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Posts Tagged ‘sciopero’

Il complesso industriale di Trepča (foto Global.finland.fi, http://bit.ly/1m88Mqa)

Il complesso industriale di Trepča, nel nord del Kosovo (foto Global.finland.fi, http://bit.ly/1m88Mqa)

Una vicenda che riguarda direttamente la vita di migliaia di persone, ma che potrebbe avere ricadute ancora più ampie. Parliamo delle difficoltà del complesso minerario di Trepča, vicino a Mitrovica, nel nord del Kosovo. Il governo di Pristina aveva annunciato di volerne assumere il controllo, causando la dura reazione delle autorità serbe, che vogliono avere voce in capitolo sulla questione. Il passo indietro conseguente dei politici della (ex) provincia ribelle ha scatenato proteste dei lavoratori, che temono di perdere il posto.

Il sito oggetto della contesa dà occupazione a circa 4mila persone, 20mila compreso l’indotto. Se pensiamo che gli abitanti del Kosovo sono meno di due milioni, che la regione ha una delle economie più povere d’Europa e che nel 2014 ha visto emigrare almeno 30mila cittadini verso i paesi dell’Unione, si capisce quanto è importante il futuro delle miniere di Trepča. Il ministro delle finanze serbo dice che il complesso industriale ha debiti per 400 milioni di dollari. Al momento Belgrado ha in mano la maggioranza della società, che però opera in territorio kosovaro. Nelle scorse settimane Pristina ha detto di voler acquisire unilateralmente il 100% dell’azienda, ma dopo le proteste della Serbia ha sospeso l’operazione.

Tra i due litiganti ci sono i lavoratori. La scorsa settimana 250 di loro si sono rifiutati di tornare in superficie, chiedendo una soluzione positiva del problema. Dopo un paio di giorni la mobilitazione è stata “congelata” in attesa delle scelte dei due governi, che a febbraio si incontreranno a Bruxelles, in un nuovo round dei colloqui decollati un paio di anni fa. La vicenda di Trepča potrebbe avere un peso non marginale nei negoziati, in cui finora rimangono due punti fermi: la Serbia non riconosce l’indipendenza del Kosovo, e Pristina la ribadisce. Sul resto, però, le trattative sembrano aperte.

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La località della miniera di Vares, in Bosnia (foto Fotosensibile, http://bit.ly/1jpMrk5)

La località della miniera di Vares, in Bosnia (foto Fotosensibile, http://bit.ly/1jpMrk5)

Da un terremoto di magnitudo 3.5 sulla scala Richter non ci si aspetterebbero danni devastanti. Per fare un esempio, quello dell’Aquila che nel 2009 fece oltre 300 morti era di magnitudo 5.8. È bastato molto meno per uccidere cinque minatori in Bosnia, a Zenica, nel cuore del paese. Al momento della scossa nelle gallerie c’erano circa 60 lavoratori: 22 sono riusciti a uscire da soli, 34 sono stati salvati. Gli altri non ce l’hanno fatta.

Secondo fonti locali nell’ultimo anno nella struttura c’erano già stati due incidenti. I soccorsi sono durati circa 20 ore, e hanno coinvolto minatori arrivati da altre città. Venticinque di loro sono stati ricoverati dopo essersi impegnati nell’impresa. Appena usciti alcuni dei colleghi che erano rimasti intrappolati sono saliti direttamente sulle ambulanze. Per salvarli è servito un tunnel di un centinaio di metri. Si sperava che avessero abbastanza ossigeno per resistere, e per fortuna è andata così.

Esattamente un anno fa aveva fatto notizia uno sciopero di minatori a 250 metri di profondità a Djurdjevik, a un centinaio di chilometri da Zenica. Gli operai chiedevano condizioni di lavoro migliori e stipendi più alti, adeguati al minimo garantito (solo 460 euro al mese!). Due anni fa un loro collega era morto a Breza, vicino a Sarajevo, asfissiato da gas velenosi 300 metri sotto terra.

Di miniere si parla soprattutto quando succedono fatti come questi. Per il resto sembrano appartenere al passato, come se fossero sparite nell’800, o al massimo negli anni ’50, quando un incendio uccise centinaia di lavoratori a Marcinelle, in Belgio. Non è così: le fiamme hanno causato un numero ancora più alto di vittime a Soma, in Turchia, pochi mesi fa. Queste strutture esistono ancora, e in Bosnia ospitano persone pagate male e poco tutelate anche da altri punti di vista, a giudicare dalle cronache di cui sopra.

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Il primo ministro croato Zoran Milanovic (b92.net)

Il primo ministro croato Zoran Milanovic (b92.net)

L’ingresso nella Ue porterà sicuramente benefici alla Croazia. Per ora, però, sembrano più evidenti le conseguenze negative. Da una parte tagli alla sanità, per evitare una procedura di infrazione sui conti da parte di Bruxelles; dall’altra una procedura già avviata in sede europea su un’altra questione, quella del mandato di arresto internazionale. Appena entrata, Zagabria rischia di essere subito “osservata speciale”.

Ieri mattina nel Paese è iniziato uno sciopero dei dipendenti pubblici della sanità. A giugno il governo ha imposto un contratto collettivo che ha tagliato i fondi per gli straordinari e i turni notturni. In questo modo stima di risparmiare 110 milioni. Secondo i sindacati alla mobilitazione ha aderito il 70% di medici e infermieri. Il deficit croato per quest’anno era stato programmato al 3,1% del pil, ma è già sopra, e il governo ha annunciato una nuova manovra per evitare sanzioni dalla Ue.

Sempre ieri la Commissione europea ha attivato una procedura contro Zagabria sul tema del mandato d’arresto. La Croazia ha cambiato le norme in materia tre giorni prima di aderire all’Unione, ed è stata rimbrottata dal commissario alla Giustizia Reding. Risposta: disponibilità a fare marcia indietro, ma non prima del prossimo luglio. La questione sarà sottoposta agli altri Stati membri, che in 10 giorni dovranno pronunciarsi sulla proposta di avviare un monitoraggio più stringente sul 28° Stato della Ue. A rischio anche i fondi europei nei settori giustizia e affari interni.

FONTE: Ansa

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Djurdjevik, la località bosniaca dello sciopero (http://www.panoramio.com/photo/12219225)

Djurdjevik, la località bosniaca dello sciopero (http://www.panoramio.com/photo/12219225)

Uno sciopero a 250 metri di profondità. È la protesta dei minatori a Djurdjevik, Bosnia, circa 20 chilometri da Tuzla. Secondo i media locali i lavoratori chiedono la destituzione della dirigenza aziendale, il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’aumento degli stipendi, portandoli al minimo garantito di 460 euro al mese.

Un sindacalista ha ricordato che restare a lungo sottoterra può danneggiare seriamente la salute dei minatori. Ovvio, verrebbe da dire, come dovrebbe essere ovvio che una persona non possa prendere meno di 460 euro al mese, anche in un Paese dove il costo della vita è più basso che altrove (per esempio in Italia) e tantomeno per un compito duro quale è l’estrazione del carbone. Sembra che la protesta di Djurdjevik sia iniziata dopo che la direzione ha assunto un nuovo segretario aziendale, e che i sindacati avessero minacciato scioperi in caso di un aumento dei dipendenti amministrativi (e a fronte di una mancata risposta positiva alle richieste su salari e condizioni di lavoro).

Delle situazioni in cui si trovano a operare i minatori bosniaci si era già parlato l’anno scorso, quando uno morì e diversi rimasero feriti a Breza, 30 chilometri da Sarajevo. Si disse che la vittima aveva perso la vita a 300 metri di profondità, a causa di gas tossici. A Djurdjevik in queste ore nessuno si è fatto male, ma il rischio esiste. Come esiste la sofferenza dei lavoratori sottopagati e costretti a muoversi in un contesto pericoloso.

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