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Il 14 ottobre ci sono stati scontri durante la partita Serbia-Albania (foto Nazionale Calcio, http://bit.ly/1ryPA8o)

Gli scontri di ottobre durante Serbia-Albania (foto Nazionale Calcio, http://bit.ly/1ryPA8o)

Una visita che avrebbe fatto notizia comunque, e che la fa a maggior ragione per le parole sorprendenti di uno dei partecipanti. Il primo ministro albanese Edi Rama è stato ricevuto a Belgrado: non succedeva da quasi 70 anni. Di fronte al suo omologo serbo ha difeso l’indipendenza del Kosovo, causando una reazione stizzita.

Il colloquio era previsto il 22 ottobre, ma era stato rinviato dopo gli scontri alla partita di calcio Serbia-Albania del 14. Le autorità di Belgrado avevano addirittura sparso la voce – poi smentita – che a guidare sopra lo stadio il drone che ha scatenato il caos fosse stato Olsi Rama, fratello di Edi. Col passare dei giorni la tensione è scemata e si è arrivati a due giorni fa, quando i due leader si sono finalmente incontrati.

Tra i temi del vertice non doveva esserci il Kosovo, che è a maggioranza albanese e ha dichiarato un’indipendenza non riconosciuta dalla Serbia. A sorpresa il primo ministro di Tirana ha tirato fuori l’argomento e l’ha fatto in pubblico, durante la conferenza stampa con il capo del governo serbo, Aleksandar Vucic. “L’indipendenza di Pristina è un dato di fatto – gli ha detto. – Prima la riconoscerete, più velocemente potremo fare progressi”.

Il leader di Belgrado ha risposto parlando di nuova provocazione dopo quella del 22 ottobre. Allora il drone aveva fatto sventolare la bandiera della cosiddetta Grande Albania, che punterebbe a riunire tutti gli appartenenti alla stessa etnia. Due anni fa era stato Sali Berisha, predecessore di Rama, a dire che “tutti gli albanesi devono vivere in una sola nazione”. In mezzo c’è il Kosovo, sospeso nel limbo tra i 110 stati Onu che ne hanno riconosciuto il distacco dalla Serbia e gli 83 che finora non l’hanno fatto.

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Il ministro degli Esteri austriaco, l'ex responsabile delle Finanze serbo e il capo del governo di Belgrado (foto Österreichisches Außenministerium, http://bit.ly/1kuY8rA)

Il ministro degli Esteri austriaco, l’ex responsabile Finanze serbo e il suo primo ministro (foto Österreichisches Außenministerium, http://bit.ly/1kuY8rA)

Il ministro delle Finanze serbo si è dimesso perché non gli hanno permesso di tagliare le pensioni del 20% e gli stipendi pubblici del 15%. Questa, almeno, è la versione ufficiale: Lazar Krstic lascia nemmeno un anno dopo aver preso possesso dell’incarico. Il suo successore ha già detto di voler procedere a una sforbiciata del 10% su entrambe le voci che il predecessore voleva aggredire. Un modo per rassicurare i mercati, ma non è chiaro se e quanto il governo rallenterà sulla strada dell’austerità.

A gennaio Belgrado ha iniziato i negoziati di adesione all’Unione europea. Il suo debito pubblico sta salendo: secondo la banca centrale nazionale ora è al 65% del pil. In Italia, sia detto per inciso, questa percentuale è più che doppia. In ogni caso, tanto per cambiare, le istituzioni internazionali sembrano spingere il Paese balcanico a tagliare quanto più possibile, e Krstic diceva di volersi muovere in questa direzione. A frenarlo sarebbe stato il capo del governo Aleksandar Vucic, che ora dovrà fare a meno del giovanissimo ex-ministro, appena trentenne.

Tra i “sogni” del politico dimissionario c’era anche il licenziamento di almeno 160mila dei 700mila dipendenti pubblici nel giro di due anni. A questo punto forse non succederà, ma per i serbi potrebbero comunque profilarsi tempi duri: in autunno è atteso l’inizio di negoziati per ottenere un prestito dal Fondo Monetario Internazionale. “Il primo ministro ha un cuore troppo tenero”, ha detto Krstic in conferenza stampa. Una frase che sembra avvertire i cittadini: la mazzata rischia di essere solo rinviata.

Belgrado deve anche fare i conti con i danni delle recenti alluvioni (si parla di quasi due miliardi), e con un alto tasso di disoccupazione. La crisi, insomma, è di casa proprio come in Slovenia e Croazia, i due Stati ex-jugoslavi che sono già entrati nell’Unione europea. In questi giorni a Bruxelles si insedia la nuova commissione, che sarà ancora guidata da un uomo di centrodestra. Difficile che la linea del rigore si ammorbidisca molto, dando respiro ai Paesi membri della Ue e a quelli che aspirano a farne parte.

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Cattedrale di Banja Luka, capitale della Repubblica Serba di Bosnia (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1o0kLtT)

Cattedrale di Banja Luka, capitale della Repubblica Serba di Bosnia (foto Tony Bowden, http://bit.ly/1o0kLtT)

Dopo il Kosovo, la Bosnia? La nuova dirigenza serba potrebbe riuscire là dove aveva fallito (o non aveva nemmeno tentato) la vecchia. Poco più di un anno fa l’accelerazione nel dialogo con Pristina, dopo anni di stallo. Ora una visita importante del neo-primo ministro a Sarajevo, che sembra studiata per migliorare i difficili rapporti postbellici.

Aleksandar Vucic guida il governo di Belgrado da fine aprile. Fa parte del Partito Progressista, che a dispetto del nome è di centrodestra, e fu fondato nel 2008 dall’attuale presidente serbo, Tomislav Nikolic. Prima di lui il capo di Stato era Boris Tadic, europeista di centrosinistra. Il Paese però si è avvicinato all’ingresso nell’Unione soprattutto dopo la sua sconfitta alle elezioni. Finite in mano ai conservatori, le autorità belgradesi hanno compiaciuto Bruxelles facendo concessioni al Kosovo. Se lo avesse fatto la sinistra, forse la destra si sarebbe riversata in piazza. Cosa più difficile se a praticare la distensione sono i nazionalisti, sia pure moderati.

Leggi anche: Serbia europea, la Realpolitik distensiva degli estremisti

Un copione simile potrebbe ripetersi per le relazioni con la Bosnia. Vucic è il primo leader serbo ad andare in visita ufficiale a Sarajevo senza essere prima passato dalla Repubblica Srpska, una delle entità in cui è diviso il Paese, quella storicamente vicina a Belgrado. Gli obiettivi del nuovo capo del governo – che è al primo viaggio all’estero – sarebbero essenzialmente due: stemperare le tensioni connesse alla guerra degli anni ’90 e rilanciare i rapporti in chiave presente e futura, puntando sullo sviluppo economico dell’intera regione balcanica.

Attenzione, però, a cantare vittoria troppo presto. Pochi giorni fa Nikolic ha detto che la Bosnia “non può sopravvivere come Paese unito”. La dirigenza serba, quindi, non sembra unita nel desiderio di voltare pagina con Sarajevo. Non sappiamo quanto le parole dei leader belgradesi siano sincere, e quanto invece nascondano intenzioni tattiche difficili da decifrare. Da capire anche quale sarà la risposta della controparte, che negli ultimi mesi è stata scossa da proteste di piazza e resta oppressa da problemi economici e inefficienza della politica.

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Aleksandar Vucic (a sinistra) con l'ex responsabile della Difesa Usa, Leon Panetta (foto Chuck Hagel, http://bit.ly/1cQnChe)

Il leader serbo Aleksandar Vucic (a sinistra) con l’ex ministro della Difesa Usa, Leon Panetta (foto Chuck Hagel, http://bit.ly/1cQnChe)

Il Renzi serbo ce l’ha fatta. Aleksandar Vucic, finora vice-capo del governo, ha vinto le elezioni anticipate di domenica scorsa. A farne le spese sarà Ivica Dacic, primo ministro uscente, che fa parte di un altro partito. Il più votato è stato l’SNS, a cui è iscritto anche il presidente Tomislav Nikolic. Successo pieno dei conservatori filo-europei, e soprattutto del loro nuovo uomo forte.

Il parallelo con l’ex sindaco di Firenze si regge su diverse somiglianze. Anche Vucic, come Renzi, sembra saper comunicare molto bene; entrambi hanno mandato a casa anzitempo l’uomo che guidava il governo, e l’hanno sostituito. La differenza sostanziale, ovviamente, è che a Belgrado si è andati a votare, a Roma no. Le urne serbe consegnano all’ex vice-primo ministro una maggioranza schiacciante, che gli permetterebbe di portare il mandato anche con il solo sostegno dell’SNS. Al secondo posto sono arrivati gli alleati della SPS, formazione di Dacic. Insieme fanno 202 seggi su 250.

Altro tratto simile alla politica italiana: la “sinistra” si è spaccata. In parlamento entrano i DS, a cui apparteneva l’ex presidente Boris Tadic, e l’NDS, che lui stesso ha fondato per scissione. I due leader vincenti, Vucic e Dacic, sono stati rispettivamente ministro e portavoce del partito di Slobodan Milosevic. Ora dovranno portare la Serbia nel futuro: davanti hanno il possibile ingresso nell’Unione europea e la rinuncia definitiva di fatto, se non nella forma, al Kosovo. I primi temi da affrontare, però, sarebbero quelli economici, dato che buona parte della popolazione è in difficoltà. Un altro punto in comune con il nostro Paese.

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Il primo ministro serbo Dacic e il capo del governo italiano Letta (foto Palazzo Chigi, http://bit.ly/1a3Kklt)

Il primo ministro serbo Dacic e il capo del governo italiano Letta (foto Palazzo Chigi, http://bit.ly/1a3Kklt)

“Forse il giorno più importante per la Serbia dalla Seconda guerra mondiale”. Con questa enfasi il vice-capo del governo Vucic ha commentato l’inizio dei negoziati di adesione all’Unione europea. Un percorso destinato a durare anni, sei nelle intenzioni del primo ministro Dacic. Molto meno potrebbe resistere il governo di Belgrado, dove c’è aria di elezioni anticipate.

Il passo avanti verso Bruxelles era atteso da mesi, precisamente da aprile dell’anno scorso. La svolta è stata l’accordo col Kosovo, che ha dato più autonomia a Pristina pur senza riconoscerne l’indipendenza. I rapporti con l’ex provincia ribelle saranno seguiti con attenzione dalla Ue anche nei prossimi anni, quelli decisivi per finalizzare l’adesione della Serbia. Meno bollente sembra un altro capitolo un tempo caldo, quello dei criminali di guerra: catturati Karadzic e Mladic, su questo fronte l’Europa dovrebbe essere abbastanza soddisfatta.

Il merito dell’accelerazione verso l’Unione va ai politici di primo piano del Paese: il presidente Nikolic e già citati Dacic e Vucic. A loro è riuscito ciò a cui mirava l’ex capo di Stato Tadic, in carica dal 2004 al 2012, quando è stato sconfitto nella corsa alla rielezione. A Bruxelles voleva arrivarci lui, più “di sinistra” rispetto al successore e a chi oggi guida il governo. In questo senso, invece, i “conservatori” hanno fatto meglio. Almeno per ora.

Anche (e soprattutto?) sull’onda di questi successi, il partito più forte della maggioranza parlamentare – a cui appartengono Nikolic e Vucic – potrebbe decidere di tornare al voto in primavera. Obiettivo: sfruttare l’onda favorevole e rafforzarsi, magari conquistando la poltrona di primo ministro. Dacic fa parte di una formazione più piccola, che potrebbe uscire danneggiata dalle urne. Il governo, insomma, rischia di essere affossato da chi lo sostiene. Vi ricorda qualche altro Paese?

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Amfilohije Radovic, metropolita del Montenegro, è molto duro con il governo serbo (blog.b92.net)

Amfilohije Radovic, metropolita del Montenegro, è molto duro con il governo serbo (blog.b92.net)

Il governo di Belgrado fatica a far digerire a tutti l’accordo di aprile sul Kosovo. I più arrabbiati sembrano essere i serbi che vivono nel nord della provincia ribelle, ma l’opposizione arriva anche da altrove: più che dalla politica dalla Chiesa ortodossa, che con alcuni suoi rappresentanti è scesa in piazza per protestare accanto agli ultranazionalisti.

Qualche giorno fa il vice-primo ministro di Belgrado Aleksandar Vucic è andato a Mitrovica, la città del nord Kosovo divisa metà tra serbi e albanesi. L’obiettivo era cercare di convincere i connazionali della bontà dell’accordo europeo, ma i risultati sembrano essere stati scarsi. L’intesa concede autonomia alle municipalità kosovare a maggioranza serba, ma prevede anche che Belgrado smantelli le sue strutture di polizia nella regione, e in sostanza che faccia un passo indietro nelle sue pretese di controllo.

Il malumore dei serbi kosovari che si sentono abbandonati e quello di una parte della società della madrepatria ha trovato sfogo in una manifestazione a Belgrado, dove a fare notizia sono stati soprattutto due vescovi. Il primo, ormai in pensione, ha accostato il comportamento del capo del governo Dacic a quello del suo predecessore Dindic, ucciso nel 2003: “Sappiamo tutti che fine ha fatto”, ha sibilato. Il secondo, metropolita e quindi di rango superiore anche a quello degli arcivescovi, ha invitato a pregare per la “sepoltura del governo”.

Il patriarca Irinej, capo della Chiesa ortodossa serba, ha sottolineato che i due hanno parlato a titolo personale, ma non ha condannato le loro affermazioni. Mentre il governo dialoga con Bruxelles, l’interventismo ecclesiastico sembra volersene allontanare, mentre i deputati serbi del Kosovo nord chiedono aiuto allo storico protettore di Belgrado: la Russia, a cui hanno scritto una lettera aperta. L’immagine potrebbe essere quella di un bivio: da una parte l’Unione europea, dall’altra la “vecchia” Serbia, vicina a Mosca e all’ideologia patriottica. La meta attuale è la prima, ma chi spinge nell’altra direzione non sembra disposto a cambiare strada.

FONTI: Ansa, East Journal, Osservatorio Balcani e Caucaso, TMNews

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