Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘stupri’

Angelina Jolie con Haris Silajdzic, ex membro musulmano della presidenza "tripartita" bosniaca

Respingere Angelina Jolie sarebbe difficile per chiunque. Ma se la Bosnia ha pensato di farlo, la faccenda dev’essere proprio seria. Il governo di Sarajevo ha dato il via libera alle riprese del primo film da regista dell’attrice americana, ma a lungo è sembrato che tutto dovesse saltare. Il motivo è il tema dell’opera, ambientata durante il conflitto degli anni ’90: al centro della storia ci sarebbe l’amore tra una donna musulmana e un violentatore serbo.

Diciamo “ci sarebbe”, perché non esistono certezze sulla trama. Più volte interrogata dalle associazioni delle vittime di guerra, la Jolie si è sempre rifiutata di rivelare il contenuto del copione: scelta legittima per una regista, ma contestabile di fronte al dolore di chi ha vissuto l’orrore solo 15 anni fa. Senza raccontare l’intera vicenda, Angelina avrebbe potuto rispondere a una semplice, fondamentale domanda: è vero che la protagonista si innamora del suo stupratore?

"Grbavica" (2005) parla di una bimba nata da uno stupro etnico. Un tema difficilissimo, trattato con grande delicatezza

In verità, una cosa l’attrice di Hollywood l’ha detta. “Non è affatto vero che il film si apre con scene di stupro e tortura – ha precisato. – Quest’opera descrive esperienze di persone differenti, che hanno modi diversi di percepire la guerra. Parla di una coppia che avrebbe potuto avere una vita felice e che con la guerra si trova in una situazione completamente diversa. E’ un film su temi difficili, con argomenti delicati e su eventi accaduti non molto tempo fa. Proprio per questo tali temi vanno trattati con la massima prudenza possibile”.

Nella scena iniziale, quindi, non c’è uno stupro. Ma c’è nel resto della pellicola? La questione è una: la Jolie non ha voluto chiarire se il centro del film è la storia d’amore tra uno stupratore e la sua vittima. Sorge un dubbio maligno: che la regista abbia voluto restare sul vago proprio per alimentare il dibattito e le polemiche, facendosi pubblicità. Qualcuno ribatte che in questo modo sta facendo pubblicità anche alla Bosnia, che ha un bisogno pazzesco di investimenti esteri. Ma cos’è più importante: il PIL di Sarajevo o il rispetto del dolore delle vittime di guerra?

Read Full Post »

Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D'Angelo

Mostar, 28 gennaio 1994. Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo sono in Bosnia per la Rai. Devono girare un servizio per il Tg1 sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi in guerra. Hanno scoperto una cantina dove da mesi dormono decine di persone, tra cui molti bambini. Mentre sono ancora in strada, vengono colpiti da una granata: muoiono sul colpo. Con loro c’è uno dei bimbi del rifugio, Zlatko. I corpi dei tre inviati gli fanno da scudo. Oggi è ancora vivo.

Gli occhi di Zlatko, il bimbo che sopravvisse all'esplosione di 16 anni fa

Marco Luchetta, 42 anni, faceva il giornalista. Si era fatto conoscere alla “Gazzetta dello Sport”, poi era passato alla Rai regionale del Friuli-Venezia Giulia. I tg nazionali avevano visto comparire il suo volto con l’inizio della guerra nei Balcani. Alessandro Ota, 37 anni, faceva l’operatore. Era entrato alla Rai nel 1979, poi aveva partecipato alla realizzazione di film per il cinema e per la tv. Quando scoppiò la guerra, gli venne offerto un posto da giornalista nel tg sloveno: rifiutò per amore della telecamera. Dario D’Angelo, 47 anni, faceva l’assistente di ripresa televisiva. Prima di essere assunto in Rai aveva lavorato in fabbrica: si era diplomato come perito in telecomunicazioni studiando alle scuole serali. Tutti e tre erano nati in provincia di Trieste. Tutti e tre persero la vita esattamente sedici anni fa.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi pochi mesi dopo la strage di Mostar

Nei mesi successivi alla tragedia si è indagato per chiarire se l’esplosione fosse stata una disgrazia oppure un attentato per eliminare dei testimoni scomodi, ma l’inchiesta è stata archiviata. “L’unica conclusione – ha detto nel 2004 Daniela Schifani, moglie di Luchetta – è che sono stati vittima di un bombardamento, e quella zona era bombardata spessissimo. Sicuramente chi ha lanciato la granata sapeva che c’era la stampa: per arrivare là Marco, Alessandro e Dario avevano attraversato vari check-point con un blindato Onu”.

Dopo la morte dei tre inviati è nata una onlus intitolata a loro e a Miran Hrovatin, operatore triestino ucciso in Somalia il 20 marzo 1994 insieme alla giornalista del Tg3 Ilaria Alpi. La Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin aiuta i bambini che vivono in zone di conflitto e sono affetti da gravi forme tumorali o necessitano di un intervento chirurgico non fattibile in patria. Insieme alle loro famiglie, i piccoli vengono ospitati e curati in Italia, dove sono portati a spese della Fondazione. “Nessun bambino deve più morire per una guerra”: e se a dirlo è Zlatko, il sopravvissuto del 28 gennaio 1994, crederci diventa davvero un dovere.

Read Full Post »

Luna Mijovic e Mirjana Karanovic, protagoniste del film "Grbavica"

“Grbavica”, ovvero “donna che porta un peso”. Grbavica, un quartiere di Sarajevo, teatro di stupri e torture durante la guerra. “Grbavica”, un film sulla vita che nasce dall’orrore.

“Il segreto di Esma” (titolo italiano della pellicola) ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino nel 2005. E’ la storia di una madre che nasconde alla figlia di averla partorita dopo uno stupro etnico. Un racconto delicato, doloroso ma non cruento, che fa intuire una tragedia collettiva attraverso la sofferenza di un’adolescente. Durante l’assedio di Sarajevo furono torturate e violentate centinaia, forse migliaia di donne. Più che sul loro dramma, però, il film si concentra su quello che è successo dopo, quando la vita è tornata alla “normalità” e tante madri hanno dovuto crescere bambini nati da abusi sessuali.

La regista Jasmila Zbanic

Sara (Luna Mijovic) ha 15 anni e crede che suo padre sia caduto in guerra. Esma (Mirjana Karanovic) vuole difendere sua figlia dal passato, da un dolore troppo grande per essere detto. L’affetto che le lega vacilla quando Sara scopre la verità, ma è l’unica forza in grado di tenerle insieme. Il rapporto tra le due protagoniste, il loro scontrarsi a causa di un’atrocità per cui non hanno colpa, che non dipende da loro, è il vero centro della narrazione. “E’ un film sull’amore impuro, mischiato con l’odio, il disgusto, la disperazione”. La regista Jasmila Zbanic ha 34 anni: ne aveva 17 quando è iniziato l’assedio di Sarajevo, che ha vissuto dal centro della città. “Eravamo senza cibo, senza acqua, senza riscaldamento”, ha raccontato il 27 ottobre scorso alla Stampa. “Ora dobbiamo dare alla nuova generazione la verità. E dovremo imparare come amare l’altro, proprio per la sua alterità”.

L’amore dopo la crudeltà, la vita dopo i massacri. Può sembrare retorica: è la forza di volontà di chi vuole guardare avanti, senza per questo dimenticare. Nello spirito di “Grbavica”, nella sensibilità della Zbanic, c’è il senso di quello che vorremmo raccontarvi: la determinazione e l’umanità con cui chi ha sofferto cerca di tornare a vivere.

Read Full Post »