato a Monaco di Baviera.

Va detto che il luogo in cui gli atleti sono venuti alla luce non necessariamente corrisponde a un’etnia precisa. Non è detto che chi è originario della Rs sia serbo, né che i nati nella Federazione siano croati o musulmani. Prima della guerra le tre etnie erano mescolate nelle diverse zone del Paese, e i giocatori citati sono compresi tra la classe ’80 e quella ’90, subito prima che scoppiasse il conflitto. Possibile che ai Mondiali i croati bosniaci tifino la squadra di Zagabria (se si qualificherà), e che nemmeno i serbi bosniaci sostengano quella di Sarajevo (di sicuro non potranno appoggiare quella di Belgrado, rimasta esclusa). Nei prossimi mesi sapremo se la speranza che il calcio abbassi la tensione inter-etnica è solo un’illusione.

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Momcilo Krajisnik e Radovan Karadzic (maszol.ro)

Momcilo Krajisnik e Radovan Karadzic (maszol.ro)

Condannato per crimini contro l’umanità, potrebbe tornare da protagonista sulla scena politica bosniaca. Momcilo Krajisnik è rientrato nel Paese a fine agosto, dopo aver scontato due terzi della pena decisa dai giudici internazionali. Ora si parla di un suo ritorno nella Sds, partito di opposizione nella Repubblica serba di Bosnia (Rs), in cui fu presidente dell’assemblea nazionale tra 1990 e 1992.

Inizialmente il tribunale de L’Aja aveva deciso di farlo stare in carcere 27 anni. In appello sono diventati 20, e a luglio Krajisnik ha potuto uscire per buona condotta. Arrivato a Pale, dove il figlio possiede un distributore di benzina, è stato accolto da oltre 2mila serbi bosniaci festanti. Lui stesso ha ammesso di non capire perché: “Dopo tutto sono un criminale di guerra”, ha detto. Sta di fatto che vessilli e inni nazionalisti serbi hanno accompagnato il suo rientro a casa. Questo mentre il presidente della Rs, Milorad Dodik, è in difficoltà anche a causa della crisi economica. A spaventarlo ora potrebbe aggiungersi un eventuale ritorno in politica di Krajisnik, dato che le leggi del Paese non lo vietano.

Dopo la guerra l’ex presidente dell’assemblea della Rs fu il primo membro serbo della presidenza tripartita bosniaca. Durante il conflitto era il braccio destro di Radovan Karadzic, attualmente sotto processo a L’Aja. Negli anni delle stragi in Serbia comandava Slobodan Milosevic. Allora il portavoce del suo partito era Ivica Dacic, oggi primo ministro a Belgrado. Il passato nei Balcani fa molta fatica a restare tale.

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Milorad Dodik e Radovan Karadzic (krupljani.ba)

Milorad Dodik e Radovan Karadzic (krupljani.ba)

A volte viene da pensare che Beppe Grillo sarebbe utile fuori dai confini italiani. Dalla sua Genova dovrebbe fare un migliaio di chilometri verso est, fino a Banja Luka, capoluogo della Repubblica serba di Bosnia (una delle entità in cui la guerra ha diviso il Paese). Una volta arrivato, il comico dovrebbe chiedere del presidente Milorad Dodik, in carica dal 2010, e riservare a lui il trattamento che dedica ai politici italiani. Proviamo a spiegare perché.

Dodik è intervenuto al Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia in difesa di Radovan Karadzic, primo presidente della Repubblica serba di Bosnia, tra ’92 e ’96. L’imputato è accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Dodik ha detto di non aver mai assistito a nessuna delle atrocità di cui Karadzic deve rispondere, e soprattutto ha addossato all’allora presidente bosniaco Izetbegovic la responsabilità della guerra nel Paese. Il suo partito avrebbe armato i musulmani contro i serbi, che secondo Dodik si sarebbero semplicemente difesi, bloccando il presunto progetto di uno Stato islamico.

Ora, non c’è dubbio che tutte le parti in causa nel conflitto jugoslavo – serbi, bosniaci, croati – abbiano commesso atrocità. Ma dire che la guerra in Bosnia è scoppiata perché a Sarajevo si sognava un Paese dominato dalla sharìa è folle. Lo è meno ricordare che a Belgrado si pensava alla Grande Serbia. Lo è meno far presente quello che successe a Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono massacrate migliaia di musulmani.

È grave che l’attuale presidente della Repubblica serba di Bosnia dica certe cose. Che Karadzic negasse tutto e scaricasse la responsabilità su altri era abbastanza prevedibile, purtroppo. Ma ci sembra inquietante che oggi, nel 2013, la guida in carica di una delle istituzioni bosniache si metta in gioco così per difenderlo. Si sarà capito cosa dovrebbe dire Grillo a Dodik, secondo noi. Non ci vuole fantasia. Quella che lo stesso Dodik sembra avere in abbondanza.

FONTI: Euronews, TMNews

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Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale per la Bosnia (mojevijesti.ba)

”La Bosnia-Erzegovina vive il momento più difficile dalla fine della guerra”. Parola di Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale per la Bosnia. La miccia che ha fatto esplodere l’allarme tra i vertici dell’Unione europea è il referendum indetto per metà giugno dalla Repubblica serba di Bosnia (RS), una delle due entità in cui è diviso il Paese (l’altra è la federazione croato-musulmana). Un voto per abolire la normativa sulla Corte penale federale e sulla Procura di Stato, competenti sui crimini di guerra residui rispetto a quelli trattati dal Tribunale de L’Aja, e accusate di discriminare i serbi. Un voto che ha valore consultivo, ma che potrebbe avere un peso politico devastante, visti le ripetute minacce di secessione fatte in passato da Milorad Dodik, primo ministro della Rs.

Il primo ministro Milorad Dodik davanti allo stemma della Repubblica serba di Bosnia (vesti-online.com)

“Da quando sono Alto rappresentante – ha detto Inzko – ho sempre goduto del massimo appoggio da parte della comunità internazionale, e tale appoggio potrebbe tradursi anche in una destituzione di Dodik”. Oppure in una cancellazione “dall’alto” del referendum. “Se Inzko deciderà di annullare la consultazione – ha risposto Dodik – saremmo forzati a riconsiderare il nostro atteggiamento nei confronti del potere e la nostra partecipazione ad esso”. Un’eventualità che rischia di compromettere i già sottilissimi equilibri del sistema di potere “tripartito” (serbi, croati e musulmani) creato in Bosnia dagli accordi di Dayton, che posero fine alla guerra nel 1995.

A tamponare la situazione ci ha pensato Catherine Ashton, Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, che è volata a Sarajevo per incontrare Dodik e i membri della presidenza nazionale (quella tripartita, per l’appunto). La Ashton ha ammesso “l’esistenza di talune deficienze nell’attività dei tribunali e delle procure di Bosnia”, e tanto è bastato per far ammorbidire le posizioni dei serbi di Bosnia. “Abbiamo avviato dei contatti con Bruxelles – ha detto Dodik – e accettato, come segnale di buona volontà, di rimandare il referendum”. E se la Ue dovesse rassicurare ulteriormente la Rs, la consultazione potrebbe venire addirittura annullata.

Fonti: Lettera43, TMNews, Peace Reporter

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Carla Del Ponte è nata in Svizzera 64 anni fa

Carla Del Ponte è nata in Svizzera 64 anni fa (digilander.libero.it)

“Ratko Mladic si nasconde in Serbia”. Ne è convinta Carla Del Ponte, procuratore del Tribunale internazionale de L’Aja sull’ex Jugoslavia dal 1999 al 2007. “Solo là può ancora godere della protezione dei tanti amici e sostenitori che ha”, ha detto al quotidiano serbo Dnevnik.

Capo di stato maggiore dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia durante la guerra, Mladic è accusato di genocidio: nel luglio 1995 diresse la strage di 8 mila musulmani nell’enclave bosniaca di Srebrenica. Da quindici anni è latitante, mentre il suo sodale Radovan Karadzic, comandante in capo delle stesse forze armate, è stato arrestato nel 2008 ed è sotto processo a L’Aja.

La cattura di Mladic, oltre a fare giustizia per i familiari delle vittime, avvicinerebbe la Serbia all’Unione europea: la Del Ponte si dice sicura della “vera volontà politica” di Belgrado di trovare il massacratore, ma pensa anche che il governo abbia “il problema di individuare il momento giusto”. Difficile dire se l’ex procuratore intenda “il momento giusto per riuscire a catturarlo” o “il momento giusto per avere vantaggi politici dalla cattura”.

Il massacratore di Srebrenica Ratko Mladic con la moglie Bosa durante la guerra (rts.rs)

C’è chi è certo del Paese in cui si trova Mladic, e chi è sicuro che sia morto: è il caso della moglie Bosa, che insiste nel chiedere alle autorità di dichiararlo deceduto per mettere le mani sulle sue proprietà e sulla sua pensione. “Se fosse vivo, si sarebbe messo in contatto con noi”, ha ribadito a inizio aprile la signora Mladic, arrestata nel giugno 2010 per possesso illecito di armi.

In realtà le probabilità che Mladic sia vivo sono molte, e Belgrado avrebbe tutto da guadagnare da una sua consegna al Tribunale de L’Aja. Certo, rimangono le resistenze degli ultranazionalisti, di chi protesta contro la “persecuzione” del generale, di chi lo protegge per fedeltà o opportunismo. Ma il governo serbo sa che deve superare questi ostacoli se vuole entrare in Europa. E ha tutti i mezzi per poterlo fare.

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Il Palazzo della Pace all'Aja, sede della Corte internazionale di giustizia

Dodici mesi di Balcani. Dalla questione Kosovo al processo a Karadzic, il secondo semestre del 2010 è stato denso di avvenimenti, concentrati attorno ad un unico epicentro: Belgrado.

Luglio. L’indipendenza del Kosovo è legittima. Lo dice la Corte di giustizia dell’Aja, secondo cui la dichiarazione unilaterale del 17 febbraio 2008 non viola le leggi internazionali. Milorad Dodik, primo ministro della Repubblica serba di Bosnia, esulta: “Se il Kosovo diventa indipendente, non vedo perché non dovremmo esserlo anche noi”.

Agosto. Esplode il caso Fiat Serbia. L’ad Marchionne ha deciso: la monovolume L0 non verrà prodotta a Mirafiori, ma a Kragujevac. Il motivo è semplice: gli operai balcanici ricevono uno stipendio di 400 euro, contro i 1.100-1.200 di chi lavora a Torino. Per i lavoratori serbi è una boccata d’ossigeno. Per quelli italiani una mazzata tremenda.

Vuk Jeremic, ministro degli Esteri serbo, ha annunciato la volontà di dialogare col Kosovo

Settembre. Belgrado accetta di dialogare con Pristina. Le Nazioni Unite adottano una proposta di risoluzione sul Kosovo in cui Bruxelles si propone di mediare tra le parti. L’argomento “indipendenza” resta delicatissimo, ma c’è un fatto nuovo: la disponibilità della Serbia a intrattenere relazioni diplomatiche con la provincia ribelle.

Ottobre. L’estrema destra serba fa tremare l’Europa. Il 10 ottobre gli ultranazionalisti omofobi devastano la capitale in occasione del Gay Pride. Il 14 i “tifosi” più violenti della Nazionale di calcio impediscono lo svolgimento della gara con l’Italia, a Genova. Due avvenimenti che allontanano Belgrado dall’Unione europea: esattamente il risultato sperato dai criminali.

Il presidente serbo Boris Tadic si è scusato per la strage di croati a Vukovar, nel 1991

Novembre. Dopo le scuse per Srebrenica, quelle per Vukovar. Il presidente serbo Tadic chiede perdono ai croati per lo sterminio di 261 persone nell’agosto 1991. Il passato recente balcanico pesa come un macigno: a metà mese Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, accusa le autorità serbe di non fare abbastanza per trovare il latitante Ratko Mladic.

Dicembre. Muore il diplomatico statunitense Richard Holbrooke. “Mi promise l’impunità in cambio del mio ritiro a vita privata”: lo dice Radovan Karadzic, il boia di Srebrenica sotto processo all’Aja. Lui stesso ammette che non esistono testimonianze scritte dell’accordo. Il racconto del massacratore può essere anche considerato verosimile. Ma per ora è impossibile da provare.

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