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L'isola di Pago (foto Wolfgang Wildner, http://bit.ly/1o0kLtT)

Isola di Pago (foto Wolfgang Wildner, http://bit.ly/1o0kLtT)

Un’ora di macchina più a sud c’è Zara, bella città costiera molto frequentata dai turisti. Quelli che visitano Pago, isola croata abitata da poche migliaia di persone, sembrano essere piuttosto scalmanati: per questo motivo il sindaco avrebbe deciso di approvare misure contro alcol e sesso in spiaggia, prendendo a modello nientemeno che Ibiza.

Il primo cittadino Ante Dabo ha visitato la famosa località spagnola, dove – assicura – “tutto fila liscio”, nonostante le orde di turisti che la affollano ogni anno. Poi ha stilato un nuovo regolamento che prevede multe da 100 a 150 euro, denunciando “le frequenti scene di giovani ubriachi che vagano seminudi per le strade del centro”. Si parla anche di risse e vere e proprie orge, che avrebbero allontanato famiglie e amanti della natura.

Il Comune ha addirittura pagato “tecnici britannici” per elaborare progetti di contenimento del suono prodotto dalle discoteche. Il piano del sindaco dovrebbe portare anche lavoro, con 15 vigilantes assunti ad hoc per sanzionare i comportamenti molesti. Sull’isola sono comparsi cartelli in cinque lingue per spiegare le nuove regole.

Pare che gli operatori turistici locali siano d’accordo, ma viene da chiedersi se la stretta in corso porterà danni o vantaggi economici. Quanti viaggiatori in cerca di trasgressione si sposteranno altrove? Quanti di quelli che desiderano tranquillità si faranno convincere dalla svolta proibizionista?  Un obiettivo potrebbe essere già stato raggiunto: far conoscere Pago a persone che non ne avevano mai sentito parlare. Il primo passo per conquistare nuovi turisti.

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L'ex numero uno dell'esercito jugoslavo Momcilo Perisic al tribunale de L'Aja (theaustralian.com.au)

“Non credo che la caduta di Srebrenica rappresenti un fallimento delle Nazioni Unite. Bisogna vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Continuiamo a offrire assistenza ai rifugiati. E siamo riusciti a contenere il conflitto entro i limiti dell’ex Jugoslavia”.

(Boutros-Ghali, segretario ONU dal 1992 al 1996)

Le dichiarazioni rilasciate da Boutros-Ghali negli anni ’90 alimentano un sospetto circolato già pochi giorni dopo il massacro di Srebrenica: quello che lo stesso segretario ONU e il generale delle forze internazionali Bernard Janvier avessero accordato ai serbi il permesso di compiere l’eccidio. Dall’altra parte del tavolo ci sarebbero stati due uomini di spicco del regime di Milosevic: Ratko Mladic, capo di Stato maggiore dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia, e Momcilo Perisic, capo di Stato maggiore dell’esercito jugoslavo. Entrambi oggi sono in Olanda, al Tribunale penale internazionale de L’Aja. Che ha appena condannato Perisic a 27 anni di carcere.

Il ministro della Difesa serbo Sutanovac piange le vittime dei bombardamenti NATO (english.peopledaily.com)

A carico dell’ex numero uno delle forze armate jugoslave c’erano tredici capi d’imputazione, dall’omicidio ai crimini di guerra. La Corte lo ha ritenuto colpevole di tutti, tranne uno: per l’appunto, il massacro di Srebrenica. Per questo motivo l’Associazione delle Madri di Srebrenica (dove nel luglio 1995 persero la vita 8mila musulmani) parla di sentenza che “uccide nuovamente le vittime”. Esprime “grande rammarico” per la condanna, invece, il ministro della Difesa serbo Dragan Sutanovac, che invita a non insistere sulle ferite del passato e a guardare al futuro. In effetti, sembra pensare Sutanovac, sono già passati 16 anni: ma perché i familiari di Srebrenica non la smettono di protestare?

Perisic divenne capo di Stato maggiore nell’agosto del 1993. Già allora, ricorda lo storico Joze Pirjevec, era “famoso per la brutalità con cui, nella primavera dell’anno prima, aveva condotto l’aggressione contro Zara e Mostar”. La sua nomina confermò che quello ostentato da Milosevic era un pacifismo di facciata, dietro cui si nascondeva il sogno (sarebbe meglio dire incubo) della Grande Serbia. Ora alla sbarra resta Mladic, accusato di atrocità ancora più grandi di quelle commesse da Perisic. La durezza della condanna inflitta a quest’ultimo fa ben sperare. E magari ammorbidirà l’atteggiamento di Mladic, spavaldo ai limiti dell’arroganza da quanto è stato portato in tribunale.

Fonti: ASCA, Reuters, euronws, Corriere del Ticino

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Uno dei traghetti che portano da Ancona a Spalato. La traversata più veloce dura 4 ore e 45 minuti, quella più lenta 10 ore

Seconda e ultima parte dei luoghi da non perdere nell’ex Jugoslavia. Ci eravamo fermati a Sarajevo, in mezzo alla Bosnia, immersi nelle colline verdi che circondano la capitale. Ripartiamo in direzione sud-ovest, verso un’altra delle località più belle dei Balcani. Con lo stesso scopo della prima parte del viaggio: gustare le magie di una cultura vicina alla nostra e densa di mescolanze, sorprese, intrecci. Tutti da scoprire.

1) Mostar. A livello mondiale è conosciuta soprattutto per la tragedia degli anni ’90: la distruzione del famoso “Vecchio Ponte”, che venne abbattuto dai soldati croati il 9 novembre 1993. Oggi è stato riportato in vita, e insieme ad esso è rinata la città, un mosaico di edifici in pietra bianca e coi tetti rossi. Attraversata dal fiume Neretva, che nasce in Erzegovina e muore in Dalmazia, porta ancora i segni del conflitto, e in qualche tratto dà l’impressione di essere un po’ artificiosa, semplicemente perché è stata ricostruita di recente. Splendida.

2) Dubrovnik. Dalla Bosnia alla parte più meridionale della Croazia. L’ex repubblica marinara è una meravigliosa città fondata nel ’600, e bombardata durante la guerra nel 1991. Anche qui, le ferite della tragedia si vedono, ma la ricostruzione è stata efficiente e la bellezza del luogo è intatta. Come Mostar, è fatta di pietra bianca, ma rispetto alla località bosniaca, il centro storico è più raccolto: lo delimitano 2 chilometri di mura sopra alle quali si può passeggiare, osservando dall’alto le strade lastricate del borgo. Perla.

Uno scorcio della costa di Zara. La città fece parte della Repubblica di Venezia prima di essere annessa all'Impero austriaco

3) Spalato. Risaliamo lungo la costa e superiamo Neum, lo spicchio di Bosnia che si affaccia sul mare e che “interrompe” per 25 km la Croazia. Proseguiamo un centinaio di chilometri e troviamo il porto che collega il Paese all’Italia e in particolare ad Ancona, da dove partono i traghetti diretti nei Balcani. Spalato ha la sua attrazione maggiore nel Palazzo di Diocleziano, il complesso architettonico che coincide col nucleo originario del centro storico. E’ piacevole camminare lungo le vecchie strade interne, dove i tanti negozi non cancellano l’atmosfera da “antica Roma”. Intorno al Palazzo, la città si fa molto più moderna, e spesso non bellissima. Gradevole.

4) Zara. Continuando a risalire la Croazia, troviamo la storica capitale dalmata, un’altra città bianca e piacevole, che come Spalato si può vedere tranquillamente in un paio di giorni. Le vie lastricate sono molto simili a quelle delle altre località costiere che abbiamo descritto; alle tracce della guerra degli anni ’90 si sommano quelle del secondo conflitto mondiale, che vide Zara bombardata dagli alleati. Nonostante ciò, il centro è molto carino, e anche chi cerca una spiaggia per rilassarsi non resterà deluso. Graziosa.

5) Buon viaggio! L’ultimo spazio lo lasciamo libero. Libero per tutti gli altri luoghi da vedere, da scoprire, da raccontare. Libero perchè sarebbe riduttiva una lista “chiusa” di posti da visitare. Un itinerario per conoscere l’ex Jugoslavia non può escludere le foreste bosniache, le montagne serbe, i laghi sloveni, le isole croate. Sarebbe impossibile elencarli tutti, e così li riuniamo in un unico, ultimo suggerimento: viaggiate quanto più è possibile nei Balcani, perchè per le nove località che abbiamo consigliato, ce ne sono altre cento che neanche noi immaginiamo. Imperdibili.

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Josip Broz Tito è stato alla guida della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia dal 1945 al 1980

Sono passati 18 anni dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Ma sono ancora tanti i nodi da sciogliere. Alcuni risalenti addirittura alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E’ il caso del problema dei beni confiscati dal regime di Tito. Negli anni ’90 le repubbliche balcaniche, sorte sulle ceneri della Federazione Jugoslava, hanno approvato delle leggi di de-nazionalizzazione, per restituire le proprietà alle vittime degli espropri. Queste leggi, però, escludevano dal diritto di restituzione chi oggi è cittadino straniero. Ora una sentenza dell’Alta Corte di Zagabria potrebbe rimediare.

Subito dopo il secondo conflitto mondiale, Tito aveva giustificato le confische agli italiani con il mancato pagamento di 125 milioni di dollari di danni di guerra. Oggi tra i beni che potrebbero essere restituiti ce ne sono alcuni di grande valore: ad esempio lo stabilimento industriale di Zara che distillava il Maraschino, costruito dalla famiglia Luxardo, o il prestigioso palazzo Milesi, a Spalato, reclamato dagli eredi Lanzetta. La decisione della magistratura consente ai legittimi proprietari di pretendere la riconsegna dei beni nazionalizzati da Tito. Dal 1992 ad oggi le persone che hanno già fatto richiesta sono più di 4 mila: tra questi ci sono 1.034 italiani, 676 austriaci, 175 israeliani, 143 tedeschi e 114 sloveni. Il governo croato aveva congelato le loro richieste in attesa del pronunciamento della Corte.

L'Unione degli Istriani, associazione di esuli, ha pronta una lista di altri 1.411 beni da richiedere al governo croato

Non è detto, però, che il “sì” dei giudici sblocchi immediatamente la situazione. Zagabria, infatti, potrebbe voler approvare una legge di definitiva interpretazione della questione, prima di procedere con le restituzioni. Se sarà così, i tempi si allungheranno inevitabilmente, forse di altri due o tre anni. Il rebus dei beni espropriati, insomma, resta irrisolto. Anche se è meno enigmatico di prima.

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