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Lionel Abelanski nei panni di Shlomo. Il suo ruolo era stato offerto a Benigni

“Se Hitler fosse vivo e vedesse tutti i programmi tv cupi e noiosi sulla Shoah e sentisse tutti i pianti e i lamenti degli ebrei sarebbe felice. L’unica cosa con la quale possiamo umiliare i gerarchi nazisti, che sono ancora vivi in Sudamerica, è farli imbestialire, è mostrar loro che siamo vivi, che non ci hanno distrutti, che il nostro umorismo non è stato cancellato dalle loro barbarie”.

Radu Mihaileanu è nato a Bucarest 51 anni fa. Train de vie è il suo film più famoso: ambientato durante la seconda guerra mondiale, racconta la tragicomica fuga di una comunità di ebrei dalla persecuzione nazista. Dopo aver rimesso in sesto un vecchio treno, i protagonisti lasciano il proprio villaggio dell’Europa dell’Est, inscenando una falsa deportazione di se stessi. Alcuni di loro si vestono da soldati tedeschi, fingendo di dover portare i propri concittadini in un campo di concentramento: in realtà la loro meta è la Palestina, ma per arrivarci dovranno superare molte difficoltà. Lungo la strada li fermeranno più volte gli uomini di Hitler, che inganneranno con vari stratagemmi; il viaggio raggiungerà il suo punto più surreale quando a bloccare la stravagante comitiva sarà una compagnia di gitani, anch’essi incredibilmente travestiti da nazisti.

Il taglio del racconto è ironico, delicato, inusuale per un tema come quello della Shoah. Oltre a Mihaileanu, solo un altro regista è riuscito a parlare dell’argomento con la stessa profonda leggerezza: Roberto Benigni. Proprio al comico toscano era stata offerta la parte di Shlomo, il matto del villaggio che è il narratore di Train de vie. Dal suo rifiuto nacque La vita è bella, che nel 1999 vinse l’Oscar come miglior film straniero. La pellicola di Mihaileanu si dovette “accontentare” del David di Donatello, sempre come migliore produzione straniera, sempre nello stesso anno.

Cosa c’entra Train de vie con i Balcani? I punti di contatto sono almeno due. C’è la colonna sonora di Goran Bregovic, soave, trascinante, che accompagna con allegra malinconia le peripezie dei “deportati”. E c’è una filosofia, uno spirito di vita che è quello che oggi anima anche i Paesi dell’ex Jugoslavia. “L’unica cosa con la quale possiamo umiliare i gerarchi nazisti è mostrar loro che siamo vivi”: le parole di Mihaileanu valgono per chiunque reagisca a una tragedia puntando tutto sull’umanità, sulla fede (laica o religiosa che sia) nella capacità di fare del bene. Una fede che sopravvive all’orrore prodotto dagli stessi esseri umani, nell’Europa degli anni ’40 come in quella degli anni ’90.

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Ivo Josipovic, 52 anni, è il nuovo presidente della Croazia

Insegna all’università di Zagabria e fa il musicista: sogna di comporre un’opera lirica sui Beatles. Ivo Josipovic è il nuovo presidente della Croazia. Il candidato socialdemocratico ha vinto col 60,3% il ballottaggio con Milan Bandic, sindaco di Zagabria, uscito dal partito dell’avversario pochi mesi fa. Il nuovo capo dello Stato dovrà guidare il Paese verso l’ingresso nell’Unione europea, previsto per il 2012.

Un nodo delicato è quello dei rapporti con la Serbia, anch’essa in cammino verso Bruxelles. Mentre a Zagabria si contavano le schede elettorali, da Belgrado partiva un duro attacco al predecessore di Josipovic. “Mesic lascia una pesante eredità al nuovo presidente, con cui speriamo di poter stabilire relazioni diverse”, ha detto il capo dello Stato serbo Boris Tadic, che rimprovera al suo ormai ex omologo di aver esaltato l’indipendenza del Kosovo e di aver ridotto da otto a sette anni la pena del criminale di guerra croato Sinisa Rimac. I conflitti degli anni ’90 sono un tema ancora capace di scatenare crisi diplomatiche tra i Paesi balcanici, soprattutto per il rifiuto dei governi di assumersi ciascuno la propria parte di responsabilità. Lo stesso Josipovic, ad esempio, minimizza le colpe del presidente-dittatore croato Franjo Tudjman: “Con lui abbiamo avuto parzialmente un’esperienza autoritaria, ma non comparabile ai regimi sudamericani”, dice al Corriere della Sera.

Danilo Turk e Boris Tadic, presidenti di Slovenia e Serbia, prossimi interlocutori di Josipovic

Non sembra avere preoccupazioni sulla convivenza con Josipovic  Jadranka Kosor, capo del governo di centro-destra croato. “Lavorerò col nuovo presidente”, dice il primo ministro, già abituato con Mesic alla coabitazione con un esponente dello schieramento opposto. Buona accoglienza per il neo-eletto anche da Giancarlo Galan e Renzo Tondo, presidenti rispettivamente di Veneto e Friuli Venezia Giulia: i governatori si dicono certi di poter collaborare positivamente con Zagabria per il progetto dell’Euroregione, una struttura di cooperazione transfrontaliera che coinvolgerà anche Austria e Slovenia. Quest’ultima e la Croazia negli ultimi tempi hanno avuto alcune controversie sul confine tra i due Stati: nei prossimi mesi Josipovic dovrà impegnarsi anche per migliorare le relazioni con Lubiana.

Il vero avversario del nuovo presidente, comunque, sarà la crisi, che nei Balcani ha colpito più duramente che altrove. Nello scorso ottobre il salario medio nel Paese era 725 euro. Il rapporto tra debito e PIL ha superato il 120%: per capirsi, nel 2007 quello italiano – il più alto dell’area euro – era del 104%. Le istituzioni croate dovranno lavorare duramente per ridurre il deficit, condizione indispensabile per entrare in Europa. Lo scenario non è semplice, ma Zagabria deve farcela: perdere il treno per Bruxelles vorrebbe dire esporre a enormi rischi la stabilità economica e politica del Paese.

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