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Il 7 febbraio quattro bambini rom hanno perso la vita in un incendio a Roma (articolo21.org)

“Rom -4”. Basta questo slogan terrificante a spiegare il baratro che si apre in Italia quando si parla di rom. La scritta è apparsa a Roma dopo l’incendio che ha ucciso quattro bambini in un campo di periferia. La stupidità non si ferma neanche davanti a una strage. Neanche se a morire sono quattro piccole persone, le cui età sommate insieme non arrivano a 30 anni.

Ma si tratta proprio di stupidità? Chi gioisce di una tragedia simile lo fa solo per ignoranza? O c’è un retroterra culturale, un contesto che fa sentire autorizzati a compiere atti razzisti e disumani? Chi attacca i rom sa di prendere a bersaglio la parte più debole della società. La popolazione più denigrata dai mezzi di comunicazione, la gente a cui sono legati i luoghi comuni più resistenti. La gente più discriminata dalla politica. Non si contano le proposte di provvedimenti per limitare la libertà dei rom, ghettizzarli, “difendere” gli italiani dalla loro presunta predisposizione a delinquere.

Cesare Bossetti, consigliere regionale della Lega in Lombardia, non si è alzato durante il minuto di silenzio per la tragedia di Roma (radio-padania.com)

“Dobbiamo domandarci se una società più solidale e fraterna, più coerente nell’amore, cioè più cristiana, non avrebbe potuto evitare tale tragico fatto”. Benedetto XVI ha parlato così di fronte a centinaia di rom e sinti, accorsi in piazza san Pietro per ascoltarlo. Sembrano parole di rito. E’ la conferma, magari simbolica, ma importante, della volontà di difendere gli esclusi, gli ultimi. E’ un richiamo alla solidarietà che forse cadrà nel vuoto, ma che andava fatto, di fronte alle urla fin troppo ascoltate di chi vorrebbe “espellerli tutti”.

“E’ più facile educare un cane che un rom”. Tiziana Maiolo, portavoce milanese di Futuro e libertà, si è dovuta dimettere in seguito a questa dichiarazione. Parole pronunciate proprio commentando la tragedia di Roma. L’abisso che separa un’idiozia simile dal rispetto per le vittime è quello che ci divide da una vera comprensione della questione rom.

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Il villaggio di Kustendorf, fatto costruire dal regista Kusturica nel 2004

«In questo villaggio tutto è al contrario. Normalmente sono i cittadini che scelgono il sindaco. Qui sono io a scegliere gli ospiti». Emir Kusturica definisce così Kustendorf, il villaggio serbo fatto costruire da lui nel 2004. Qui si svolge la rassegna cinematografica e musicale ideata dal regista: il Kustendorf Film and Music Festival, che quest’anno è giunto alla sua quarta edizione e si svolgerà dal 5 all’11 gennaio.

Kustendorf è vicino alla frontiera con la Bosnia. Qui è stato girato La vita è un miracolo (2004), il primo lungometraggio di Kusturica dopo i grandi successi Underground (1995) e Gatto nero, gatto bianco (1998). Le riprese del film durarono due mesi: due mesi in cui Emir partorì l’idea di un creare un borgo tutto per sé. «Avevo una città, Sarajevo, che ho perso con la guerra. Decisi dunque di costruirne un’altra». Kustendorf si trova a 700 metri di altezza, con intorno montagne che arrivano ai 1500: un paesaggio incantato, fatto di baite di legno e boschi innevati, adatto per accogliere l’utopia di un regista eccentrico. E geniale.

Il presidente serbo Tadic con Johnny Depp, protagonista del Festival di Kustendorf del 2010

Il Festival è partito nel 2008. Quest’anno il grande protagonista – oltre a Kusturica, s’intende – è Abbas Kiarostami. Il grande cineasta iraniano, a cui è dedicata una retrospettiva, terrà lezioni di cinema. Da segnalare anche un workshop, tenuto dal padrone di casa, su Roma di Fellini e una serie di incontri con Gael Garcia Bernal, il Che Guevara di I diari della motocicletta. Sarà proprio Bernal a chiudere la kermesse, che nel 2009 si era conclusa con un concerto della band di Kusturica, la No Smoking Orchestra. La musica non manca neanche quest’anno: si esibiranno gruppi di tutto il mondo, dalla Tanzania alla Francia, dagli Stati Uniti alla Norvegia. E dalla Serbia, naturalmente, con i Beogradski Sindikat.

«Qui la natura è fantastica. La gente della regione non ha mai pensato di costruire qualcosa su quella cima, perché aveva paura del vento. L’ho fatto io». L’ego di Kusturica, enorme quanto il suo talento, trova posto in mezzo ai monti balcanici. Per una settimana, a fargli compagnia ci saranno artisti e spettatori. Che però, se non piacessero a Emir, potrebbero venir cacciati da un momento all’altro. Qui è il sindaco che sceglie i cittadini.

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I carabinieri sono risaliti al bottino anche grazie alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia

Un “tesoro” da un milione di euro. E’ quello ritrovato a Tuzla, in Bosnia Erzegovina, dai carabinieri del nucleo operativo della compagnia Eur. In estate i militari romani avevano sgominato due clan slavi, arrestando 26 persone per traffico internazionale di stupefacenti, falso, riciclaggio di auto di lusso e truffa ai danni dello Stato. Il loro bottino, però, sembrava sparito nel nulla. Fino a ieri.

I valori – 653 mila euro, 24 mila dollari americani e 8 mila yen giapponesi, più oggetti in oro per un peso complessivo di 3 chili – erano nella sede della banca NLB, all’interno di tre cassette di sicurezza intestate al clan Hrustic. Per aprirle, la magistratura italiana ha dovuto richiedere una rogatoria internazionale, recepita dalle autorità bosniache, che hanno eseguito il sequestro delle cassette.

I valori erano in una banca del gruppo NLB, che sponsorizza la Lega Adriatica di Basket

I componenti delle bande scoperte dai carabinieri si procuravano illegalmente la cittadinanza italiana, così da potersi muovere liberamente tra il Belpaese e l’ex Jugoslavia. A questo scopo costituivano imprese fittizie, o risultavano lavoratori di aziende in cui non avevano mai timbrato il cartellino. In alcuni casi obbligavano italiani a riconoscere la paternità dei figli dei membri dell’organizzazione: in questo modo, le (vere) madri potevano chiedere il permesso di soggiorno per i ricongiungimenti familiari.

Un intreccio criminale che durava addirittura dagli anni ’70. Ora il traffico è stato stroncato. Mentre a Tuzla venivano aperte le cassette contenenti il “tesoro”, ad Ardea, in provincia di Roma, veniva arrestato l’ultimo degli indagati. Il bottino è stato recuperato. I latitanti sono stati trovati. E i comuni che avevano concesso la cittadinanza ai banditi possono provvedere a revocarla.

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Il ministro della Difesa Ignazio La Russa al Corriere della Sera: "Se contrasta con la riduzione del contingente nei Balcani, il comando centrale del Kosovo è un problema"

L’Italia rinuncia al comando della Kfor. La Kosovo force, la forza militare internazionale diretta dalla Nato per garantire la stabilità e la ricostruzione dell’area, è a guida tedesca dal settembre 2009. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno corteggiato il nostro Paese per chiedergli di assumere le redini della missione. La crisi economica ha spinto il governo a rifiutare. Berlusconi intende aumentare i militari in Afghanistan, riducendo allo stesso tempo quelli inviati nei Balcani.

La Kfor è attiva in ex Jugoslavia dal 1999. Nel periodo della massima partecipazione ha contato 50 mila soldati e 39 Stati partecipanti. Oggi le nazioni presenti sono 31, per un totale di circa 10 mila militari. Italia, Usa e Germania contribuiscono con più di mille effettivi ciascuna. Gli americani avrebbero voluto che il Belpaese prendesse il controllo del comando centrale e di quello nordoccidentale, uno dei due ai quali si ridurranno gli attuali cinque comandi locali. La seconda richiesta è stata accettata. La prima è stata respinta.

Giuseppe Emilio Gay, l'ultimo dei 4 comandanti italiani tra i 14 che finora si sono succeduti alla guida della missione

Accogliere la proposta statunitense avrebbe comportato l’impiego di 200 militari in più: una spesa difficile da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica, specie alla luce dell’attuale congiuntura economica. Quello italiano non è un caso isolato: “E’ molto difficile per i governi sostenere davanti alla gente tagli profondi ai programmi sociali, educativi e alle pensioni, ma non al budget della difesa”, ha detto al Times Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. “E’ ovvio che anche questi bilanci saranno colpiti dalla crisi economica”.

Una missione a guida italiana sarebbe stata apprezzata dalla Serbia, in buoni rapporti con Roma e in pessime relazioni con la sua (ex) provincia ribelle. Il nostro governo, però, ha già previsto il dimezzamento del proprio contingente da 1.200 a 650 persone. E le manovre correttive allo studio in diversi Paesi europei potrebbero portare alcuni di questi a seguire la stessa strada. Non sappiamo quanto a lungo la Kfor resterà “tedesca”. Ma di sicuro molto difficilmente diventerà più “italiana”.

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Il Bayern Monaco di Olic ha eliminato Juventus e Fiorentina dalla Champions. Ora il bomber croato proverà ad affossare l'Inter nella finale di Madrid

A 17 anni fece un provino con l’Inter. I nerazzurri lo scartarono. Il 22 maggio se lo troveranno di fronte nella finale di Champions League: Ivica Olic è l’attaccante più temuto da Josè Mourinho. Nato 30 anni fa in Croazia, a Slavonski Brod, il centravanti del Bayern Monaco ha già punito più volte il calcio italiano: la sua storia ci riguarda più da vicino di quanto si potrebbe pensare.

Olic muove i primi passi da professionista nel Marsonia, la squadra della sua città. Esordisce nel 1996, ma le prime reti arrivano un anno dopo: 9 gol nella stagione 97/98, 8 reti in 9 partite nella prima parte del campionato successivo. Lo nota l’Hertha Berlino, che lo porta in Germania ma lo fa scendere in campo solo due volte. Ivica torna a casa dopo pochi mesi: il tempo gli darà ragione. Tra 2000 e 2002 realizza 38 gol: 17 con la maglia del Marsonia,  21 con quella dell’NK Zagabria. Grazie alle sue reti la squadra della capitale vince il primo (e finora unico) titolo nazionale della sua storia.

Il 2002 è l’anno fortunato di Olic. Nominato miglior calciatore croato, viene convocato in Nazionale per i Mondiali in Giappone e Corea del Sud. La sua presenza non passa inosservata ai tifosi italiani: è suo il gol del pareggio nella sfida che vede la selezione azzurra battuta per 2-1. La squadra di Trapattoni, passata in vantaggio con Vieri, verrà affossata dalla rete di un altro “italiano”: l’ex ala del Perugia Milan Rapaic. Al termine del torneo Ivica cambia nuovamente club, ma non città: lo acquista la Dinamo Zagabria, con cui segnerà 16 gol in 27 partite.

Con la maglia della Nazionale croata Olic ha segnato 13 gol in 69 partite

Ormai Olic è pronto per lanciarsi nel calcio che conta: nel 2003 approda al CSKA Mosca, dove resta per 4 anni. Coi russi vince il suo primo trofeo internazionale, la Coppa Uefa 2004-05, dando un altro dispiacere all’Italia: dopo aver eliminato i “vicini” del Partizan Belgrado, Ivica e compagni sconfiggono il Parma in semifinale. E’ ancora lontana, però, la gloria della Champions League, che lo attende in Germania cinque anni dopo: passato il confine tedesco nel 2006, quando viene acquistato dall’Amburgo, dovrà aspettare tre stagioni prima di fare l’ultimo salto, che lo porterà in uno dei maggiori club del calcio mondiale.

A 29 anni, dopo aver partecipato a due Mondiali (2002 e 2006) e due Europei (2004 e 2008), Olic firma un contratto triennale col Bayern Monaco. Ancora una volta fa uno sgambetto all’Italia: il suo arrivo toglie spazio a Luca Toni, che a metà stagione verrà ceduto alla Roma. Ivica disputa una buona stagione, segnando spesso soprattutto in Champions: una rete alla Juventus nel girone eliminatorio, due al Manchester United nei quarti di finale, addirittura tre nella semifinale di ritorno col Lione. Tra due settimane proverà a fare l’ennesimo dispetto all’Italia, il più clamoroso: soffiare la coppa all’Inter, che lo snobbò quando era agli esordi. I tifosi nerazzurri hanno una ragione in più per fare gli scongiuri.

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Alessandro Maran (Pd) è favorevole all'ingresso della Serbia nella Ue

“L’ingresso nell’Unione europea degli Stati ex-jugoslavi è uno dei pochi temi che uniscono maggioranza e opposizione”. Alessandro Maran, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, è felice dell’avvicinamento di Belgrado all’Europa. Pochi giorni prima di Natale il presidente serbo Boris Tadic ha presentato la domanda ufficiale di ammissione alla Ue: un passo già annunciato dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini (Pdl), che qualche settimana fa aveva rivendicato il ruolo svolto dal suo governo nelle trattative con il Paese balcanico.

Ha ragione l’onorevole Maran: l’accordo bipartisan sull’entrata in Europa della Serbia è decisamente una notizia, a maggior ragione se lo si inserisce in un clima politico che tanti definiscono “avvelenato” e “colmo di odio”. Le ragioni dell’intesa tra gli schieramenti si trovano nelle parole dello stesso parlamentare a L’Unità: “Una più stretta integrazione con i nostri vicini consente di sviluppare meglio i rapporti commerciali, facilita gli approvvigionamenti energetici, permette di regolare meglio i flussi migratori”. Vantaggi per tutti, insomma, soprattutto dal punto di vista economico. E pazienza se i criminali di guerra serbi Mladic e Hadzic, ricercati dal Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia, non sono stati ancora catturati.

Il presidente serbo Tadic e Berlusconi. Il governo italiano sostiene Belgrado nel cammino europeo

“Con Tadic la collaborazione verso il tribunale dell’Aja è cresciuta – dice Maran. – Anche l’Olanda, che proprio a causa della vicenda Mladic aveva i dubbi più forti sull’apertura a Belgrado, li ha rimossi”. L’onorevole si riferisce al via libera dato qualche settimana fa dai Paesi Bassi all’accordo commerciale di libero scambio e alla liberalizzazione dei visti tra la Serbia e gli Stati dell’Unione. In effetti Bruxelles sembra sempre più convinta della sua “distensione” verso Belgrado, isolata dalla comunità internazionale dopo le guerre degli anni ’90.

Oggi il cammino verso l’Europa sembra in discesa, tanto da far ipotizzare l’ammissione serba alla Ue nel 2014. Poco importa se l’esecutivo di Tadic si rifiuta ancora di accettare l’indipendenza del Kosovo, riconosciuto come Stato autonomo dalla stessa Italia: secondo Maran, “crescendo l’integrazione interstatale, con tutti i vantaggi economici connessi, la questione dei confini nazionali diventa progressivamente meno importante”. Le autorità serbe possono dormire sonni tranquilli: Roma non ostruirà la strada tra Belgrado e Bruxelles, che ormai sembra sempre più breve.

Leggi anche: Serbia verso l’Europa. Criminali di guerra inclusi?

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