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Il ministro della Difesa Ignazio La Russa al Corriere della Sera: "Se contrasta con la riduzione del contingente nei Balcani, il comando centrale del Kosovo è un problema"

L’Italia rinuncia al comando della Kfor. La Kosovo force, la forza militare internazionale diretta dalla Nato per garantire la stabilità e la ricostruzione dell’area, è a guida tedesca dal settembre 2009. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno corteggiato il nostro Paese per chiedergli di assumere le redini della missione. La crisi economica ha spinto il governo a rifiutare. Berlusconi intende aumentare i militari in Afghanistan, riducendo allo stesso tempo quelli inviati nei Balcani.

La Kfor è attiva in ex Jugoslavia dal 1999. Nel periodo della massima partecipazione ha contato 50 mila soldati e 39 Stati partecipanti. Oggi le nazioni presenti sono 31, per un totale di circa 10 mila militari. Italia, Usa e Germania contribuiscono con più di mille effettivi ciascuna. Gli americani avrebbero voluto che il Belpaese prendesse il controllo del comando centrale e di quello nordoccidentale, uno dei due ai quali si ridurranno gli attuali cinque comandi locali. La seconda richiesta è stata accettata. La prima è stata respinta.

Giuseppe Emilio Gay, l'ultimo dei 4 comandanti italiani tra i 14 che finora si sono succeduti alla guida della missione

Accogliere la proposta statunitense avrebbe comportato l’impiego di 200 militari in più: una spesa difficile da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica, specie alla luce dell’attuale congiuntura economica. Quello italiano non è un caso isolato: “E’ molto difficile per i governi sostenere davanti alla gente tagli profondi ai programmi sociali, educativi e alle pensioni, ma non al budget della difesa”, ha detto al Times Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. “E’ ovvio che anche questi bilanci saranno colpiti dalla crisi economica”.

Una missione a guida italiana sarebbe stata apprezzata dalla Serbia, in buoni rapporti con Roma e in pessime relazioni con la sua (ex) provincia ribelle. Il nostro governo, però, ha già previsto il dimezzamento del proprio contingente da 1.200 a 650 persone. E le manovre correttive allo studio in diversi Paesi europei potrebbero portare alcuni di questi a seguire la stessa strada. Non sappiamo quanto a lungo la Kfor resterà “tedesca”. Ma di sicuro molto difficilmente diventerà più “italiana”.

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L'ex generale John Sheehan. Un collega olandese gli avrebbe detto che furono i soldati omosessuali a far cadere Srebrenica

Non bastano le farneticazioni del massacratore Radovan Karadzic, che definisce la strage di Srebrenica “un’invenzione”. Ora anche dagli Stati Uniti arrivano parole offensive sull’eccidio del luglio 1995. Per John Sheehan, ex comandante Nato, se i soldati delle Nazioni Unite non bloccarono lo sterminio fu anche per colpa dei “gay dichiarati” presenti tra i militari olandesi. La loro scarsa virilità li avrebbe indotti a non intervenire, mentre venivano uccisi circa 8 mila musulmani. L’ennesimo sproloquio da parte di un personaggio pubblico su una tragedia che richiederebbe ben altra delicatezza e sobrietà.

Alla Commissione difesa del Senato Usa si discute la possibilità di ammettere ufficialmente gli omosessuali nelle forze armate. Al momento lo slogan dominante nell’ambiente è “don’t ask, don’t tell” (non chiedere, non dire): i gay possono arruolarsi, purché non manifestino esplicitamente i loro orientamenti sessuali. Nel dibattito interviene Sheehan, che argomenta così il suo parere contrario: “Il crollo dell’Unione sovietica ha spinto gli eserciti europei, compreso quello olandese, a credere che non ci fosse più bisogno di persone dalla forte capacità di combattimento. Quindi hanno cominciato ad allargare le maglie del reclutamento, ammettendo anche i gay dichiarati”. Che, ovviamente, hanno indebolito le truppe.

Il presidente della Commissione Carl Levin è sbigottito. Per sgombrare il campo da possibili equivoci, chiede all’ex comandante: “I generali olandesi le dissero che Srebrenica era caduta perché c’erano soldati gay?”. Sheehan non ha dubbi: “Sì, furono una parte del problema”. A sostegno della sua tesi, cita un certo “generale Berman” che gli avrebbe confidato la “notizia”. Probabile che si riferisca a Henk van den Breemen, ex capo di Stato maggiore olandese. La sua risposta arriva nel giro di poche ore: “una grande sciocchezza” è il suo unico commento alle parole che arrivano dagli Stati Uniti.

Le forze armate Onu a Srebrenica in un fotogramma di "Resolution 819", il film sulla strage girato da Giacomo Battiato nel 2008

Ancora più dura è Renee Jones-Bos, ambasciatrice di Amsterdam a Washington: “Sono orgogliosa del fatto che lesbiche e gay abbiano servito nelle nostre forze armate apertamente e senza distinzioni per decenni, come in questo momento in Afghanistan”. In Olanda non hanno bisogno di chiedersi se sia il caso di arruolare gli omosessuali. Né tantomeno se la loro presenza indebolisca la “forza bruta” dell’esercito. Non sappiamo – e non ci interessa saperlo – quale fosse la percentuale di “eterosessualità” tra i soldati Nato a Srebrenica nel 1995. Ci interessa, invece, ciò che (non) fecero. E crediamo che anche i familiari delle vittime non la pensino troppo diversamente.

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