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Il massacratore Ratko Mladic. Gli Stati Uniti offrono una taglia di 5 milioni di dollari per la sua cattura

“E’ morto”. “No, è vivo e fa il professore in una delle repubbliche dell’ex Unione Sovietica”. “Macchè: si trova ancora in Serbia”. Una sola cosa è certa: Ratko Mladic continua a essere latitante. Ricercato dal Tribunale penale internazionale (Tpi) per l’ex Jugoslavia, è accusato per la strage di Srebrenica, l’enclave bosniaca dove nel luglio 1995 vennero sterminati 8 mila musulmani. Nei giorni scorsi la sua famiglia ha chiesto che venga dichiarato morto: la moglie Bosa vuole mettere le mani sulle sue proprietà e sulla sua pensione da generale. Ma poche ore dopo, da Belgrado è arrivata una rivelazione clamorosa.

“Mladic è vivo, sta bene e lavora come docente in una Accademia militare di uno Stato dell’ex Urss”. Parola di Ratko Vucetic: alla testata serba Kurir, che lo definisce “uno dei protettori” del massacratore, ha confidato che quest’ultimo “da cinque anni insegna Armamenti nucleari. Nel Paese lo sanno tutti, ma nessuno può fare nulla, perché a proteggerlo ci sono i servizi segreti francesi”. Di sicuro Mladic non sembrava morto nel video diffuso un anno fa da una tv bosniaca, che lo datava al 2008: il generale rideva e ballava a una festa di battesimo. Per Carla Dal Ponte, ex procuratore capo del Tpi, il ricercato non si sarebbe mai mosso dalla Serbia. E il suo successore Serge Brammertz sembra pensarla allo stesso modo.

“I familiari di Mladic sanno benissimo che è vivo. Non risponderemo nemmeno a questa presa in giro”, dice Rasim Ljajic, responsabile serbo dei rapporti col Tpi. “A prescindere da qualunque evoluzione, la ricerca del latitante continuerà”, gli fa eco il primo ministro Mirko Cvetkovic. Non stupisce che il governo di Belgrado si affretti a rassicurare la comunità internazionale: la cattura di Mladic è praticamente l’ultimo ostacolo sulla strada che porta all’ingresso nell’Unione europea.

Mladic nel 1995 con la moglie, che oggi lo vuole ufficialmente morto per accedere alle sue proprietà e alla sua pensione

Nel frattempo l’altro boia di Srebrenica, l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic, sta venendo processato a L’Aja. Il tribunale ha rigettato la sua richiesta di interrompere le udienze per un mese per analizzare i diari del sodale Mladic, sequestrati a febbraio dalle autorità di Belgrado proprio a casa della moglie del generale. Karadzic vuole rallentare il più possibile il procedimento, consapevole che il mandato dei giudici internazionali scadrà all’inizio del 2012. Se i magistrati vogliono arrivare a un verdetto dovranno agire in fretta. E lo stesso dovrà fare la Serbia per trovare Mladic. Vivo o morto che sia.

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Mélanie Laurent, 27 anni, ha esordito in "Un pont entre deux rives" (1999) di Gerard Depardieu

Prendi un gruppo di semi-barboni russi, gitani ed ebrei emarginati dal regime sovietico. Portali a suonare Ciajkovskij a Parigi, nel prestigioso Théâtre du Châtelet. Condisci il tutto con un’insolita storia “sentimentale” tra una violinista di successo e un ex grande direttore d’orchestra: il risultato è Il concerto, l’ultimo coinvolgente film di Radu Mihaileanu. A differenza di Train de vie (1998), a firmare la colonna sonora non è Goran Bregovic, ma un bravissimo Armand Amar: la pellicola ha già vinto il premio César 2010 per le migliori musiche e il miglior sonoro.

La storia inizia a Mosca, ai tempi di Leonid Breznev. Andrei Filipov (un convincente Aleksei Guskov) dirige i musicisti del Teatro Bolshoi. Quando si rifiuta di liberarsi dei suonatori ebrei, viene cacciato insieme ai suoi strumentisti. Trent’anni dopo, Andrei lavora ancora al Bolshoi, ma come uomo delle pulizie. Una sera trova casualmente un fax indirizzato alla direzione: è lo Châtelet, che invita l’orchestra ufficiale a suonare a Parigi. Il malinconico protagonista, ancora segnato dall’umiliazione del licenziamento, ha allora un’idea folle: riunire i suoi vecchi sodali e portarli in Francia, spacciandoli per gli orchestrali del Bolshoi. A spingerlo sono l’amore per la musica e la voglia di riscatto, ma anche il desiderio di incontrare la giovane stella del violino Anne-Marie Jacquet (Mélanie Laurent, famosa da Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino). Semplice attrazione fisica? O forse tra i due c’è un legame più profondo, nato proprio trent’anni prima, in occasione della “censura” sovietica? Mihaileanu ci svela la verità lentamente, suggerendoci con parsimonia ciò che il passato nasconde: e in questo sta la vera bellezza del film, che incuriosisce e appassiona grazie a una trama brillante e a personaggi molto ben assortiti.

Nel film c'è anche una piccola parte per Lionel Abelanski, lo Shlomo di "Train de vie"

“Se il violino non suona bene, l’orchestra va per conto suo e viceversa: i due elementi sono indissociabili”. Mihaileanu riassume così l’essenza della vicenda: credere in qualcosa, e crederci insieme ad altre persone, è il modo migliore per vivere con umanità. Come le altre opere del regista rumeno, anche questa fa sorridere ed emozionare: alcune scene di “pazzia” gitana sono degne del miglior Kusturica. “L’umorismo che preferisco è quello in reazione al dolore e alle difficoltà” dice Mihaileanu. “Per me, l’ironia è un’arma giocosa e intelligente, una ginnastica della mente, contro la barbarie e la morte, un modo per spezzare la tragedia che ne è la sorella gemella”. Il sogno della sgangherata compagnia di Filipov, che vuole portare a termine “il” concerto interrotto dalla dittatura, è animato dalla forza e dalla passione di chi non si arrende alla sofferenza: la stessa energia vitale che ha permesso all’ex Jugoslavia di sopravvivere con dignità agli orrori degli anni ’90.

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