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Posts Tagged ‘violenze’

L'assemblea cittadina di Sarajevo (foto #plenumsa, http://bit.ly/1o0kLtT)

L’assemblea cittadina di Sarajevo (foto #plenumsa, http://bit.ly/1o0kLtT)

Le dimissioni di un ministro e di diversi premier cantonali. Sono questi i risultati più visibili della protesta in Bosnia, che dura da quasi tre mesi. Ad aver lasciato il governo è stato il responsabile della Sicurezza, accusato di aver gestito male le violenze di piazza del 7 febbraio. Presto potrebbe dover lasciare il suo posto anche il capo dei servizi di sicurezza.

Le manifestazioni di queste settimane hanno vissuto diverse fasi. La prima, quella dell’esplosione, è durata pochi giorni. Tutto è cominciato a Tuzla, dai cortei degli operai senza lavoro, e si è esteso a molte altre città del Paese. Ci sono state anche violenze: i media internazionali sono rimasti colpiti soprattutto da quelle di Sarajevo, dove è stata attaccata la presidenza ed è stato incendiato un archivio storico. Poi gli scontri sono cessati, ma non la contestazione.

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Le proteste di chi chiede più occupazione e una politica migliore non sono continuate solo nelle piazze, dove tra l’altro il numero dei partecipanti è calato col passare delle settimane. Ai cortei si sono affiancati i plenum, assemblee di cittadini che discutono i loro problemi e fanno proposte alle istituzioni. Alcune sono già state realizzate, molte altre restano da mettere in pratica.

La domanda di fondo è ancora senza risposta: i politici bosniaci cambieranno davvero il loro modo di gestire la cosa pubblica? A ottobre ci saranno le elezioni politiche. I prossimi mesi di campagna elettorale dovrebbero spingere i candidati a modificare realmente il loro atteggiamento. Le questioni centrali sono molto serie: la disoccupazione, sopra il 40%, la corruzione e le privatizzazioni post-Jugoslavia, duramente contestate dai manifestanti.

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L'europarlamentare Roberto Gualtieri guida la missione di osservazione elettorale in Kosovo (foto: European Parliament)

L’eurodeputato Roberto Gualtieri guida gli osservatori elettorali in Kosovo (foto European Parliament)

Una tenaglia. È quella in cui sembrano trovarsi le persone di etnia serba che vivono nel nord del Kosovo. Domenica è stato ripetuto il voto comunale in tre seggi di Mitrovica, città divisa a metà tra serbi e albanesi. Al primo tentativo c’erano state violenze, con distruzione delle schede e pestaggi dei presenti alle urne, da parte di chi vuole ostacolare il processo elettorale. Intimidazioni per spingere a non votare, quindi; ma si parla di minacce e tentativi di “corruzione” anche in senso opposto.

Dietro a tutto sta l’accordo Serbia-Kosovo dello scorso aprile. La prima ha concesso più autonomia al secondo, e in cambio si è avvicinata all’Unione europea. Il voto del 3 novembre era il primo che si svolgeva sotto l’autorità di Pristina, riconosciuta anche da Belgrado. Il Kosovo è a maggioranza albanese, tranne il nord, dove ci sono molti serbi. Da loro sono arrivate proteste contro l’intesa di aprile, nel timore di essere abbandonati dalla madrepatria.

Il governo serbo ha invitato gli (ex) concittadini ad andare a votare, per legittimare l’accordo di alcuni mesi fa e far eleggere sindaci di etnia “amica”, per mantenere influenza nella regione. A questo scopo, scrive la Reuters, le autorità di Belgrado avrebbero usato mezzi ben poco eleganti. Chi ancora gode di servizi pagati dalla Serbia si sarebbe sentito dire che glieli avrebbero tolti se non avesse votato;  alcuni hanno mostrato sacchi di zucchero e taniche di benzina, dicendo di averle ricevute in cambio del loro ingresso ai seggi.

Le pressioni opposte hanno fatto molto più notizia. Quelli che molti definiscono “ultranazionalisti serbi” hanno minacciato chi andava a votare, intimando di boicottare la consultazione. Per loro il dato dell’affluenza è confortante: nel nord Kosovo è stata decisamente bassa. Il 1° dicembre ci saranno i ballottaggi.

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Una donna serba al voto a Mitrovica, nord Kosovo (EPA/DJORDJE SAVIC)

Una donna serba vota a Mitrovica, città nord-kosovara divisa etnicamente a metà (EPA/DJORDJE SAVIC)

Intimidazioni e violenze. Queste due parole, agli occhi della stampa internazionale, riassumono i tratti fondamentali delle elezioni municipali kosovare del 3 novembre. Il voto era un test per i rapporti con la Serbia, migliorati negli scorsi mesi. La tensione non è stata alta ovunque, ma l’attesa era soprattutto per capire se minacce e incidenti si sarebbero verificati, e l’impressione è che siano stati significativi.

Ad aprile Belgrado e Pristina hanno firmato un importante accordo in sede europea. La prima ha concesso più autonomia alla seconda, e in cambio si è avvicinata alla Ue. Subito sono arrivate proteste dal nord del Kosovo, dove vivono molti serbi. Nel resto della regione la maggioranza è albanese. Il boicottaggio delle elezioni era stato annunciato proprio da chi non è contento dell’intesa firmata a Bruxelles: persone che dicono di sentirsi abbandonate dalla Serbia, che pure ancora non riconosce l’indipendenza di Pristina.

Domenica le violenze peggiori ci sono state a Mitrovica, città nord-kosovara divisa a metà tra albanesi e serbi. Uomini col passamontagna sono entrati in almeno tre seggi, picchiando i presenti e distruggendo le urne. In altre zone della regione sono state segnalate intimidazioni ai serbi che andavano a votare: al nord è andato alle urne meno del 10% degli aventi diritto. La giornata elettorale ha comunque avuto dei risultati. Dieci sindaci sono stati eletti al primo turno, gli altri (tra cui quello della capitale) saranno scelti al ballottaggio il 1° dicembre.

Dopo gli incidenti il segretario della Nato ha escluso che il contingente kosovaro sarà ridotto a breve. Belgrado non è stata tenera coi sabotatori: il ministro che si occupa del Kosovo li ha accusati di aver perso un’occasione per decidere del loro futuro. La Serbia pare aver sempre meno voglia di rivendicare il controllo della sua ex provincia.

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