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Il socialdemocratico Ivo Josipovic, 53 anni, da gennaio è il nuovo presidente della Croazia

Dodici mesi di Balcani. Dodici mesi scanditi da svolte politiche, delusioni sportive, novità religiose. Proviamo a ripercorrerli insieme, a partire dai primi sei mesi di questo anno che si sta chiudendo.

Gennaio. Ivo Josipovic, socialdemocratico, è il nuovo presidente della Croazia. Succede a Stipe Mesic, capo dello Stato per dieci anni. Dovrà traghettare il suo Paese nell’Unione europea, che potrebbe accoglierlo nel 2012. Rispetto al suo predecessore, ha adottato un atteggiamento più morbido nei confronti della Serbia, con cui la riconciliazione post-guerra è possibile, ma ancora lontana.

Febbraio. Se a Zagabria c’è un nuovo presidente, a Belgrado c’è un nuovo patriarca. A capo degli ortodossi arriva Irinej, al secolo Miroslav Gavrilovic, che scatena subito polemiche. Prima riscuote approvazione invitando Papa Ratzinger a visitare la Serbia: sarebbe la prima volta nella storia. Poi si attira l’ostilità dei musulmani, accusandoli di essere oppressivi verso le altre confessioni. Sì al dialogo inter-religioso, quindi. Ma solo con alcuni.

I massacratori di Srebrenica: il latitante Ratko Mladic e Radovan Karadzic, sotto processo all'Aja

Marzo. “La strage di Srebrenica? Un’invenzione”. Lo dice Radovan Karadzic, che insieme a Ratko Mladic fu il principale responsabile della morte di circa 8 mila musulmani. Il poeta, psichiatra e massacratore non è nuovo ad affermazioni deliranti come questa. E paradossalmente, il fatto di essere sotto processo all’Aja dà una visibilità mondiale alle sue farneticazioni. Solo una condanna potrebbe rendere giustizia alla verità, e dare un po’ di pace ai familiari delle vittime.

Aprile. Il Parlamento serbo si scusa per la strage di Srebrenica. Il documento approvato dall’assemblea parla di “eccidio”, anziché di “genocidio”, ma è comunque un passo avanti verso il riconoscimento delle responsabilità legate al massacro. Una piccola svolta che avvicina Belgrado all’Unione europea, e dà un pur minimo sollievo a chi nel luglio 1995 perse un padre, un marito, un fratello, un figlio.

Maggio. Ratko Mladic è morto. Lo annuncia la moglie Bosa, che vuole mettere le mani sulla sua pensione. Ma nessuno può provare che dica il vero. Ratko Vucetic, uno dei protettori dello sterminatore di Srebrenica, sostiene che sia vivo e faccia il professore in un Paese dell’ex Urss. Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale dell’Aja, pensa che sia ancora in Serbia. E che sia tutt’altro che morto.

La Nazionale slovena che ha partecipato ai Mondiali sudafricani, uscendo al primo turno

Giugno. Mondiali disastrosi per i Balcani. La Serbia di Radomir Antic, arrivata in Sudafrica con grandi speranze, esce al primo turno. La affossano due brutte sconfitte, con Australia e Ghana. Sono proprio gli africani, rivelazione del torneo, a qualificarsi al posto dei ragazzi di Belgrado. Non va meglio alla Slovenia, che parte benissimo – vittoria con l’Algeria e 2-0 a fine primo tempo contro gli Stati Uniti – ma poi si spegne. Passano Inghilterra e Usa. E per l’ex Jugoslavia il Mondiale finisce prima degli ottavi di finale.

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Il massacratore Ratko Mladic. Gli Stati Uniti offrono una taglia di 5 milioni di dollari per la sua cattura

“E’ morto”. “No, è vivo e fa il professore in una delle repubbliche dell’ex Unione Sovietica”. “Macchè: si trova ancora in Serbia”. Una sola cosa è certa: Ratko Mladic continua a essere latitante. Ricercato dal Tribunale penale internazionale (Tpi) per l’ex Jugoslavia, è accusato per la strage di Srebrenica, l’enclave bosniaca dove nel luglio 1995 vennero sterminati 8 mila musulmani. Nei giorni scorsi la sua famiglia ha chiesto che venga dichiarato morto: la moglie Bosa vuole mettere le mani sulle sue proprietà e sulla sua pensione da generale. Ma poche ore dopo, da Belgrado è arrivata una rivelazione clamorosa.

“Mladic è vivo, sta bene e lavora come docente in una Accademia militare di uno Stato dell’ex Urss”. Parola di Ratko Vucetic: alla testata serba Kurir, che lo definisce “uno dei protettori” del massacratore, ha confidato che quest’ultimo “da cinque anni insegna Armamenti nucleari. Nel Paese lo sanno tutti, ma nessuno può fare nulla, perché a proteggerlo ci sono i servizi segreti francesi”. Di sicuro Mladic non sembrava morto nel video diffuso un anno fa da una tv bosniaca, che lo datava al 2008: il generale rideva e ballava a una festa di battesimo. Per Carla Dal Ponte, ex procuratore capo del Tpi, il ricercato non si sarebbe mai mosso dalla Serbia. E il suo successore Serge Brammertz sembra pensarla allo stesso modo.

“I familiari di Mladic sanno benissimo che è vivo. Non risponderemo nemmeno a questa presa in giro”, dice Rasim Ljajic, responsabile serbo dei rapporti col Tpi. “A prescindere da qualunque evoluzione, la ricerca del latitante continuerà”, gli fa eco il primo ministro Mirko Cvetkovic. Non stupisce che il governo di Belgrado si affretti a rassicurare la comunità internazionale: la cattura di Mladic è praticamente l’ultimo ostacolo sulla strada che porta all’ingresso nell’Unione europea.

Mladic nel 1995 con la moglie, che oggi lo vuole ufficialmente morto per accedere alle sue proprietà e alla sua pensione

Nel frattempo l’altro boia di Srebrenica, l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic, sta venendo processato a L’Aja. Il tribunale ha rigettato la sua richiesta di interrompere le udienze per un mese per analizzare i diari del sodale Mladic, sequestrati a febbraio dalle autorità di Belgrado proprio a casa della moglie del generale. Karadzic vuole rallentare il più possibile il procedimento, consapevole che il mandato dei giudici internazionali scadrà all’inizio del 2012. Se i magistrati vogliono arrivare a un verdetto dovranno agire in fretta. E lo stesso dovrà fare la Serbia per trovare Mladic. Vivo o morto che sia.

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