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Posts Tagged ‘sindacati’

Un tratto di autostrada in Croazia (foto vacation2, http://bit.ly/1kuY8rA=

Un tratto di autostrada in Croazia, direzione Spalato (foto vacation2, http://bit.ly/1kuY8rA)

La Croazia vende le autostrade. Per essere precisi, dovrebbe darle in concessione a un privato per un periodo di 30 o 50 anni. I motivi sarebbero le difficoltà dell’economia nazionale e quelle delle società che hanno gestito finora la rete. Il progetto del governo non piace né all’opposizione né ai sindacati, che vogliono un referendum.

Al momento le autostrade croate sono in mano alle aziende Hac e Arz, indebitate per 4 miliardi. Ai loro problemi finanziari si aggiungono quelli del Paese nel suo complesso, in recessione da sei anni. Da qui l’idea di privatizzare una delle infrastrutture più importanti, con un incasso possibile compreso tra i due miliardi e mezzo e i quattro miliardi. Finora hanno espresso interesse tre consorzi, e alla fine a spuntarla potrebbe essere un fondo pensionistico.

Il primo ministro di centrosinistra, Zoran Milanovic, assicura che il processo sarà seguito con la massima attenzione. Il timore è che chi si aggiudicherà la concessione curerà le autostrade peggio di come era stato fatto finora, puntando soprattutto a fare cassa (come è facile che un privato faccia). L’opposizione di centrodestra dice no, e lo stesso fanno i sindacati, che prevedono anche un aumento dei pedaggi. A ottobre dovrebbe essere avviata una raccolta firme per un referendum.

Tra poche settimane partiranno trattative dirette con i potenziali acquirenti. Un’alternativa potrebbe esserci, ed è il sistema delle vignette, in vigore in Slovenia dal 2008. In pratica si paga un ticket che permette di viaggiare una settimana, un mese o un anno, invece di saldare il conto ogni volta che si esce da un casello. L’ipotesi di una loro applicazione in Croazia era circolata alla fine dell’anno scorso.

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Djurdjevik, la località bosniaca dello sciopero (http://www.panoramio.com/photo/12219225)

Djurdjevik, la località bosniaca dello sciopero (http://www.panoramio.com/photo/12219225)

Uno sciopero a 250 metri di profondità. È la protesta dei minatori a Djurdjevik, Bosnia, circa 20 chilometri da Tuzla. Secondo i media locali i lavoratori chiedono la destituzione della dirigenza aziendale, il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’aumento degli stipendi, portandoli al minimo garantito di 460 euro al mese.

Un sindacalista ha ricordato che restare a lungo sottoterra può danneggiare seriamente la salute dei minatori. Ovvio, verrebbe da dire, come dovrebbe essere ovvio che una persona non possa prendere meno di 460 euro al mese, anche in un Paese dove il costo della vita è più basso che altrove (per esempio in Italia) e tantomeno per un compito duro quale è l’estrazione del carbone. Sembra che la protesta di Djurdjevik sia iniziata dopo che la direzione ha assunto un nuovo segretario aziendale, e che i sindacati avessero minacciato scioperi in caso di un aumento dei dipendenti amministrativi (e a fronte di una mancata risposta positiva alle richieste su salari e condizioni di lavoro).

Delle situazioni in cui si trovano a operare i minatori bosniaci si era già parlato l’anno scorso, quando uno morì e diversi rimasero feriti a Breza, 30 chilometri da Sarajevo. Si disse che la vittima aveva perso la vita a 300 metri di profondità, a causa di gas tossici. A Djurdjevik in queste ore nessuno si è fatto male, ma il rischio esiste. Come esiste la sofferenza dei lavoratori sottopagati e costretti a muoversi in un contesto pericoloso.

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Un manifesto turistico che pubblicizza la Polonia ironizzando sui timori di un'invasione di lavoratori dell'est nell'Europa occidentale (alessiagizzi.wordpress.com)

“Io resto in Polonia. Venite numerosi/e…”(alessiagizzi.wordpress.com)

Una volta lo spauracchio era l’idraulico polacco. Era il simbolo della temuta invasione di lavoratori dall’est all’ovest dell’Europa, che si sarebbero fatti pagare meno e avrebbero “ucciso” i colleghi dei Paesi occidentali. Oggi il nordest italiano teme i transfrontalieri croati: il 1° luglio Zagabria entra nell’Unione, e il presidente veneto (leghista) Zaia paventa l’arrivo di orde in cerca di occupazione.

Verrebbe da chiedersi quale lavoro potrebbero sperare di trovare i croati nell’Italia in crisi, e forse se l’è domandato una collega e vicina di Zaia, la neo-presidente friulana Serracchiani: le sue paure sono opposte, perché teme che le aziende della regione siano più invogliate a delocalizzare nei Balcani. Il futuro dirà con certezza chi ha ragione: di certo al momento sono circa 15mila i lavoratori che ogni giorno entrano nel nostro Paese dalla Slovenia e dalla Croazia.

Per evitare che aumentino, il presidente veneto parla di “contingentamento della forza lavoro”, e cioè di vincoli alla libertà di circolazione della manodopera per salvaguardare gli italiani. “Non fatelo, vi garantiamo che Zagabria sta facendo di tutto per trattenere i suoi lavoratori”, hanno detto stamattina due dirigenti sindacali croati in una manifestazione al confine italo-sloveno, rassicurando sul fatto che non ci sarà nessuna invasione.

C’è chi ha paura degli stranieri in arrivo, chi ha paura degli (imprenditori) italiani in partenza, e chi non sembra aver paura per niente: oggi alla frontiera c’erano anche Cgil, Cisl e Uil, che hanno stappato spumante per festeggiare l’ingresso della Croazia nell’Unione. La loro richiesta: regolarizzare i transfrontalieri attualmente assunti in nero. In attesa di decidere su eventuali norme per limitare ingressi o uscite, meglio far rispettare le leggi che ci sono già.

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I primi due da sinistra sono l'ad Fiat Sergio Marchionne e il presidente serbo Boris Tadic: a dicembre è andato al Lingotto a chiedere il rispetto degli impegni presi da Fiat in Serbia

Da L’Unità di sabato 31 luglio, pagina delle lettere:

“A Kragujevac nel 2008 ho visto la busta paga di un operaio della Zastava disoccupato a cui veniva proposto un lavoro socialmente utile, spazzare le strade e fare un po’ di manutenzione del verde, all’incredibile cifra di 83 centesimi orari. […]. Non mi meraviglia, quindi, sapere che a Kragujevac la gente farebbe carte false per avere un posto in Fiat Serbia, il nuovo nome della Zastava. Non mi meraviglia che il governo serbo dia 300 milioni di euro alla Fiat, purché parta con la produzione; non mi meraviglia che la Banca europea dia 600 milioni, sempre alla Fiat e sempre per lo stesso motivo; non mi stupisce che il Comune di Kragujevac […] sia disponibile ad esentare per dieci anni da qualunque tributo la Fiat Serbia purché faccia partire in città la produzione automobilistica. Mi meraviglia invece che il signor Sergio Marchionne ci venga a raccontare che va in Serbia, e non sa se rimarrà in Italia, perché qui i sindacati sono poco seri e pretendono troppo. No. In Serbia Marchionne ci va perché va a fare profitti sulle disgrazie e sulle miserie degli altri: va a fare liberismo sulla pelle degli schiavi”. Firmato: Maurizio Angelini.

Kragujevac, 210 mila abitanti, dista otto ore di macchina da Belgrado: 140 km di autostrada in direzione Skopje-Salonicco

Il 30 aprile 2008 Fiat e governo serbo hanno creato una joint venture, la Fiat Automotive Serbia, che ha assorbito il settore auto del colosso Zastava. Obiettivi fissati per il 2012: 2 mila 500 dipendenti e 220 mila vetture prodotte in un anno. Per ora i dipendenti sono mille. Gli altri 1.500 che lavoravano in Zastava saranno a libro paga dello Stato fino a quando la crescita produttiva non consentirà nuove assunzioni. Ma perché Fiat va in Serbia? Perché l’ad Sergio Marchionne ha deciso di spostare la produzione della monovolume L0 da Mirafiori a Kragujevac?

Innanzitutto perché nei Balcani può dare agli operai stipendi nettamente inferiori: 400 euro contro i 1.100-1.200 di chi lavora nello stabilimento torinese. In secondo luogo, perché Belgrado garantisce il pagamento della bonifica dell’impianto, inquinato da 370 tonnellate di diossine e altri veleni a causa dei bombardamenti Nato del ’99. Inoltre, per ogni dipendente assunto, la Fiat riceverà fino a 10 mila euro di finanziamento pubblico. Infine, da qui al 2018 il Lingotto non pagherà tasse né al governo di Belgrado, né al Comune di Kragujevac.

Un modello della Yugo, la storica vettura prodotta dalla Zastava, nata nel 1853. Due anni fa Fiat ha acquisito il suo settore auto

“Eravamo, siamo e saremo la città dell’automobile. Eravamo, siamo e saremo figli della Fiat”, dice con enfasi il sindaco Veroljub Stevanovic. La sua amministrazione vuole far costruire un maxi-monumento alla Fiat: “Un’automobile su una piattaforma girevole nella seconda rotonda all’ingresso del paese”, precisa il primo cittadino. Gli abitanti di Kragujevac, quarta città della Serbia a 140 km da Belgrado, salutano ovviamente con favore l’investimento deciso da Marchionne. Nessuno pensa che il gruppo Fiat venga a fare la carità. Ma i soldi del Lingotto sono una bella boccata d’ossigeno per una città colpita a morte dalla guerra.

Boris Djoric lavorava per la Zastava fino agli anni ’90. Poi è iniziata la disoccupazione, per lui come per decine di migliaia di altre persone. “So che sono uno strumento – dice a La Repubblica – non sono uno stupido. Fiat è qui per guadagnare, non per migliorare la mia vita. Ci pagano poco, in fabbrica tra di noi ci lamentiamo. E magari tra 15 anni perderemo il lavoro a favore di una fabbrica a basso costo in Africa. Ma dopo tutto quello che ho passato non penso al domani. E mi tengo stretti i miei 400 euro”. La chiave del “successo” di Marchionne, e del dramma di Mirafiori, è tutta qui.

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