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Posts Tagged ‘tuzla’

L'assemblea cittadina di Sarajevo (foto #plenumsa, http://bit.ly/1o0kLtT)

L’assemblea cittadina di Sarajevo (foto #plenumsa, http://bit.ly/1o0kLtT)

Le dimissioni di un ministro e di diversi premier cantonali. Sono questi i risultati più visibili della protesta in Bosnia, che dura da quasi tre mesi. Ad aver lasciato il governo è stato il responsabile della Sicurezza, accusato di aver gestito male le violenze di piazza del 7 febbraio. Presto potrebbe dover lasciare il suo posto anche il capo dei servizi di sicurezza.

Le manifestazioni di queste settimane hanno vissuto diverse fasi. La prima, quella dell’esplosione, è durata pochi giorni. Tutto è cominciato a Tuzla, dai cortei degli operai senza lavoro, e si è esteso a molte altre città del Paese. Ci sono state anche violenze: i media internazionali sono rimasti colpiti soprattutto da quelle di Sarajevo, dove è stata attaccata la presidenza ed è stato incendiato un archivio storico. Poi gli scontri sono cessati, ma non la contestazione.

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Le proteste di chi chiede più occupazione e una politica migliore non sono continuate solo nelle piazze, dove tra l’altro il numero dei partecipanti è calato col passare delle settimane. Ai cortei si sono affiancati i plenum, assemblee di cittadini che discutono i loro problemi e fanno proposte alle istituzioni. Alcune sono già state realizzate, molte altre restano da mettere in pratica.

La domanda di fondo è ancora senza risposta: i politici bosniaci cambieranno davvero il loro modo di gestire la cosa pubblica? A ottobre ci saranno le elezioni politiche. I prossimi mesi di campagna elettorale dovrebbero spingere i candidati a modificare realmente il loro atteggiamento. Le questioni centrali sono molto serie: la disoccupazione, sopra il 40%, la corruzione e le privatizzazioni post-Jugoslavia, duramente contestate dai manifestanti.

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La scritta alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo che ricorda l'incendio del 1992

La scritta alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo che ricorda l’incendio del 25 agosto 1992

Primavera, autunno o nessuno dei due? Cos’è cominciato in Bosnia? A Tuzla dieci giorni fa è scoppiata la protesta dopo il licenziamento di 200 operai. Nelle ore successive le manifestazioni si sono estese alle altre città principali, con un filo conduttore fatto di disoccupazione e incapacità politica. Se la sintesi si fermasse qui, farebbe pensare a un buon inizio, alla possibile alba di un cambiamento; il problema è che nelle strade c’è stata anche violenza.

Quella più simbolica è avvenuta a Sarajevo, dove un archivio storico è stato dato alle fiamme. Nella capitale 22 anni fa veniva bruciata la Biblioteca Nazionale, nel pieno della guerra che devastò l’ex Jugoslavia. Nella rabbia di questi giorni si inseriscono probabilmente gruppi ultrà o simili, ma in piazza c’è anche (e soprattutto?) dell’altro: l’indignazione di chi è senza lavoro, magari da anni, e da anni non vede arrivare dalla politica le risposte che aspetta.

Sul tasso di disoccupazione non ci sono dati certi, ma potrebbe essere del 30%, più del doppio di quello italiano. Finora la protesta non sembra avere tratti “etnici”, in un Paese – la Bosnia post-guerra – costruito su un’architettura “tripartita”, divisa tra musulmani, serbi e croati. Quell’architettura, inefficiente e troppo disegnata a tavolino, è probabilmente tra le maggiori responsabili delle sofferenze di oggi.

Di primavera bosniaca si era parlato anche l’anno scorso, quando intorno al parlamento manifestavano le mamme con i passeggini. La rivolta di questi giorni pare avere una portata maggiore, e ha già causato dimissioni politiche; il fatto che sia anche violenta preoccupa, anche e soprattutto in un Paese che vent’anni fa era teatro di atrocità di massa. Gli scenari possibili per le prossime settimane sembrano tre: un’escalation di scontri; una protesta che continua pacifica, emarginando le frange più aggressive; una diminuzione progressiva delle manifestazioni. Probabile che parlamento e governo tifino per l’ultima opzione.

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Djurdjevik, la località bosniaca dello sciopero (http://www.panoramio.com/photo/12219225)

Djurdjevik, la località bosniaca dello sciopero (http://www.panoramio.com/photo/12219225)

Uno sciopero a 250 metri di profondità. È la protesta dei minatori a Djurdjevik, Bosnia, circa 20 chilometri da Tuzla. Secondo i media locali i lavoratori chiedono la destituzione della dirigenza aziendale, il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’aumento degli stipendi, portandoli al minimo garantito di 460 euro al mese.

Un sindacalista ha ricordato che restare a lungo sottoterra può danneggiare seriamente la salute dei minatori. Ovvio, verrebbe da dire, come dovrebbe essere ovvio che una persona non possa prendere meno di 460 euro al mese, anche in un Paese dove il costo della vita è più basso che altrove (per esempio in Italia) e tantomeno per un compito duro quale è l’estrazione del carbone. Sembra che la protesta di Djurdjevik sia iniziata dopo che la direzione ha assunto un nuovo segretario aziendale, e che i sindacati avessero minacciato scioperi in caso di un aumento dei dipendenti amministrativi (e a fronte di una mancata risposta positiva alle richieste su salari e condizioni di lavoro).

Delle situazioni in cui si trovano a operare i minatori bosniaci si era già parlato l’anno scorso, quando uno morì e diversi rimasero feriti a Breza, 30 chilometri da Sarajevo. Si disse che la vittima aveva perso la vita a 300 metri di profondità, a causa di gas tossici. A Djurdjevik in queste ore nessuno si è fatto male, ma il rischio esiste. Come esiste la sofferenza dei lavoratori sottopagati e costretti a muoversi in un contesto pericoloso.

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Nella città bosniaca di Srebrenica, vicino al confine serbo, vennero uccisi 8mila musulmani (h3nr1.splinder.com)

Oggi Ratko Mladic è arrivato a L’Aja. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia verrà giudicato dallo stesso tribunale che sta processando Radovan Karadzic, suo sodale nel massacro di migliaia di innocenti durante la guerra degli anni ’90. Il modo migliore per celebrare l’arresto e il rinvio a giudizio di Mladic ci sembra ricordare ciò che successe nel luglio 1995 a Srebrenica, la più orrenda strage di cui si sono macchiati i due criminali alla sbarra in Olanda. Per farlo ci serviamo di un brano tratto da “Le guerre jugoslave” dello storico Joze Pirjevec, che riportiamo qua sotto leggermente riadattato nella forma, ma identico nella sostanza.

Srebrenica, 12 luglio 1995. Le truppe serbe entrano a Potocari, un villaggio a sei chilometri da Srebrenica, dove le truppe dell’Onu hanno il loro quartier generale. Il comandante dei caschi blu ha ottenuto da Mladic l’assicurazione che donne, vecchi e bambini saranno evacuati nel territorio sotto il controllo dei musulmani. Nel primo pomeriggio arrivano a Potocari 40-50 veicoli, tra furgoni, camion e jeep, su cui viene caricato un primo contingente di persone. Mladic si fa vedere sulla scena dai giornalisti, che osservano i soldati serbi mentre distribuiscono acqua e pane agli sfollati e gettano dolci ai bambini. “Non abbiate paura – dice Mladic davanti alle telecamere. – State calmi, calmi. Lasciate che donne e bambini vadano per primi. Verranno tanti autobus. Non abbandonatevi al panico. State attenti che nessuno dei bambini si perda. Non abbiate paura. Nessuno vi farà del male”.

Ratko Mladic dopo l'arresto, avvenuto il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza (ilmessaggero.it)

Intanto a New York il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta all’unanimità una risoluzione per chiedere “l’immediata cessazione dell’offensiva dei serbi bosniaci e il loro ritiro dalla zona di protezione di Srebrenica”. Una pronuncia formale, che non avrà alcun effetto. Sul calar della notte, i serbi raccolgono a Potocari gli uomini che sono riusciti a rastrellare in un edificio di fronte all’accampamento dell’Onu, noto come “casa bianca”. Alcuni di loro vengono uccisi sul posto, mentre la maggioranza viene trasportata a Bratunac, dove viene sottoposta a sevizie, prima di essere trucidata. Il 13 luglio inizia la grande mattanza in un’atmosfera di esaltazione collettiva, come sarà testimoniato dagli appartenenti a un convoglio dell’Agenzia Onu per i rifugiati, che vedono i serbi bosniaci, molti dei quali ubriachi, festeggiare nelle strade. Nei quattro giorni successivi le uccisioni di massa continuano senza tregua, con ogni tipo di arma, anche con granate.

Boutros Boutros-Ghali, segretario generale Onu dal 1992 al 1996. La comunità internazionale non impedì la strage di Srebrenica (agenziastampaitalia.it)

Per quanto già il 13 luglio le notizie che qualcosa di terribile sta accadendo a Bratunac comincino a raggiungere i vertici delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi – rappresentante speciale del segretario Boutros-Ghali – chiede che non vengano rese pubbliche, per non mettere in pericolo gli osservatori militari dell’Onu ancora a Srebrenica. Solo il 16 e il 17 luglio, quando i giornalisti intervistano i primi fuggiaschi all’aeroporto di Tuzla e i caschi blu rimpatriati attraverso Zagabria, cominciano a trapelare le prime informazioni sul massacro. Uno degli uomini dell’Onu racconterà: “La stagione di caccia è al culmine… presi al bersaglio non sono solo gli uomini al servizio del governo bosniaco… ma anche donne, pure quelle incinte, bambini e vecchi… su alcuni si spara o li si ferisce, ad altri vengono tagliate le orecchie e alcune donne sono state stuprate”.

Il 16 luglio sul tardi e nelle prime ore del 17 luglio una colonna di uomini e ragazzi fuggiti attraverso i boschi raggiunge dopo sei giorni di marcia il territorio controllato dal governo di Sarajevo. Di 15mila, quanti erano partiti, ne sono rimasti vivi tra i 4500 e i 6000.

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I carabinieri sono risaliti al bottino anche grazie alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia

Un “tesoro” da un milione di euro. E’ quello ritrovato a Tuzla, in Bosnia Erzegovina, dai carabinieri del nucleo operativo della compagnia Eur. In estate i militari romani avevano sgominato due clan slavi, arrestando 26 persone per traffico internazionale di stupefacenti, falso, riciclaggio di auto di lusso e truffa ai danni dello Stato. Il loro bottino, però, sembrava sparito nel nulla. Fino a ieri.

I valori – 653 mila euro, 24 mila dollari americani e 8 mila yen giapponesi, più oggetti in oro per un peso complessivo di 3 chili – erano nella sede della banca NLB, all’interno di tre cassette di sicurezza intestate al clan Hrustic. Per aprirle, la magistratura italiana ha dovuto richiedere una rogatoria internazionale, recepita dalle autorità bosniache, che hanno eseguito il sequestro delle cassette.

I valori erano in una banca del gruppo NLB, che sponsorizza la Lega Adriatica di Basket

I componenti delle bande scoperte dai carabinieri si procuravano illegalmente la cittadinanza italiana, così da potersi muovere liberamente tra il Belpaese e l’ex Jugoslavia. A questo scopo costituivano imprese fittizie, o risultavano lavoratori di aziende in cui non avevano mai timbrato il cartellino. In alcuni casi obbligavano italiani a riconoscere la paternità dei figli dei membri dell’organizzazione: in questo modo, le (vere) madri potevano chiedere il permesso di soggiorno per i ricongiungimenti familiari.

Un intreccio criminale che durava addirittura dagli anni ’70. Ora il traffico è stato stroncato. Mentre a Tuzla venivano aperte le cassette contenenti il “tesoro”, ad Ardea, in provincia di Roma, veniva arrestato l’ultimo degli indagati. Il bottino è stato recuperato. I latitanti sono stati trovati. E i comuni che avevano concesso la cittadinanza ai banditi possono provvedere a revocarla.

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