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La responsabile esteri Ue Federica Mogherini con il capo del governo kosovaro Isa Mustafa (foto European External Action Service, http://bit.ly/R7HqWA)

La responsabile esteri Ue Mogherini con il capo del governo kosovaro Isa Mustafa (foto European External Action Service, http://bit.ly/R7HqWA)

Oltre 100mila persone espatriate in pochi mesi. Fanno impressione i dati contenuti in una relazione discussa al parlamento kosovaro. Dall’ex provincia serba è in corso una specie di esodo, che sembra motivato innanzitutto da ragioni economiche: la zona è una delle più povere d’Europa, e in questi anni la classe politica non ha fatto abbastanza per migliorare la situazione.

Il tasso di disoccupazione è intorno al 40%. Circa un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Gli abitanti sono poco meno di due milioni e negli ultimi anni una fetta importante ha lasciato il paese. Alcuni sono stati costretti a tornarci: pochi giorni fa un gruppo di kosovari entrati illegalmente nell’Unione europea è stato messo su un aereo e rispedito in patria da Germania, Austria, Svezia, Finlandia e Ungheria. Quest’ultimo paese è la porta d’ingresso nella Ue per molte di queste persone, che attraversano la Serbia per raggiungerlo. Alcune settimane fa le autorità di Budapest e Belgrado hanno rafforzato i controlli alle frontiere.

Chi riesce a passare il confine può chiedere asilo, ma in Kosovo non ci sono guerre o persecuzioni come in Siria, Iraq o altri paesi da cui scappano milioni di rifugiati. Molti cittadini balcanici sembrano destinati a essere rimandati indietro, a meno che non provino a vivere negli stati in cui entrano da “invisibili”, senza segnalare la loro presenza. Tutto questo a sette anni dalla dichiarazione d’indipendenza di Pristina, accettata finora da 108 su 193 membri dell’Onu e da 23 su 28 dell’Unione europea.

Quest’anno è attesa la firma dell’accordo di stabilizzazione e associazione con la Ue, ma la novità più importante dei prossimi mesi rischia di essere l’esplosione del malcontento, dopo che a gennaio nella capitale ci sono state proteste e scontri. L’anno scorso il Kosovo è rimasto senza governo per mesi, in preda a una crisi istituzionale. Al di là del tira e molla con la Serbia per ottenere il definitivo distacco, al momento non si può dire che le cose dopo la secessione siano andate bene.

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Striscione del 2010 per Ramush Haradinaj, uno dei leader dell'opposizione kosovara (foto Quinn Dombrowski, http://bit.ly/1o0kLtT)

Striscione del 2010 per Ramush Haradinaj, uno dei leader dell’opposizione kosovara (foto Quinn Dombrowski, http://bit.ly/1o0kLtT)

Un paese senza governo, in cui cresce l’estremismo islamista. È il ritratto (parziale) del Kosovo che si ricava dalle notizie delle ultime settimane, con l’unica nota positiva della ripresa del dialogo “europeo” con la Serbia interrotto alcuni mesi fa. La sospensione era stata causata proprio dalle elezioni nell’area, da cui però non è uscito un vincitore certo. E mentre a Pristina si cercava di capire se i politici avrebbero trovato un accordo, nella regione venivano arrestate decine di persone sospettate di essere coinvolte in formazioni terroristiche attive in Medio Oriente.

Il partito più votato alle consultazioni del 6 giugno è stato il PDK di Hashim Thaci, primo ministro dal 2008, quando ha guidato il Kosovo alla dichiarazione unilaterale di indipendenza da Belgrado. I 37 seggi ottenuti, però, non bastano a formare una maggioranza. Da qui uno stallo che dura da tre mesi, in cui l’opposizione è riuscita a far eleggere il suo leader come presidente del parlamento, ma la corte costituzionale ha annullato la seduta. Così si parla di nuove elezioni, e va ricordato che già le ultime erano anticipate.

A questa instabilità si affianca l’operazione che ad agosto ha portato in carcere circa 40 persone, tra cui un imam accusato di essere un punto di riferimento per il jihad nella zona. In tutto gli indagati sarebbero un centinaio. Dal sito di Osservatorio Balcani e Caucaso:

Secondo le autorità di Pristina all’incirca 100-200 albanesi kosovari, soprattutto giovani, si sono uniti a gruppi terroristici in Siria e Iraq; 16 sono le persone che hanno perso la vita fino ad ora. A luglio, la comunità islamica tradizionale è rimasta sotto shock per le immagini del giovane venticinquenne Lavdrim Muhaxheri, kosovaro di Kaçanik, che ha postato su Facebook una sua foto mentre decapitava un soldato siriano.

L’area ha grossi problemi economici e sociali, che possono essere tra le molle che spingono ad arruolarsi tra gli estremisti, e fanno temere che il fenomeno indebolisca ulteriormente la fragile democrazia di Pristina. La migliore notizia degli ultimi anni era stata l’accelerazione nel dialogo con la Serbia avvenuta ad aprile 2013, e i negoziati sono ricominciati a inizio settembre, sia pure solo a livello tecnico (data l’assenza di un nuovo governo nell’ex provincia ribelle). Anche quello che succederà a Bruxelles sarà importante per la stabilità del Kosovo.

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Faldoni della commissione internazionale per le persone scomparse (foto Julia Dowling, http://bit.ly/1jpMrk5)

Faldoni della commissione internazionale per le persone scomparse (foto Julia Dowling, http://bit.ly/1jpMrk5)

“I politici si pronunciano sulla questione solo in occasioni particolari, come la giornata mondiale degli scomparsi, il 30 agosto. Ricevono delegazioni di famigliari, li ascoltano, fanno promesse, e poi basta”. Nel 2009 la scrittrice Azra Nuhefendic parlava così del problema delle persone sparite durante le guerre jugoslave degli anni ’90. In questi giorni, proprio in occasione della giornata degli scomparsi, quattro Paesi dell’area hanno firmato una dichiarazione con cui si impegnano a continuare le ricerche. Il timore è che alle parole non segua una forte azione concreta.

I cittadini balcanici ancora “desaparecidos” sarebbero quasi 12mila, di cui due terzi in Bosnia. Che fine possono avere fatto? Molti potrebbero essere in fosse comuni, e parte di loro avrebbe subìto addirittura la “separazione” dei resti, mescolati con quelli di altre vittime e sparsi in più luoghi, sembra per nascondere meglio le tracce degli orrori commessi. Il portavoce di Amnesty International Italia dice che i ritrovamenti vanno avanti lentamente, ma qualche segno di progresso c’è. Difficile rintracciare chi è sparito, e ancora più difficile sembra perseguire i responsabili: finora nessuno è stato incriminato per le centinaia di kosovari albanesi esumati oltre 12 anni fa.

Gli Stati che hanno firmato la dichiarazione di questi giorni sono Bosnia, Croazia, Montenegro e Serbia. Nel primo Paese la guerra avrebbe fatto sparire circa 30mila persone: come se in Italia scomparissero tutti gli abitanti di comuni come Alba, Oristano o Gubbio. In casi come questi è difficile rendersi conto che dietro alle cifre ci sono persone, storie individuali, e che a ogni singolo ne erano legati decine di altri che lo conoscevano e lo piangono, e parte di loro non si dà pace. Probabilmente se percepissimo con forza la mole di dolore che nascondono i tre milioni di profughi siriani – un numero alto, ma sempre un numero – dopo faremmo fatica a pensare ad altro.

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