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Posts Tagged ‘ultradestra’

Carla Del Ponte è nata in Svizzera 64 anni fa

Carla Del Ponte è nata in Svizzera 64 anni fa (digilander.libero.it)

“Ratko Mladic si nasconde in Serbia”. Ne è convinta Carla Del Ponte, procuratore del Tribunale internazionale de L’Aja sull’ex Jugoslavia dal 1999 al 2007. “Solo là può ancora godere della protezione dei tanti amici e sostenitori che ha”, ha detto al quotidiano serbo Dnevnik.

Capo di stato maggiore dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia durante la guerra, Mladic è accusato di genocidio: nel luglio 1995 diresse la strage di 8 mila musulmani nell’enclave bosniaca di Srebrenica. Da quindici anni è latitante, mentre il suo sodale Radovan Karadzic, comandante in capo delle stesse forze armate, è stato arrestato nel 2008 ed è sotto processo a L’Aja.

La cattura di Mladic, oltre a fare giustizia per i familiari delle vittime, avvicinerebbe la Serbia all’Unione europea: la Del Ponte si dice sicura della “vera volontà politica” di Belgrado di trovare il massacratore, ma pensa anche che il governo abbia “il problema di individuare il momento giusto”. Difficile dire se l’ex procuratore intenda “il momento giusto per riuscire a catturarlo” o “il momento giusto per avere vantaggi politici dalla cattura”.

Il massacratore di Srebrenica Ratko Mladic con la moglie Bosa durante la guerra (rts.rs)

C’è chi è certo del Paese in cui si trova Mladic, e chi è sicuro che sia morto: è il caso della moglie Bosa, che insiste nel chiedere alle autorità di dichiararlo deceduto per mettere le mani sulle sue proprietà e sulla sua pensione. “Se fosse vivo, si sarebbe messo in contatto con noi”, ha ribadito a inizio aprile la signora Mladic, arrestata nel giugno 2010 per possesso illecito di armi.

In realtà le probabilità che Mladic sia vivo sono molte, e Belgrado avrebbe tutto da guadagnare da una sua consegna al Tribunale de L’Aja. Certo, rimangono le resistenze degli ultranazionalisti, di chi protesta contro la “persecuzione” del generale, di chi lo protegge per fedeltà o opportunismo. Ma il governo serbo sa che deve superare questi ostacoli se vuole entrare in Europa. E ha tutti i mezzi per poterlo fare.

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Il Palazzo della Pace all'Aja, sede della Corte internazionale di giustizia

Dodici mesi di Balcani. Dalla questione Kosovo al processo a Karadzic, il secondo semestre del 2010 è stato denso di avvenimenti, concentrati attorno ad un unico epicentro: Belgrado.

Luglio. L’indipendenza del Kosovo è legittima. Lo dice la Corte di giustizia dell’Aja, secondo cui la dichiarazione unilaterale del 17 febbraio 2008 non viola le leggi internazionali. Milorad Dodik, primo ministro della Repubblica serba di Bosnia, esulta: “Se il Kosovo diventa indipendente, non vedo perché non dovremmo esserlo anche noi”.

Agosto. Esplode il caso Fiat Serbia. L’ad Marchionne ha deciso: la monovolume L0 non verrà prodotta a Mirafiori, ma a Kragujevac. Il motivo è semplice: gli operai balcanici ricevono uno stipendio di 400 euro, contro i 1.100-1.200 di chi lavora a Torino. Per i lavoratori serbi è una boccata d’ossigeno. Per quelli italiani una mazzata tremenda.

Vuk Jeremic, ministro degli Esteri serbo, ha annunciato la volontà di dialogare col Kosovo

Settembre. Belgrado accetta di dialogare con Pristina. Le Nazioni Unite adottano una proposta di risoluzione sul Kosovo in cui Bruxelles si propone di mediare tra le parti. L’argomento “indipendenza” resta delicatissimo, ma c’è un fatto nuovo: la disponibilità della Serbia a intrattenere relazioni diplomatiche con la provincia ribelle.

Ottobre. L’estrema destra serba fa tremare l’Europa. Il 10 ottobre gli ultranazionalisti omofobi devastano la capitale in occasione del Gay Pride. Il 14 i “tifosi” più violenti della Nazionale di calcio impediscono lo svolgimento della gara con l’Italia, a Genova. Due avvenimenti che allontanano Belgrado dall’Unione europea: esattamente il risultato sperato dai criminali.

Il presidente serbo Boris Tadic si è scusato per la strage di croati a Vukovar, nel 1991

Novembre. Dopo le scuse per Srebrenica, quelle per Vukovar. Il presidente serbo Tadic chiede perdono ai croati per lo sterminio di 261 persone nell’agosto 1991. Il passato recente balcanico pesa come un macigno: a metà mese Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, accusa le autorità serbe di non fare abbastanza per trovare il latitante Ratko Mladic.

Dicembre. Muore il diplomatico statunitense Richard Holbrooke. “Mi promise l’impunità in cambio del mio ritiro a vita privata”: lo dice Radovan Karadzic, il boia di Srebrenica sotto processo all’Aja. Lui stesso ammette che non esistono testimonianze scritte dell’accordo. Il racconto del massacratore può essere anche considerato verosimile. Ma per ora è impossibile da provare.

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Genova, 13 ottobre 2010: il capoultrà Ivan Bogdanov guida le violenze dei teppisti serbi, giunti in Italia proprio per impedire lo svolgimento della partita

Che succede nella Serbia “filo-europea”? Nel giro di pochi giorni, due eventi hanno attirato l’attenzione del mondo, dando a Belgrado una visibilità di cui il presidente Boris Tadic avrebbe fatto volentieri a meno. Prima gli scontri tra forze dell’ordine e ultranazionalisti omofobi in occasione del Gay Pride. Poi i disordini che hanno impedito lo svolgimento del match di calcio con l’Italia. Un unico filo conduttore: la presenza di un’estrema destra violenta e ancora molto forte.

Per arrivare a Bruxelles, gli ostacoli da superare sono molti. Il più grosso è certamente la questione Kosovo: solo poche settimane fa sono stati avviati i primi tentativi di dialogo, peraltro finora inefficaci. Un altro problema serio sono i criminali di guerra ancora latitanti: il serbo-croato Goran Hadzic e soprattutto Ratko Mladic, il sodale dell’altro massacratore sotto processo a L’Aja, Radovan Karadzic. Un terzo scoglio, però, si fa sempre più preoccupante: il fanatismo nazionalista, mai sopito davvero e capace di influenzare eventi di portata internazionale. Il 10 ottobre i gruppi omofobi hanno devastato la capitale, provocando oltre 140 feriti: e chissà cosa sarebbe successo se non ci fossero stati 6 mila agenti, schierati per difendere un corteo di appena 1.500 persone. Quattro giorni dopo i “tifosi” arrivati a Genova hanno tenuto in scacco un intero stadio, facendo prima rimandare di mezz’ora il calcio di inizio di Italia-Serbia, e poi sospendere definitivamente la partita stessa.

Belgrado, 17 settembre 2009: gli ultrà del Partizan mostrano uno striscione contro il Gay Pride previsto per il 20 dello stesso mese, che verrà poi cancellato

Il risultato? Un bel rallentamento sulla strada che porta all’ingresso nell’Unione Europea, traguardo tanto agognato dal governo quanto disprezzato dagli ultranazionalisti. Non è da escludere che uno dei loro scopi, a Belgrado come a Genova, fosse proprio questo: intralciare il cammino della Serbia verso l’Europa. Stavolta ci sono riusciti. E ci riusciranno ancora, se le autorità non saranno in grado di controllarli meglio.

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